CONFISCA PER LOTIZZAZIONE ABUSIVA, DOMANI SARA’ PUBBLICATA LA SENTENZA DI GRANDE CAMERA DELLA CORTE EUROPEA DEI DIRITTI DELL’UOMO NEI CASI G.I.E.M. S.R.L. E ALTRI C. ITALIA

Strasburgo, 27 giugno 2018 – Domani 28 giugno 2018, alle ore 10, la Grande Camera della C.E.D.U. pubblicherà la sentenza riguardante i casi G.I.E.M. e altri c. Italia.

Questi casi riguardano la confisca di terreni prevista in caso di lottizzazione abusiva dalla legge n. 47 del 1985, che è stata applicata sia in caso di accertamento della prescrizione sia in caso di assoluzione nei confronti delle quattro società ricorrenti. Peraltro, in uno dei casi trattati dalla C.E.D.U., oltre alla società ricorrente vi era anche un privato comproprietario del terreno confiscato (Falgest S.r.l. e Gironda c. Italia).

La C.E.D.U. si è già pronunciata in materia valutando la legittimità dell’articolo 19 della legge n. 47 del 1985. Nella sentenza Sud Fondi S.r.l. e altri c. Italia, sentenza del 20 gennaio 2009, riguardante delle società i cui legali rappresentanti, accusati di lottizzazione abusiva erano stati poi assolti, la C.E.D.U. aveva concluso che la sanzione della confisca era arbitraria e conseguentemente che vi era stata violazione dell’articolo 7 della Convenzione (nulla poena sine lege) e dell’articolo 1 del Protocollo n. 1 alla Conenzione (protezione della proprietà). Nel caso Varvara c. Italia, sentenza del 29 ottobre 2013, dove il ricorrente era stato assolto per intervenuta prescrizione del reato, la C.E.D.U. aveva concluso stabilendo nuovamente che la confisca era arbitraria e che vi era stata la violazione degli articoli 7 della Convenzione e 1 del Protocollo n. 1 alla Convenzione.

I ricorrenti nei casi G.I.E.M. S.r.l. e altri c. Italia si lamentano che la confisca dei loro terreni ai sensi della legge n. 47 del 1985 violi gli articoli 7 della Convenzione, 1 del Protocollo n. 1 della Convenzione, 6 della Convenzione (diritto a un processo equo) e 13 della Convenzione (diritto a un ricorso effettivo).

I ricorsi sono stati presentati davanti alla C.E.D.U. il 21 dicembre 2005, il 2 agosto 2007 e il 23 marzo 2011. I casi sono stati quindi comunicati per osservazioni al Governo italiano rispettivamente il 30 marzo 2009, il 5 giugno 2012 e il 30 aprile 2013.

Il 5 giugno 2012, la C.E.D.U. ha emesso una decisione parziale sulla ricevibilità dei ricorsi Hotel Promotion Bureau S.r.l. c. Italia e R.I.T.A. Sarda S.r.l. c. Italia. Il 30 aprile 2013 la C.E.D.U. ha emesso una decisione parziale anche riguardo al caso Falgest S.r.l. e Gironda c. Italia.

Il 17 febbraio 2015, la Camera della C.E.D.U. a cui erano stati assegnati i ricorsi ha rimesso quest’ultimi davanti alla Grande Camera, la quale ha tenuto un’udienza pubblica  il 2 settembre 2015.

Un breve excursus sull’evoluzione della giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo in tema di ergastolo

Strasburgo, 2 gennaio 2018 – La Corte europea dei diritti dell’uomo (“C.E.D.U.”) in tema di ergastolo ha sviluppato una giurisprudenza volta a verificare se tale tipo di pena possa essere compatibile o meno con la Convenzione europea dei diritti dell’uomo.

Tra i casi che saranno qui di seguito citati ve ne sono due che riguardano l’Italia. Il primo è il caso Garagin c. Italia, riguardante l’ergastolo “ordinario”, mentre il secondo, in attesa di essere deciso è il caso Viola c. Italia che riguarda l’ergastolo “ostativo” previsto dall’articolo 4bis della legge n. 354 del 1975.

