MONTALTO E ALTRI C. ITALIA: LA CORTE EUROPEA DEI DIRITTI DELL’UOMO CONDANNA NUOVAMENTE L’ITALIA PER LE LEGGI D’INTERPRETAZIONE AUTENTICA

Immagine

Strasburgo, 17 gennaio 2014 – La sentenza del 14 gennaio 2014 Montalto e altri c. Italia s’inserisce perfettamente nella scia inaugurata dalla sentenza Maggio e altri c. Italia (ric. n. 46286/09, 52851/08, 53727/08, 54486/08 e 56001/08 del 31 maggio 2011), e confermata dalla sentenza Agrati e altri c. Italia (ric. n. 43549/08, 6107/09 e 5087/09 del 7 giugno 2011), in tema di leggi d’interpretazione autentica.

La vicenda è quella del personale ATA che, in seguito al trasferimento avvenuto nel 1999, è passato dalle dipendenze dalla funzione pubblica territoriale – ove percepiva uno stipendio base integrato da delle indennità accessorie – a quelle del Ministero dell’educazione nazionale (M.I.U.R.), che fornisce ai suoi dipendenti, per le medesime mansioni svolte dal personale ATA, uno stipendio base progressivo secondo l’anzianità di servizio.

Sebbene fosse previsto – nell’art. 8 della legge 124/1999 (Trasferimento di personale ATA degli enti locali alle dipendenze dello Stato) – che i lavoratori trasferiti dovessero continuare a beneficiare dell’anzianità maturata, il Ministero assegnò loro un’anzianità fittizia, trasformando la retribuzione percepita presso gli enti locali in data 31 dicembre 1999 in anni di anzianità dei richiedenti. Inoltre, per trasformare la retribuzione di base in anni di anzianità fittizi, il Ministero tolse dall’ultima busta paga dei lavoratori trasferiti tutti gli elementi accessori dello stipendio percepiti in modo stabile fino al 31 dicembre 1999.

In seguito al contenzioso giudiziario iniziato da numerosi lavoratori, il legislatore emanò la legge n. 266/2005 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato, legge finanziaria per il 2006), d’interpretazione autentica della legge n. 124/1999 che sostanzialmente ebbe come effetto quello di fornire al personale ATA trasferito un trattamento economico inferiore rispetto a quello che avrebbe avuto secondo l’interpretazione costante della Corte di Cassazione anteriore all’emanazione della legge d’interpretazione autentica della legge sul trasferimento.

La C.E.D.U. analizza puntualmente anche l’incidenza della legge n. 266/2005 sulla giurisprudenza della Corte di Cassazione che, prima dell’intervento legislativo, era favorevole ai lavoratori e,successivamente, al Ministero.

Sulla questione è inoltre intervenuta la Corte costituzionale che, con le sentenze n. 234 del 2007 e n. 311 del 2009 aveva sancito la legittimità costituzionale della legge n. 266/2005.

La C.E.D.U. ha riaffermato quanto già disposto sul precedente caso Agrati e altri c. Italia, stabilendo che la mancanza degli imperativi motivi d’interesse generale non giustificavano l’utilizzo di un tale strumento – la legge d’interpretazione autentica – che è, chiaramente, una deroga al principio generale di parità delle armi garantito dall’art. 6 della Convenzione.

La C.E.D.U. fa poi riferimento alla sentenza Scattolon c. M.I.U.R (Ricorso C-108/10), del settembre 2011 della Corte di Giustizia dell’Unione Europea con cui era stata sancita la contrarietà al diritto dell’Unione e in particolare alla direttiva CE/77/187. In seguito alla pronuncia della Corte di Giustizia dell’Unione Europea, la Corte di Cassazione, a partire dalle pronunce n. 20980 e 21282 del 2011, ha rinviato numerosi ricorsi ai giudici d’Appello al fine di effettuare una valutazione sul mutamento stipendiale e, nel caso in cui si fosse riscontrata una diminuzione salariale del personale trasferito, di giudicarla in contrasto con il diritto dell’Unione, disapplicando, dunque, la legge nazionale.

Nel caso Montalto, la C.E.D.U. ribadisce i principi consolidati in materia, ciò a partire dalle sentenze Raffinerie greche Stran e Stratis Andreatis c. Grecia, (ric. n. 13427/87 del 9 dicembre 1994), National & Provincial Building Society, Leeds Permanent Building Society e Yorkshire Building Society c. Regno Unito (ric. n. 21319/93, 21449/93, 21675/93 del 23 ottobre 1997), Zielinsky e Pradal e Gonzales c. Francia (ric. n. 24846/94 et 34165/96 à 34173/96 del 28 ottobre 1999) e Forrer-Niederthal c. Germania (ric. n. 47316/99 del 20 febbraio 2003), secondo i quali, sebbene non vi sia un divieto assoluto per il legislatore di intervenire con leggi d’interpretazione autentica sulle leggi in vigore, le garanzie del giusto processo e il principio di parità della armi non consentono che vi sia un’ingerenza da parte dello Stato in controversie pendenti di cui esso sia parte, a meno che ciò non sia giustificato da imperativi motivi d’interesse generale.

