Abusi sessuali subiti a scuola da un’allieva di otto anni: l’Irlanda è chiamata a rispondere davanti alla Grande Camera della Corte europea dei diritti dell’Uomo della violazione degli articoli 3, 8. 13 e 14 della Convenzione e 2 del Protocollo n. 1 alla Convenzione

Strasburgo, 6 marzo 2013 – La C.E.D.U. ha tenuto oggi un’udienza di Grande Camera nel caso O’Keeffe c. Irlande. Il caso riguarda la responsabilità dello Stato riguardo ad abusi sessuali subiti da un’allieva, all’epoca dei fatti di circa otto anni, da parte di un insegnante laico quando frequentava una “scuola nazionale” in Irlanda nel 1973. La ricorrente ha eccepito la violazione degli articoli 3 (divieto di trattamenti inumani o degradanti), 8 (diritto al rispetto della vita privata), 13 (diritto ad un ricorso effettivo) e 14 (divieto di discriminazione) della Convenzione, nonché dell’articolo 2 del Protocollo n. 1 alla Convenzione (diritto all’educazione).

Il ricorso era stato presentato il 16 giugno 2009 e dichiarato ricevibile il 26 giugno 2012. Il 20 settembre 2012 la Camera a cui era stato assegnato il caso l’ha rimesso davanti alla Grande Camera.

Qui sotto il link per vedere la trasmissione dell’udienza.

Nel caso Costa e Pavan la C.E.D.U. ha accertato la violazione del diritto fondamentale al rispetto alla vita privata e familiare garantito dall’articolo 8 della Convenzione a causa del divieto imposto ad una coppia portatrice di una malattia genetica di ricorrere alla diagnosi pre-impianto per una fecondazione in vitro

Strasburgo, 30 settembre 2012 – Con sentenza del 28 agosto 2012, la C.E.D.U. ha deciso che nel caso Costa e Pavan c. Italia (ricorso n. 54279/10) vi è stata violazione dell’articolo 8 della Convenzione (diritto al rispetto della vita privata e familiare).

La vicenda riguarda una coppia italiana portatrice sana di una grave malattia genetica che, per evitare di trasmettere tale malattia avrebbe voluto ricorrere alla procreazione medicalmente assistita con la possibilità così di selezionare gli embrioni sani attraverso il loro esame genetico. Tuttavia la coppia non ha potuto accedere alla diagnosi genetica pre-impianto perché vietata dalla legge n. 40 del 19 febbraio 2004.

I giudici di Strasburgo hanno rilevato l’incoerenza del sistema legislativo italiano. Da una parte esso priva i ricorrenti dell’accesso alla diagnosi genetica pre-impianto, e dall’altra, li autorizza ad effettuare un’interruzione di gravidanza nel momento in cui risulti che il feto concepito è malato della malattia genetica di cui sono affetti.

Secondo la C.E.D.U. l’ingerenza nella vita privata e familiare è sproporzionata.

Nel caso specifico, i ricorrenti sono due coniugi italiani che nel 2006, al momento della nascita della loro prima figlia, scoprirono di essere portatori sani della mucoviscidosi. La loro prima figlia aveva infatti questa grave malattia. Nel 2010 la signora Costa rimase nuovamente incinta. Eseguita una diagnosi prenatale, i ricorrenti scoprirono che il feto era affetto da mucoviscidosi. La signora Costa decise allora di ricorrere all’aborto terapeutico.

La coppia è quindi ricorsa alla C.E.D.U. esponendo che pur desiderando un bambino attraverso il metodo della fecondazione in vitro – la procreazione medicalmente assistita, in modo che l’embrione possa essere sottoposto ad una diagnosi genetica pre-impianto, ciò gli è impedito dalla legge n. 40 del 19 febbraio 2004.

Nel caso di specie i ricorrenti hanno inoltre evidenziato che la diagnosi pre-impianto è autorizzata dal decreto ministeriale n. 31639 dell’11 aprile 2008 solo nel caso di coppie sterili o di coppie in cui l’uomo è affetto da una malattia virale trasmissibile per via sessuale come l’aids o l’epatite B e C.

