Il bilancio sull’attività del Governo italiano in tema di diritti fondamentali secondo Amnesty International Italia

italia-coloriStrasburgo, 26 settembre 2013 – Amnesty International Italia ha presentato ieri il suo bilancio sull’attività di governo e parlamento sui diritti umani nei primi sei mesi della XVII Legislatura.

 A gennaio, in vista delle elezioni politiche, l’organizzazione aveva lanciato la campagna “Ricordati che devi rispondere”, sottoponendo ai leader delle coalizioni in lizza e a tutti i candidati delle circoscrizioni elettorali un’Agenda in 10 punti per i diritti umani in Italia.

Questi erano i 10 punti dell’Agenda: garantire la trasparenza delle forze di polizia e introdurre il reato di tortura; fermare il femminicidio e la violenza contro le donne; proteggere i rifugiati, fermare lo sfruttamento e la criminalizzazione dei migranti e sospendere gli accordi con la Libia sul controllo dell’immigrazione; assicurare condizioni dignitose e rispettose dei diritti umani nelle carceri; combattere l’omofobia e la transfobia e garantire tutti i diritti umani alle persone Lgbti (lesbiche, gay, bisessuali, transgender e intersessuate); fermare la discriminazione, gli sgomberi forzati e la segregazione etnica dei rom; creare un’istituzione nazionale indipendente per la protezione dei diritti umani; imporre alle multinazionali italiane il rispetto dei diritti umani; lottare contro la pena di morte nel mondo e promuovere i diritti umani nei rapporti con gli altri stati; garantire il controllo sul commercio delle armi favorendo l’adozione di un trattato internazionale.



L’Agenda è stata sottoscritta, integralmente o quasi, da 117 parlamentari e da tutti i leader delle forze politiche che compongono l’attuale governo.

”La nostra campagna ha contribuito, insieme alle iniziative di altre associazioni ed espressioni della società, a portare per la prima volta questioni importanti relative ai diritti umani al centro del dibattito elettorale e poi dell’azione del parlamento e del governo.

Di diritti umani si è discusso, in questi primi sei mesi, in modo quantitativamente e qualitativamente migliore rispetto al passato. L’analisi del lavoro della XVII Legislatura nei primi sei mesi di attività ci dice che sulla maggior parte dei 10 punti della nostra Agenda è stato almeno presentato un disegno di legge, come in materia di tortura e omofobia” – ha dichiarato Antonio Marchesi, presidente di Amnesty International Italia.

 “A questo nuovo dinamismo ha fatto però da contraltare un conservatorismo trasversale che ha riprodotto alcuni antichi vizi, come quelli che da 25 anni ostacolano l’introduzione del reato di tortura nella definizione richiesta dalle Nazioni Unite, se non addirittura veri e propri tabù, come nel caso degli accordi con la Libia, di cui continuiamo a chiedere la sospensione e che risultano tanto assenti dal dibattito parlamentare quanto ampiamente presenti invece nell’agenda governativa” – ha aggiunto Marchesi.

”Di questi sei mesi, sul piano internazionale, oltre al rinnovato impegno per la moratoria sulla pena di morte, dobbiamo ricordare la ratifica della Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica e l’approvazione alla Camera del disegno di legge di ratifica del Trattato Onu sul commercio di armi. Resta tuttavia una grave macchia il comportamento delle autorità italiane nella vicenda della moglie e della figlia di un dissidente del Kazakistan, espulse illegalmente verso il paese di origine nonostante i rischi di persecuzione” – ha rimarcato Marchesi.

In tema di violenza contro le donne, oltre alla ratifica della Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica (Convenzione di Istanbul), “è positivo che ad agosto sia stato presentato un testo specifico, ma continuiamo a chiedere misure concrete di sostegno alle vittime della violenza, adeguatamente finanziate, e azioni di prevenzione efficaci. La repressione è importante ma da sola non risolverà il problema” – ha commentato Carlotta Sami, direttrice generale di Amnesty International Italia, che ha annunciato il lancio, a novembre, di una campagna di sms solidale contro la violenza sulle donne. 

In materia di omofobia e transfobia “siamo soddisfatti per il risultato ottenuto a settembre alla Camera dei deputati, attraverso un dibattito di elevato spessore e l’approvazione del disegno di legge che include l’orientamento sessuale e l’identità di genere nell’elenco dei motivi discriminatori associati ai reati specifici descritti nell’articolo 1 del decreto legge 122/1993 e che emenda l’art. 3 dello stesso decreto, aggiungendo l’orientamento sessuale e l’identità di genere alle circostanze aggravanti. Ci riserviamo tuttavia di capire quali effetti pratici sulla lotta alle discriminazioni potrebbe avere la clausola di salvaguardia introdotta dagli emendamenti relativi alla libertà d’espressione. Ci aspettiamo un’analoga riflessione nelle sedi istituzionali in vista del passaggio al Senato” – ha concluso Giusy D’Alconzo, direttrice delle Campagne e della ricerca di Amnesty International Italia.