La C.E.D.U. ha quindi ribadito che mere necessità di ordine economico non possono costituire motivi imperativi tali da derogare  a tali principi.

La sentenza è decisamente critica. La pratica delle leggi d’interpretazione autentica con effetto retroattivo, nella sostanza, fanno venir meno la speranza legittima di ottenere un risarcimento e l’adeguamento salariale per i lavoratori trasferiti.

Per questo motivo la C.E.D.U. ha dichiarato la violazione dell’art. 6 § della Convenzione.

(Testo redatto con la collaborazione della dott.ssa Alessia Valentino)

Nel caso M.C. e altri c. Italia, la Corte europea dei diritti dell’uomo chiede all’Italia di pagare agli emotrasfusi contagiati la rivalutazione dell’indennità integrativa speciale

Strasburgo, 9 settembre 2013 – Con sentenza del 3 settembre 2013, la C.E.D.U., nel caso M.C. e altri c. Italia (ricorso n. 5376/11) ha accertato, all’unanimità, la violazione degli articoli 6 § 1 della Convenzione (diritto ad un equo processo), 1 del Protocollo n. 1 alla Convenzione (tutela della proprietà) e 14 della Convenzione (divieto di discriminazione) combinato con l’articolo 1 del Protocollo n. 1.

Il caso riguarda l’impossibilità per i ricorrenti di ottenere la rivalutazione annuale della parte complementare di un’indennità loro accordata a seguito del contagio subito a causa di trasfusione sanguigna o per somministrazione di prodotti derivati dal sangue.

La C.E.D.U. ha ritenuto che l’entrata in vigore del decreto legge n. 78 del 2010 ha violato il principio della preminenza del diritto e il diritto ad un processo equo dei ricorrenti, in quanto questi ultimi hanno dovuto sopportare un carico anormale ed eccessivo. Infine, tale normativa ha inciso in modo sproporzionato sui loro beni.

I ricorrenti sono centosessantadue cittadini italiani che furono tutti contaminati da un virus a seguito di trasfusioni sanguigne o per aver assunto dei prodotti derivati dal sangue.

In forza della legge n. 210 del 1992 gli stessi percepirono o percepivano da parte del Ministero della Salute un’indennità, composta da due voci: un importo fisso e un’indennità integrativa speciale (“IIS”).

Con sentenza del 28 luglio 2005, la Corte di Cassazione dichiarò che le due voci dell’indennità in questione dovevano essere sottoposte a rivalutazione sulla base degli indici ISTAT. Nel 2009, modificando il proprio orientamento giurisprudenziale, la Corte di Cassazione ritenne che la legge n. 210 del 1992 prevedesse una rivalutazione annuale solamente per l’importo fisso e non per l’IIS.

Nel maggio 2010, il Governo intervenne in tale materia con decreto legge d’urgenza n. 78 del 2010, stabilendo che non era possibile rivalutare l’IIS.

Sulla questione molti Tribunali proposero questione di legittimità costituzionale alla Corte costituzionale. La Corte costituzionale, con sentenza n. 293/2011, ritenne che le disposizioni del decreto legge n. 78 del 2010 fossero contrarie al principio di uguaglianza garantito dall’articolo 3 della Costituzione, in quanto prevedevano un trattamento discriminatorio tra due categorie di persone, quelle affette dalla sindrome da Talidomida e quelle affette da epatiti. Era previsto infatti che l’IIS fosse rivalutata annualmente solo per la prima categoria di persone. La Corte Costituzionale dichiarò quindi l’incostituzionalità del decreto legge n. 78 del 2010.

Nonostante ciò, dopo la pubblicazione della sentenza della Corte costituzionale, i ricorrenti non sono riusciti ad ottenere la rivalutazione dell’IIS.

I ricorrenti, invocando gli articoli 6 e 13 della Convenzione, hanno eccepito che il Governo era intervenuto con il decreto legge n. 78 del 2010 in una materia oggetto di contenzioso giudiziario e in cui era parte convenuta.

Invocando l’articolo 1 del Protocollo n 1, i ricorrenti hanno eccepito che senza la rivalutazione, l’IIS avrebbe perso progressivamente d’importanza, facendo presente che tale voce rappresentava tra il 90% e il 95% dell’importo globale dell’indennità riconosciuta.

Invocando gli articoli 14 della Convenzione e 1 del Protocollo n.12, combinati con l’articolo 2 della Convenzione, i ricorrenti eccepirono di essere stati vittime di molteplici discriminazioni.

Quanto agli articoli 6 § 1 e 13 della Convenzione, la C.E.D.U. ha accertato che l’adozione del decreto legge n. 78 del 2010 ha definito i termini della questione riguardo all’IIS, fornendo un’interpretazione favorevole allo Stato. Tale decreto legge ha avuto infatti come conseguenza quella di definire molti procedimenti giudiziari pendenti, privando i ricorrenti di future decisioni a loro favorevoli, ovvero privando dell’esecutorietà delle sentenze favorevoli già emesse.