I ricorrenti hanno pertanto eccepito la violazione dell’articolo 8 della Convenzione (diritto ala rispetto della vita privata e familiare) in quanto, per avere un figlio sano, avrebbero dovuto iniziare ogni volta una gravidanza e, nel caso avessero accertato la trasmissione della malattia genetica, avrebbero potuto far ricorso all’aborto terapeutico, mentre non potevano ricorrere alla procreazione medicalmente assistita e alla diagnosi pre-impianto, tecniche senz’altro meno invasive e doloroe. Inoltre hanno eccepito la violazione dell’articolo 14 della Convenzione (divieto di discriminazione) perché hanno ritenuto di essere stati discriminati rispetto alle coppie sterili e a quelle dove l’uomo è portatore di una malattia sessualmente trasmissibile.

Il caso, presentato il 20 settembre 2010 e trattato in via prioritaria, ha sollevato parecchio interesse a livello nazionale. Nel corso della procedura si sono costituite, quali terzi intervenenti ai sensi degli articoli 36 § 2 della Convenzione e 44 § 3 del Regolamento, anche diverse associazioni, tra cui l’associazione “Luca Coscioni”.

La C.E.D.U. ha ritenuto che la richiesta dei ricorrenti di poter accedere alla procreazione medicalmente assistita e alla diagnosi pre-impianto per avere un bambino sano, in considerazione della malattia genetica di cui sono portatori sani, costituisca una forma di espressione del loro diritto alla vita privata e familiare garantito dall’articolo 8 della Convenzione.

La C.E.DU. ha inoltre constatato che il divieto imposto ai ricorrenti costituisce un’ingerenza “prevista dalla legge” e che ha lo scopo di proteggere la morale e i diritti e le libertà d’altri.

Il Governo italiano ha giustificato tale ingerenza affermando che le limitazioni di legge imposte avrebbero lo scopo di tutelare la salute del “bambino” e della donna, la dignità e la libertà di coscienza dei medici e di evitare il rischio di derive eugeniche.

Riguardo alle argomentazioni sollevate dal Governo, la C.E.D.U. ha innanzitutto precisato che un embrione non può essere certamente considerato come un bambino.

La C.E.D.U. ha quindi ritenuto irragionevole la posizione del Governo.

Essa ha infatti rilevato che il sistema giuridico italiano  da una parte impedisce la diagnosi pre-impianto per accertare la presenza della malattia genetica e, dall’altra, autorizza gli interessati a praticare un aborto terapeutico quando si riscontra che il feto è malato. La C.E.D.U. ha inoltre posto l’accento sul fatto che un aborto terapeutico ha conseguenze dolorose sia per il feto che per i genitori e in particolar modo per la madre.

La C.E.D.U. ha poi tenuto a sottolineare le differenze tra il caso Costa e Pavan c. Italia e S.H. c. Austria dove si era affrontata la questione dell’accesso alla fecondazione eterologa.

Nel caso di specie infatti la C.E.D.U. è stata chiamata a verificare se in un caso di fecondazione omologa come quello in esame vi fosse stata proporzionalità nel divieto imposto dalla legge n. 40/2004 a fronte  della possibilità di praticare un aborto terapeutico, previsto dalla legge, in caso in cui il feto fosse affetto da una malattia come quella di cui i ricorrenti erano portatori sani.

La Corte ha quindi ritenuto che il sistema legislativo italiano è incoerente in quanto lascia ai ricorrenti una sola possibilità, quella dolorosa e piena di sofferenze, ovvero di iniziare una gravidanza e quindi di procedere ad un’interruzione volontaria con un aborto terapeutico ogni volta che dall’esame prenatale risulti che il feto è malato.

Conseguentemente l’ingerenza dello Stato italiano nel diritto dei ricorrenti al rispetto della loro vita privata e familiare è stato ritenuto dalla C.E.D.U. sproporzionato e pertanto in violazione dell’articolo 8 della Convenzione.