Agenda in 10 punti per i diritti umani in Italia

Briefing “Quali risposte in sei mesi di Legislatura?”

“Da Verona alla Corte dei diritti umani di Strasburgo”: intervista rilasciata a Cinzia Inguanta e pubblicata su Verona-in

Strasburgo, 5 marzo 2013 – Qui sotto troverete l’intervista da me rilasciata a Cinzia Inguanta e pubblicata il 15 agosto 2012 su Verona in.

Antonella Mascia: da Verona alla Corte dei diritti umani di Strasburgo

15/08/2012 di REDAZIONE


La storia della veronese Antonella Mascia, avvocato giurista presso la Corte europea dei diritti dell’Uomo di Strasburgo, è emblematica per molte ragioni. Prima di tutto è la storia di una donna, con una forte passione civile, che da sola è riuscita a costruire un percorso professionale di altissima rilevanza, che per riuscire ad esprimere le sue potenzialità ha dovuto lasciarela sua città, che tra mille difficoltà è riuscita a conciliare la vita familiare con quella professionale, che continua ad amare il suo paese e a combattere per i valori in cui crede. La sua storia professionale inizia a Verona, dove apre uno studio legale occupandosi principalmente di diritto civile, diritto di famiglia, diritto ambientale e diritto dei migranti. Per motivi personali si trasferisce a Strasburgo.

«A Strasburgo – racconta Mascia – ho iniziato tutto daccapo, con il sogno di avere un altro figlio, che poi non è arrivato, e di stare vicino a quello che avevo. A Verona non riuscivo a fare bene, contemporaneamente, la mamma e l’avvocato. Mi sentivo lacerata tra due realtà che mi appassionavano e in cui credevo profondamente. Dopo un paio d’anni di permanenza a Strasburgo ho ripreso a lavorare. Nel frattempo avevo imparato il francese, avevo conosciuto qualche amico/a, avevo trovato casa e amici per il mio bambino. Avevo speso tutte le mie energie e il mio entusiasmo per fare in modo che la mia famiglia si ambientasse bene nella nuova città».

Nel 2003, la svolta con uno stage di tre mesi alla Corte europea dei diritti dell’Uomo: «Avevo 42 anni, ero stata avvocato per 11 anni, l’ambiente era fatto di gente più giovane e senza la mia esperienza. Penso che la mia umanità e le mie capacità mi abbiano aiutato in quei tre mesi. In seguito infatti, ho avuto la possibilità di essere assunta, anche se a tempo determinato, ininterrottamente sino al luglio 2007. Ho lavorato molto, ho conosciuto bene il sistema della Convenzione, la Corte. Facevo parte della Cancelleria, una bella  “macchina da guerra”, con tutti i pro e contro. Per la prima volta lavoravo con tante persone, ero parte di un meccanismo. Mentre ero alla Corte ho conseguito anche un master in diritto internazionale, diritti dell’Uomo, presso l’Università R. Shuman di Strasburgo. È stata una bella esperienza, ho potuto conoscere delle persone eccezionali, speciali perché si occupavano di diritti umani». Dal luglio 2007 fino a dicembre 2009, Mascia lavora al Consiglio d’Europa, al CPT (Comitato Prevenzione Tortura), alla divisione penale del servizio legale del Consiglio d’Europa. Infine, diventa giurista presso il Segretariato dellaCommissione europea per la Democrazia attraverso il diritto (la Commissione di Venezia), dove svolge attività di ricerca giuridica, predispone rapporti e coordina, in qualità di responsabile, i seminari UniDem Campus a Trieste.