Sempre secondo la C.E.D.U. il motivo che ha portato lo Stato italiano ad adottare tale decreto legge non è stato quello di preservare imperativi motivi di interesse generale.

La C.E.D.U. ha rilevato inoltre che la Corte costituzionale aveva giudicato che i criteri adottati con il decreto legge n. 78 del 2010 erano contrari alla Costituzione in quanto avevano introdotto una disparità di trattamento ingiustificata.

Conseguentemente la C.E.D.U. ha ritenuto che l’adozione del decreto legge n. 78 del 2010 ha violato il principio della preminenza del diritto e il diritto ad un processo equo dei ricorrenti. Ha pertanto accertato la violazione dell’articolo 6 § 1 della Convenzione, ritenendo invece non necessario decidere quanto alla lamentata violazione dell’articolo 13 della Convenzione.

Quanto all’articolo 1 del Protocollo n. 1, la C.E.D.U. ha ricordato che entrando in vigore, il decreto legge n. 78 del 2010 da una parte ha privato i ricorrenti dei diritti  riconosciuti da una sentenza favorevole ovvero, dall’altra parte, altri ricorrenti hanno visto  rigettare le richieste avanzate in sede giurisdizionale. Secondo la C.E.D.U. l’adozione di tale decreto legge ha comportato “un carico anormale ed esorbitante” e quindi sproporzionato per i ricorrenti, con conseguente violazione dell’articolo 1 del Protocollo n. 1.

Quanto all’articolo 14 combinato con l’articolo 1 del Protocollo n. 1, la C.E.D.U. ha affermato che nonostante la pronuncia della Corte costituzionale, lo Stato italiano non ha eliminato la disparità di trattamento evidenziata dalla Consulta e conseguentemente ha ritenuto sussistere la violazione della’articolo 14 della Convenzione.

Infine, la C.E.D.U. ha ritenuto che le violazioni dei diritti dei ricorrenti non siano casi isolati, ma sia la conseguenza di un problema strutturale derivante dalla resistenza delle autorità italiane a rivalutare l’IIS, anche a seguito della pronuncia della Corte costituzionale.

La C.E.D.U. ha quindi deciso di applicare al caso la procedura della sentenza pilota prevista dall’articolo 46 della Convenzione. La C.E.D.U. ha così invitato lo Stato italiano a individuare entro sei mesi dall’emanazione della sentenza, un termine tassativo entro cui si impegna a garantire i diritti oggetto di controversia. La C.E.D.U. ha quindi invitato il Governo italiano a versare le somme corrispondenti alla rivalutazione dell’IIS tutte le persone che beneficino dell’indennità prevista dalla legge n. 210 del 1992.

In attesa che le autorità italiane adottino le misure necessarie entro il termine indicato, la C.E.D.U. ha deciso di sospendere i ricorsi non ancora comunicati ed aventi il medesimo oggetto di lagnanza per un periodo di un anno.

Infine,  la C.E.D.U. si è riservata di quantificare i danni materiali e morali subiti dai ricorrenti ai sensi dell’articolo 41 della Convenzione.

La C.E.D.U. condanna l’Italia per il ritardo nell’esecuzione delle pronunce emesse a seguito della procedura “Pinto”

Strasburgo, 12 novembre 2012 – Con sentenza dell’8 novembre 2012, la C.E.DU. ha deciso su diciotto ricorsi, tutti riuniti nel caso Ambrosini e altri c. Italia (ricorsi n. 8456/09, 8457/09, 8458/09, 8459/09, 8460/09, 8461/09, 8462/09, 8463/09, 8464/09, 8465/09, 8466/09, 8467/09, 8468/09, 8469/09, 8471/09, 8472/09, 8473/09 et 8475/09).

I ricorrenti, assistiti tutti dal medesimo difensore, promossero una procedura “c.d. Pinto”, lamentando l’eccessiva durata di procedure giurisdizionali nazionali in cui erano stati parti. A seguito delle pronunce emesse, ottennero tutti un risarcimento per danni morali. Per ottenere il pagamento delle somme riconosciute, tutti i ricorrenti dovettero promuovere delle procedure esecutive che permisero di ottenere l’adempimento delle decisioni “Pinto”  a oltre sei mesi dall’inizio della procedura.

I ricorrenti hanno lamentato pertanto la violazione degli articoli 6 §1 (diritto ad un equo processo in un termine ragionevole), 17 (divieto dell’abuso di diritto) e 1 del Protocollo n. 1 (tutela della proprietà).

La C.E.D.U. ha accertato la violazione degli articoli 6 § 1 della Convenzione e 1 del Protocollo n. 1 alla Convenzione, liquidando in equità ad ogni ricorrente un danno morale pari a 100 euro per ciascun e riconoscendo, per spese e competenze legali, la somma globale di 1.000 euro.