Quanto all’articolo 14 della Convenzione, la C.E.D.U. ha invece concluso per la non violazione. Partendo dal principio che una discriminazione nasce da un trattamento diverso applicato a persone che si trovino in situazioni comparabili, la C.E.D.U. ha ritenuto che il divieto di diagnosi pre-impianto è applicato alla stessa categoria di persone e che ad essa non è assimilabile quella delle coppie dove l’uomo è malato di una malattia virale trasmissibile per via sessuale.

Ai sensi dell’articolo 41 della Convenzione, la C.E.D.U. ha condannato lo Stato italiano a pagare ai ricorrenti, a titolo di risarcimento per i danni morali subiti, la somma di 15.000 euro e la somma di 2.500 euro per spese e competenze legali.

A livello normativo interno, la C.E.D.U. ha esaminato non solo la normativa applicabile al caso di specie, ma anche le pronunce emesse in materia dalle giurisdizioni interne, richiamando due sole sentenze, la sentenza del T.A.R. del Lazio n. 398 del 21 gennaio 2008 e l’ordinanza del Tribunale di Salerno n. 12474/09 del 13 gennaio 2010.

Ha poi esaminato una serie di Convenzioni regolanti la materia a livello internazionale. In particolare ha esaminato la Convenzione di Oviedo del 4 aprile 1997 sui diritti dell’uomo e la biomedicina, la direttiva europea n. 2004/23CE del Parlamento europeo e del Consiglio europeo del 31 marzo 2004, il documento di base sulla diagnosi pre-impianto e prenatale pubblicato dal Comitato per la bioetica del Consiglio d’Europa del 22 novembre 2010 (CBDI/INF (2010)6), il rapporto di “Diagnosi genetica per reimpianto in Europa” della Joint Reserach Centre della Commissione europea del dicembre 2007 (EUR 22764 EN) e il rapporto consultativo riguardante le malattie rare e la necessità di un’azione comune del Parlamento europeo del 23 aprile 2009. Infine, la C.E.D.U. ha condotto un esame comparato dei vari sistemi legislativi degli Stati europei facenti parte del Consiglio d’Europa, riscontrando che la diagnosi pre-impianto per prevenire la trasmissione di malattie genetiche è vietata solo in Austria, Italia e Svizzera e che in quest’ultimo paese si sta procedendo per una riforma legislativa.

La sentenza ha suscitato reazioni anche forti a livello nazionale.

In particolare il Governo italiano è intenzionato a ricorrere alla Grande Camera della C.E.D.U. perché si pronunci riformando la sentenza del 28 agosto 2012 e dichiarando che non vi è stata violazione dell’articolo 8 della Convenzione.

Ritengo che la C.E.D.U. nell’esaminare la vicenda sia stata prudente ed abbia valutato con attenzione tutti gli aspetti, attenendosi all’esame del caso specifico.

Pertanto sarà difficile convincere i Giudici di Strasburgo, anche riuniti in Grande Camera, che il divieto della diagnosi pre-impianto su embrioni provenienti da una coppia portatrice di una grave malattia genetica possa essere ritenuto legittimo in una società democratica, tanto più quando nel sistema giuridico italiano è previsto comunque l’aborto terapeutico in caso di riscontro della stessa malattia nel feto.

Smaltimento dei rifiuti in Campania, la CEDU comunica al Governo italiano il caso DI SARNO e altri c. Italia

Strasburgo, 5 agosto 2009 – Il 3 giugno 2009, la CEDU ha comunicato il caso DI SARNO  e altri c. Italia (ricorso n. 30765/08) al Governo italiano.

Si tratta di una vicenda riguardante il grave problema dello smaltimento dei rifiuti in Campania.

I ricorrenti lamentano la violazione da parte dell’Italia degli articoli 2 e 8 della Convenzione, perché le autorità pubbliche si sarebbero astenute dall’adottare le misure necessarie a garantire il funzionamento del servizio pubblico di raccolta, trattamento ed eliminazione dei rifiuti, avrebbero inoltre posto in essere una cattiva politica legislativa e amministrativa, danneggiando gravemente l’ambiente e la regione, mettendo in pericolo di vita degli stessi ricorrenti e, in generale, quella di tutta la popolazione locale.