Le pronunce della C.E.D.U. in tema di ergastolo, richiamate cronologicamente e distinte per esito, sono le seguenti:

Le pronunce di non violazione

Léger c. Francia, ricorso n. 19324/02

  • Decisione del 21 settembre 2004: Articolo 3: condannato detenuto da quarant’anni: ricevibile; Articolo 5 § 1 a): dopo la condanna; condannato detenuto da quartant’anni divenuta “liberabile” dopo venticinque anni: ricevibile.
  • Sentenza di Grande Camera del 30 marzo 2009: Articolo 37 § 1: richiesta di proseguimento della procedura presentata da una persona senza titolarità (non erede e senza un interesse legittimo) – radiazione dal ruolo.

Kafkaris c. Cipro, ricorso n. 21906/04

  • Decisione dell’11 aprile 2006: Articolo 3: il ricorrente è stato lasciato nell’incertezza riguardo alla durata reale della pena dell’ergastolo: ricevibile; articolo 5 § 1: mantenimento in detenzione oltre il termine: ricevibile; articolo 7: ambiguità riguardo alla durata ufficiale della pena dell’ergastolo: ricevibile.
  • Sentenza di Grande Camera del 12 febbraio 2008: Articolo 3: trattamento inumano e degradante, pena dell’ergastolo priva di ogni prospettiva di liberazione in caso di buona condotta a seguito di modifica legislativa: non violazione; articolo 7: nullum crimen sine lege, disposizioni legislative in contrasto tra loro e riguardanti la pena dell’ergastolo e il diritto di beneficiare di una remissione della pena: violazione; Cambiamento della legislazione riguardante la remissione della pena per buona condotta per un detenuto condannato all’ergastolo che fu informato dall’autorità giudiziaria competente che la sua era la pena dell’ergastolo: non violazione.

Garagin c. Italia, ricorso n. 33290/07

  • Decisione del 29 aprile 2008: Articolo 3: trattamento inumano e degradante, pena dell’ergastolo “ordinario”, possibilità per il detenuto di beneficiare della liberazione: ricorso irricevibile.

Streicher c. Germania, ricorso n. 40384/04

  • Decisione del 10 febbraio 2009: Articoli 3, 5 e 7: il ricorrente, condannato alla pena dell’ergastolo, non è privato della speranza di rimessione in libertà in quanto il diritto interno prevede la liberazione condizionale: ricorso irricevibile.

Meixner c. Germania, ricorso n. 26958/07

  • Decisione del 26 novembre 2009: Articolo 3: ricorrente condannato alla pena dell’ergastolo a cui è stata rigettata la richiesta di liberazione condizionale; dato che il diritto nazionale tedesco prevede la possibilità di riesaminare la pena al fine di commutarla o di permettere l’accesso alla liberazione condizionale è conforme all’articolo 3: ricorso irricevibile.

Lynch e Whelan c. Irlanda, ricorsi n. 70495/10 74565/10

  • Decisione dell’8 luglio 2014: Articolo 5 § 1: Article 5-1: Arresto o detenzione regolare, mantenimento in detenzione senza controllo in caso di una condanna all’ergastolo “interamente punitiva”: irricevibile.

Bodein c. Francia, ricorso n. 40014/10

  • Sentenza del 13 novembre 2014: Articolo 3: pena inumana e degradante, pena dell’ergastolo con la possibilità di riesame dopo trent’anni di detenzione: non violazione.

Hutchinson c. Regno Unito, ricorso n. 57592/08

  • Sentenza del 3 febbraio 2015: Articolo 3: pena degradante e inumana, mantenimento in detenzione in caso di ergastolo effettivo dopo il chiarimento riguardo al potere del Ministero di ordinare la remissione in libertà: non violazione
  • Sentenza di Grande Camera del 17 gennaio 2017: Articolo 3: pena degradante e inumana, mantenimento in detenzione in caso di ergastolo effettivo dopo il chiarimento riguardo al potere del Ministero di ordinare la remissione in libertà: non violazione.