Ma non è ancora abbastanza perché come ci spiega «Nel frattempo ho coltivato un altro sogno. Quello di tornare a fare l’avvocato. Nel 2008, ho aperto un blog sui diritti fondamentali, perché, per me, era importante mettere “in circolo” quello che sapevo. Il blog si chiama “Diritti fondamentali, quale tutela?” (www.antonellamascia.com). Nel 2010 ho ricominciato a fare l’avvocato. Una nuova strada e tante incertezze. Ero sulla soglia della cinquantina, di nuovo tutto daccapo. A novembre 2010 ho aperto lo studio legale a Strasburgo e ho iniziato a collaborare con lo studio ALV Avvocati Associati di Verona. Mi occupo  di diritti fondamentali, presento ricorsi alla Corte europea su questioni diverse, nuove, che sono importanti, che possono permettere al mio Paese di migliorare, che possono dare la percezione che non si può rinunciare, mai, al rispetto della dignità umana. È un lavoro tutto nuovo, che invento tutti i giorni, su basi completamente diverse dagli schemi classici imposti normalmente dall’ambiente professionale da cui provengo, che trovo molto soffocante per certi aspetti.

Sono una donna, voglio lavorare con i miei tempi, le mie sensibilità, la mia femminilità, la mia intelligenza. Voglio trasmettere le mie conoscenze ai più giovani, perché è questo l’unico modo per contribuire al cambiamento».

Cinzia Inguanta 

Il valore dei beni comuni

Strasburgo, 17 gennaio 2012 – Segnalo questo interessante commento di Stefano Rodotà sul valore dei beni comuni, apparso sul quotidiano LaRepubblica.it il 5 gennaio scorso.

Buona lettura

IL VALORE DEI BENI COMUNI

 