Le autorità pubbliche avrebbero inoltre omesso di informare i ricorrenti dei rischi legati al fatto di abitare in un territorio inquinato.

I ricorrenti lamentano inoltre la violazione degli articoli 6 e 13 della Convenzione, in quanto le autorità italiane non avrebbero adottato alcuna iniziativa per salvaguardare i diritti degli aventi diritto. Inoltre la magistratura avrebbe proceduto penalmente nei confronti dei responsabili nella “gestione” dei rifiuti con grave ritardo.

Il Governo italiano dovrà rispondere alla CEDU su diverse questioni e precisamente:

  1. se i danni all’ambiente denunciati dai ricorrenti possano incidere direttamente sul loro benessere; in altri termini, se i ricorrenti possono pretendersi vittime della violazione degli articoli 2 (diritto alla vita) e 8 (diritto al rispetto della vita privata, familiare e del domicilio), oltre che della violazione al diritto alla salute e alla vita;
  2. se i ricorrenti disponevano di un sistema di ricorso interno effettivo ed accessibile, ai sensi degli articoli 35 §1, 6 e 13 della Convenzione, per poter denunciare le violazioni lamentate;
  3. se esista un pregiudizio al diritto alla vita dei ricorrenti, in pratica se si possa ritenere che lo Stato abbia adottato tutte le misure necessarie e pertinenti per impedire che la vita dei ricorrenti fosse messa in pericolo:
  4. se esista un pregiudizio al diritto dei ricorrenti al rispetto della loro vita privata e familiare e del loro domicilio, oltre che al loro diritto alla salute ai sensi dell’articolo 8 della Convenzione; in altri termini, se lo Stato abbia esercitato, da un lato, il dovere di vigilanza e, dall’altro lato, abbia preso le misure adeguate per proteggere i diritti dei ricorrenti, fornendo tutte le informazioni che permettessero di valutare in che misura i ricorrenti erano esposti a rischi legati all’attività di raccolta, trattamento ed eliminazione dei rifiuti.

La CEDU ha inoltre invitato il Governo italiano ad indicare se le società concessionarie del servizio di raccolta, trattamento ed eliminazione dei rifiuti nella Provincia di Napoli possano essere qualificati come organismi di Stato, in particolare per quanto riguarda il loro statuto e la natura del servizio fornito.

La comunicazione riporta tutta la vicenda.

Si parte dal 1994, anno in cui l’allora Presidente del Consiglio dei Ministri dichiara lo stato di emergenza per la Regione Campania, a causa dei gravi problemi relativi allo smaltimento dei rifiuti solidi urbani. Tale stato di emergenza viene prorogato senza soluzione di continuità sino al presente. La gestione dello stato di emergenza, dall’11 febbraio 1994 al 23 maggio 2008, viene affidato a “Commissari straordinari” designati via via dal Presidente del Consiglio dei Ministri, assistiti da vice-commissari.

Riguardo alla gestione dei rifiuti fino al 2003, la CEDU ricorda che la legge regionale n. 10 del 10 febbraio 1993 aveva fissato le linee direttrici per un piano di eliminazione dei rifiuti in Campania e che nel 1997 il Presidente della Regione, al contempo Commissario straordinario, approva il Piano Regionale per lo Smaltimento dei Rifiuti in Campania, prevedendo anche la costruzione di cinque termodistruttori.

Nel 1998 l’allora Presidente della Regione e Commissario straordinario bandisce una gara d’appalto per la concessione decennale del servizio di trattamento ed eliminazione dei rifiuti prodotti nella provincia di Napoli. A seguito della procedura di aggiudicazione, il 20 marzo 2000 il servizio viene affidato ad un gruppo di imprese, le società Fisia Impianti S.p.A., Impregilo S.p.A., Bacock Kommunal GmbH, Deutsche Babcock Anlagen GmbH e Evo Oberhausen AG. Il contratto viene stipulato in data 7 giugno 2000. Secondo gli accordi, devono essere costruiti centri di produzione di CDR in Caivano e Tufino entro 300 giorni a contare dall’aprile 2000 e quello di Giuliano entro 270 giorni a partire dal marzo 2000. Un impianto termovalorizzatore di CDR ad Acerra, deve essere costruito entro 24 mesi, ma a far data da stabilirsi in seguito.