Le pronunce di violazione

Precedenti al caso “Vinter”

Brogan e altri c. Regno Unito, ricorsi n. 11209/84; 11234/84; 11266/84; 11386/85

Megyeri c. Germania, ricorso n. 13770/88

  • Sentenza del 12 maggio 1992: Articolo 5 § 4: la persona non imputabile detenuta in un istituto psichiatrico per aver commesso atti costituenti reati, deve essere assistita da un avvocato nei procedimenti riguardanti la misura limitativa della sua libertà: violazione.

Stanev c. Bulgaria, ricorso n. 36760/06

  • Decisione del 29 giugno 2010: ricorso ricevibile.
  • Sentenza di Grande Camera del 17 gennaio 2012: Articolo 6 § 1 (procedura civile): accesso a un tribunale, mancanza, per una persona parzialmente incapace, di accesso diretto al Giudice competente per richiedere l’accertamento della sua capacità: violazione; Articolo 3: trattamento degradante, condizioni di vita all’interno dell’istituto psichiatrico: violazione; Articolo 5 § 1: privazione della libertà, vie legali, regolarità di un internamento in un istituto psichiatrico: violazione; Articolo 5 § 4: assenza di un ricorso per contestare la legittimità dell’internamento in un istituto psichiatrico: violazione; Articolo 13: assenza di un ricorso per ottenere il ristoro per le cattive condizioni di vita all’interno dell’istituto psichiatrico: violazione.

Il caso “Vinter”

Vinter e altri c. Regno Unito, ricorsi n. 66069/09, 130/10 e 3896/10

  • Sentenza del 17 gennaio 2012: Articolo 3: pena degradante e inumana, la pena dell’ergastolo con possibilità di liberazione unicamente in caso di malattia in fase terminale o di grave incapacità: non violazione.
  • Sentenza di Grande Camera del 9 luglio 2013: Articolo 3: pena degradante e inumana, la pena dell’ergastolo con possibilità di liberazione unicamente in caso di malattia in fase terminale o di grave incapacità: violazione (versione italiana).

Successive al caso “Vinter”

Öcalan c. Turchia (n. 2), ricorsi n. 24069/03, 197/04, 6201/06 e 10464/07

  • Sentenza del 18 marzo 2014: Articolo 3: condizioni di detenzione fino al 17 novembre 2009: violazione; Articolo 3: condizioni di detenzione successive al 17 novembre 2009: non violazione; Articolo 3: condanna all’ergastolo senza possibilità di liberazione condizionale: violazione; Articolo 8: non violazione; Articolo 7: non violazione.

László Magyar c. Ungheria, ricorso n. 73593/10

  • Sentenza del 20 maggio 2014: Articolo 3: pena inumana e degradante: la pena dell’ergastolo irriducibile de jure e de facto nonostante la possibilità di grazia presidenziale: violazione.

Harakchiev e Tolumov c. Bulgaria, ricorsi n. 15018/11 e 61199/12

  • Sentenza dell’8 luglio 2014: Articolo 3: Pena inumana e degradante, il regime dell’ergastolo che non offre sufficienti possibilità di reinserimento al fine di ottenere una riduzione della pena: violazione.

Trabelsi c. Belgio, ricorso n. 140/10

  • Sentenza del 4 settembre 2014: Articolo 3: estradizione verso uno Stato non contraente della Convenzione (Stati Uniti d’America), dove il ricorrente corre il rischio di essere sottoposto alla pena dell’ergastolo senza possibilità di liberazione condizionale: violazione; Articolo 34: ostacolare l’esercizio del diritto di ricorso, trasferimento di una persona negli U.S.A. con il rischio reale di incorrere nella pena dell’ergastolo senza possibilità di liberazione condizionale e non rispetto della misura provvisoria ordinata dalla C.E.D.U.: violazione.