“Si può dire che il 2011 sia stato l’ anno (anche) dei beni comuni. Espressione, questa, fino a poco tempo fa assente nella discussione pubblica, del tutto priva d’ interesse per la politica, anche se il premio Nobel per l’ economia era stato assegnato nel 2009 a Elinor Ostrom proprio peri suoi studi in questa materia. Poi, quasi all’ improvviso, l’ Italia ha cominciato ad essere percorsa da quella che Franco Cassano aveva chiamato la “ragionevole follia dei beni comuni”. E questo è avvenuto perché la forza delle cose ha imposto un mutamento dell’ agenda politica con il referendum sull’ acqua come “bene comune”. Da quel momento in poi è stato tutto un succedersi di iniziative concrete e di riflessioni teoriche, che hanno portato alla scoperta di un mondo nuovoe all’ estensione di quel riferimento ai casi più disparati. Si parla di beni comuni per l’ acqua e per la conoscenza, per la Rai e per il teatro Valle occupato, per l’ impresa,e via elencando. Nelle pagine culturali di un quotidiano campeggiava qualche mese fa un titolo perentorio: “I poeti sono un bene comune”. L’ inflazione non è un pericolo soltanto in economia. Si impone, quindi, un bisogno di distinzionee di chiarimento, proprio per impedire che un uso inflattivo dell’ espressione la depotenzi. Se la categoria dei beni comuni rimane nebulosa,e in essa si include tuttoe il contrario di tutto, se ad essa viene affidata una sorta di palingenesi sociale, allora può ben accadere che perda la capacità di individuare proprio le situazioni nelle quali la qualità “comune” di un bene può sprigionare tutta la sua forza. E tuttaviaè cosa buona che questo continuo germogliare di ipotesi mantenga viva l’ attenzione per una questione alla quale è affidato un passaggio d’ epoca. Giustamente Roberto Esposito sottolinea come questa sia una via da percorrere per sottrarsi alla tirannia di quella che Walter Benjamin ha chiamato la “teologia economica”. Ciò di cui si parla, infatti, è un nuovo rapporto tra mondo delle persone e mondo dei beni, da tempo sostanzialmente affidato alla logica del mercato, dunque alla mediazione della proprietà, pubblica o privata che fosse. Ora l’ accento non è più posto sul soggetto proprietario, ma sulla funzione che un bene deve svolgere nella società. Partendo da questa premessa, si è data una prima definizione dei beni comuni: sono quelli funzionali all’ esercizio di diritti fondamentali e al libero sviluppo della personalità, che devono essere salvaguardati sottraendoli alla logica distruttiva del breve periodo, proiettando la loro tutela nel mondo più lontano, abitato dalle generazioni future. L’ aggancio ai diritti fondamentali è essenziale, e ci porta oltre un riferimento generico alla persona. In un bel saggio, Luca Nivarra ha messo in evidenza come la prospettiva dei beni comuni sia quella che consente di contrastare una logica di mercato che vuole “appropriarsi di beni destinati al soddisfacimento di bisogni primarie diffusi, ad una fruizione collettiva”. Proprio la dimensione collettiva scardina la dicotomia pubblico-privato, intorno alla quale si è venuta organizzando nella modernità la dimensione proprietaria. Compare una dimensione diversa, che ci porta al di là dell’ individualismo proprietarioe della tradizionale gestione pubblica dei beni. Non un’ altra forma di proprietà, dunque, ma «l’ opposto della proprietà», com’ è stato detto icasticamente negli Stati Uniti fin dal 2003. Di questa prospettiva vi è traccia nella nostra Costituzione che, all’ articolo 43, prevede la possibilità di affidare, oltre che ad enti pubblici, a “comunità di lavoratori o di utenti” la gestione di servizi essenziali, fonti di energia, situazioni di monopolio. Il punto chiave, di conseguenza, nonè più quello dell’ “appartenenza” del bene, ma quello della sua gestione, che deve garantire l’ accesso al bene e vedere la partecipazione di soggetti interessati. I beni comuni sono “a titolarità diffusa”, appartengono a tutti e a nessuno, nel senso che tutti devono poter accedere ad essie nessuno può vantare pretese esclusive. Devono essere amministrati muovendo dal principio di solidarietà. Indisponibili per il mercato, i beni comuni si presentano così come strumento essenziale perchéi diritti di cittadinanza, quelli che appartengono a tutti in quanto persone, possano essere effettivamente esercitati. Al tempo stesso, però, la costruzione dei beni comuni come categoria autonoma, distinta dalle storiche visioni della proprietà, esige analisi che partano proprio dal collegamento tra specifici beni e specifici diritti, individuando le modalità secondo cui quel “patrimonio comune” si articola e si differenzia al suo interno. Se, ad esempio, si considera la conoscenza in Rete, uno dei temi centrali nella discussione, ci si avvede subito della sua specificità. Luciano Gallino ne ha giustamente parlato come di un bene pubblico globale. Ma proprio questa sua globalità rende problematico, o improponibile, uno schema istituzionale di gestione che faccia capo ad una comunità di utenti, cosa necessaria e possibile in altri casi. Come si estrae questa comunità dai miliardi di soggetti che costituiscono il popolo di Internet? Di nuovo una sfida alle categorie abituali. La tutela della conoscenza in Rete non passa attraverso l’ individuazione di un gestore, ma attraverso la definizione delle condizioni d’ uso del bene, che deve essere direttamente accessibile da tutti gli interessati, sia pure con i temperamenti minimi resi necessari dalle diverse modalità con cui la conoscenza viene prodotta. Qui, dunque, non opera il modello partecipativo e, al tempo stesso, la possibilità di fruire del bene non esige politiche redistributive di risorse perché le persone possano usarlo. È il modo stesso in cui il bene viene “costruito” a renderlo accessibile a tutti gli interessati. Ben diverso è il caso dell’ impresa, di cui pure si discute. Quiè grande il rischio della confusione. Sappiamo da tempo che l’ impresa è una “costellazione di interessi” e che sono stati costruiti modelli istituzionali volti a dar vocea tutti. Ma la partecipazione, anche nelle forme più intense di cogestione, non mette tutti i soggetti sullo stesso piano, né elimina il fatto che il punto di partenzaè costituito da conflitti, non da convergenza di interessi. Parlare di bene comune è fuorviante. L’ opera di distinzione, definizione, costruzione di modelli istituzionali differenziati anche se unificati dal fine, è dunque solo all’ inizio. Ma non rimane nel cielo della teoria. Proprio l’ osservazione della realtà italiana ci offre esempi del modo in cui la logica dei beni comuni cominci a produrre effetti istituzionali. Il comune di Napoli ha istituito un assessorato per i beni comuni; la Regione Puglia ha approvato una legge, pur assai controversa, sull’ acqua pubblica; la Regione Piemonte ne ha approvata una sugli open data, sull’ accesso alle proprie informazioni; in Senato sono stati presentati due disegni di legge sui beni comuni e vi sono proposte regionali, come in Sicilia. Si sta costruendo una rete dei comuni ed una larga coalizione sociale lavora ad una Carta europea. Quel che unifica queste iniziative è la loro origine nell’ azione di gruppi e movimenti in grado di mobilitare i cittadini e di dare continuità alla loro presenza. Una novità politica che i partiti soffrono, o avversano. Ancora inconsapevoli, dunque, del fatto che non siamo di fronte ad una questione marginale o settoriale, ma ad una diversa idea della politica e delle sue forme, capace non solo di dare voce alle persone, ma di costruire soggettività politiche, di redistribuire poteri. È un tema “costituzionale”, almeno per tutti quelli che, volgendo lo sguardo sul mondo, colgono l’ insostenibilità crescente degli assetti ciecamente affidati alla legge “naturale” dei mercati. – STEFANO RODOTÀ”