Kaytan c. Turchia, ricorso n. 27422/05

Murray c. Paesi Bassi, ricorso n. 10511/10

  • Sentenza del 10 dicembre 2013: Articolo 3: trattamento inumano e degradante, rifiuto di accordare la liberazione condizionale a un detenuto con problemi mentali condannato alla pena dell’ergastolo e che ha scontato trent’anni di reclusione: non violazione
  • Sentenza di Grande Camera del 26 aprile 2016: Articolo 3: pena inumana e degradante, irriducibilità de facto della pena dell’ergastolo inflitta ad una persona malata mentale: violazione.

T.P. e A.T. c. Ungheria, ricorsi n. 37871/14 73986/14

  • Sentenza del 4 ottobre 2016: Articolo 3: pena inumana e degradante: la pena dell’ergastolo riesaminata automaticamente dopo quarant’anni di detenzione: violazione.

Matiošaitis e altri c. Lituania, ricorsi n. 22662/13, 51059/13, 58823/13, 59692/13, 59700/13, 60115/13, 69425/13 e 72824/13

  • Sentenza del 23 maggio 2017: Articolo 3: Pena inumana e degradante, le pene all’ergastolo che non offrono alcuna prospettiva di liberazione: violazione.

 Casi attualmente pendenti

Ali Tekin e Necip Baysal c. Turchia, ricorsi n. 40192/10 8051/12

  • Comunicazioni del 20 luglio 2015: i ricorrenti si lamentano della loro condanna alla pena dell’ergastolo senza possibilità di liberazione condizionale, di essere sottoposti ad un regime penitenziario speciale e di non disporre di una via di ricorso effettiva. La C.E.D.U. ha comunicato i ricorsi sotto il profilo degli articoli 3 e 13.

Viola c. Italia, ricorso n. 77633/16

  • Comunicazione del 30 maggio 2017: ergastolo “ostativo” ai sensi dell’articolo 4bis della legge n. 354 del 1975; La C.E.D.U. ha comunicato il ricorso stoto il profilo degli articoli 3 e 8.

Concorso esterno in associazione mafiosa, nel caso Contrada c. Italia (n. 3) la Corte europea dei diritti dell’uomo accerta la violazione dei principi di non retroattività e di prevedibilità della legge penale

Strasburgo, 15 aprile 2015 – Con sentenza del 14 aprile 2015 sul caso Contrada c. Italia (n. 3) (ric. n. 66655/13), la Corte europea dei diritti dell’uomo ha dichiarato la violazione dell’articolo 7 della Convenzione che sancisce il principio di legalità in materia penale (nulla poena sine lege).

La Corte di Strasburgo ha ritenuto che la condanna del ricorrente per concorso esterno in associazione di stampo mafioso per fatti da lui compiuti negli anni dal 1979 al 1988 fosse contraria al principio di legalità in materia penale e di prevedibilità dell’azione panale in quanto tale figura criminosa è stata elaborata dalla giurisprudenza italiana solo a partire dal 1987 e consolidata dal 1994.

Bruno Contrada – cittadino italiano, nato nel 1931 – era stato condannato con sentenza del Tribunale di Palermo del 5 aprile 1996 alla pena di dieci anni di reclusione per concorso in associazione di stampo mafioso con riferimento a fatti accaduti tra il 1979 e il 1988.

Il Tribunale ritenne che, nella sua posizione di funzionario di polizia e, in seguito, di capo dal gabinetto dell’Alto commissario per la lotta alla mafia e, infine, di direttore aggiunto dei servizi segreti civili (SISDE), avesse sistematicamente contribuito all’attività e alla realizzazione degli scopi criminali dell’associazione mafiosa “Cosa nostra” fornendo delle informazioni sullo stato delle investigazioni e delle operazioni di polizia di cui erano destinatari alcuni membri dell’organizzazione.

Il ricorrente propose appello eccependo che all’epoca dei fatti contestatigli il concorso esterno in associazione di stampo mafioso come categoria di reato non era prevedibile in quanto risultato di un’elaborazione giurisprudenziale successiva. Con sentenza del 4 maggio 2001, la Corte d’Appello di Palermo annullò la condanna del ricorrente perché il fatto non costituiva reato.

Su rinvio della Corte di Cassazione, una diversa sezione della Corte d’Appello di Palermo confermò, con sentenza del 25 febbraio 2006, il giudizio di condanna del ricorrente ritenendo che il Tribunale di prima istanza avesse applicato correttamente i principi elaborati dalla giurisprudenza in materia. La Corte d’Appello fece valere che l’esistenza della previsione normativa che punisce il concorso esterno in associazione di stampo mafioso era stata elaborata dalla Corte di Cassazione in due sentenze, del 1994 e 1995, poi confermata nel 2002 e nel 2005. Inoltre, come già nella sentenza del 4 maggio 2001, la Corte d’Appello aveva rilevato la differenza tra la nozione di concorrente esterno in associazione di stampo mafioso – con la quale si indica una persona che opera sistematicamente con gli associati – e quella di mero connivente – con la quale si indica colui che aiuta, in casi determinati, un associato.

Il ricorso del ricorrente fu, infine, rigettato dalla Corte di Cassazione l’8 gennaio 2008.

Il ricorrente ha quindi eccepito davanti alla Corte di Strasburgo lamentando che la nozione di concorso esterno in associazione di stampo mafioso era stato il risultato di un’elaborazione giurisprudenziale posteriore ai fatti per i quali era stato condannato.

Nel caso di specie la C.E.D.U. ha richiamato la propria giurisprudenza riguardante il principio “nulla poena sine lege” (set. Del Rio Prada c. Spagna, ric. n. 42750/09), valutando quindi le disposizioni rilevanti e l’interpretazione fornita dalla giurisprudenza interna tra il 1979 e il 1988 al fine di verificare se il ricorrente avesse potuto prevedere le conseguenze della propria condotta.

La C.E.D.U. ha quindi rilevato che, come riconosciuto dal Tribunale di Palermo nella sentenza del 5 aprile 1996, l’esistenza della previsione del reato di associazione esterna in associazione di stampo mafioso è stata oggetto di statuizioni giurisprudenziali divergenti da parte della Corte di Cassazione. La Suprema Corte ha infatti menzionato tale ipotesi di reato per la prima volta 1987, ha quindi negato tale ipotesi in alcune sentenze del 1989 e 1994. Ha poi riconosciuto l’esistenza della fattispecie di concorso eventuale in associazione di stampo mafioso in alcune sentenze del 1987, 1992 e 1993. Solo con la sentenza Demitry del 5 ottobre 1994 la Corte di Cassazione ha fatto, per la prima volta, il punto su questa questione e, definendo il conflitto giurisprudenziale, ha ammesso l’esistenza della fattispecie di reato di concorso esterno in associazione di stampo mafioso.

La Corte di Strasburgo ha rilevato inoltre che la Corte d’Appello di Palermo, nella sentenza del 25 febbraio 2006, si è basata su sentenze successive ai fatti contestati al ricorrente. Infine, le contestazioni del ricorrente proposte davanti a tutte le giurisdizioni nazionali riguardanti il principio di irretroattività e di prevedibilità della legge penale non sono state esaminate in maniera approfondita dalle giurisdizioni italiane, che si sono limitate ad analizzare in dettaglio la sussistenza del reato di concorso esterno in associazione di stampo mafioso nell’ordinamento giuridico interno, senza tuttavia soffermarsi sulla diversa questione in merito alla possibilità, per il ricorrente, di conoscere la fattispecie di reato all’epoca dei fatti contestatigli.

I Giudici di Strasburgo hanno ritenuto che, poiché la fattispecie criminosa è stata il risultato di un’evoluzione giurisprudenziale sviluppatasi a partire dalla fine degli ottanta e consolidatasi nel 1994 (con la sentenza Demitry), essa non era sufficientemente chiara e prevedibile dal ricorrente all’epoca dei fatti contestatagli risalenti agli anni tra il 1979 e il 1988.

Per questo motivo la C.E.D.U. ha dichiarato la violazione dell’articolo 7 della Convenzione, condannando lo Stato italiano a un risarcimento di 10.000 euro per danni morali, oltre a 2.500 euro per le spese legali.