Nel frattempo, nel 1999, il Commissario straordinario bandisce una gara d’appalto per la concessione del servizio di eliminazione dei rifiuti. Vince la gara il gruppo FIBE s.p.a. Il contratto viene stipulato in data 5 settembre 2001. Secondo gli accordi la FIBE s.p.a deve costruire e gestire sette centri di produzione di CDR e due impianti termovalorizzatori di CDR.

Tra il 2001 e il 2003 vengono costruiti sette centri di produzione di CDR e precisamente a Caivano, Pinodardine, Santa Maria Capua Vetere, Giuliano, Casalduni, Tufino e Battipaglia.

La CEDU punta poi l’attenzione su una prima procedura penale, con numero di RGNR 15940/03, aperta dalla Procura presso il Tribunale di Napoli. Nel luglio 2007 vengono rinviati a giudizio, diversi amministratori e dipendenti delle società Fisia Italimpianti S.p.A., FIBE s.p.a., FIBE Campania s.p.a., Impregilo s.p.a., Gestione Napoli s.p.a., nonché il Commissario straordinario in carica dal 2000 al 2004 e diversi funzionari del suo ufficio. I reati contestati sono frode, inesecuzione di contratti pubblici, truffa, interruzione di pubblico servizio o di servizio di pubblica necessità, abuso d’ufficio, falso ideologico commesso da pubblico ufficiale e attività e gestione di rifiuti non autorizzata, fatti commessi tra il 2001 e il 2007. Vengono contestati anche violazioni legate a inesecuzione o difformità nell’esecuzione delle obbligazioni nascenti dai contratti di concessione del 2000 e del 2001. Il 29 febbraio 2008, il G.U.P. del Tribunale di Napoli dispone il rinvio a giudizio degli imputati, fissando l’udienza dibattimentale davanti al Tribunale di Napoli per il 14 maggio 2008.

Riguardo poi al trattamento dei rifiuti dal 2005 al 2008, la CEDU ricorda innanzitutto che lo Stato italiano interviene nella vicenda, emettendo un decreto-legge (n. 245 del 30 novembre 2005, poi convertito in legge n. 21 del 27 gennaio 2006) con cui risolve i contratti di concessione stipulati nel 2000 e nel 2001. In ogni caso, per garantire la continuità nella gestione dei rifiuti, lo Stato stabilisce che le società, ex-concessionarie, avrebbero dovuto continuare la loro attività fino alla conclusione di una nuova procedura di aggiudicazione e comunque entro e non oltre il 31 dicembre 2007. Nell’agosto 2006 viene bandita una gara d’appalto, ma alla CEDU non risulta che  siano state individuate nuove imprese aggiudicatici. Sembra invece che la società FIBE s.p.a., la società FIBE Campania s.p.a. e la Fisia Italimpianti s.p.a. abbiano continuato la loro attività, sotto la supervisione del Commissario straordinario. Tra il 2006 e il 2007 si susseguono le nomine dei diversi Commissari e la grave situazione non accenna ad essere risolta. Prosegue la stato d’emergenza che genera interventi d’urgenza fino ad arrivare all’emissione del decreto-legge n. 90 del 23 maggio 2008, convertito in legge n. 123 del 14 luglio 2008, con cui il capo del Dipartimento della protezione civile viene nominato sottosegretario di Stato presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri e incaricato della gestione dello stato di emergenza fino al 31 dicembre 2009, in sostituzione del Commissario straordinario. Questi viene autorizzato ad aprire dieci nuove discariche nella regione, di cui due a Terzino e a Chiaiano, in deroga alle disposizioni in vigore in materia ambientale e d’igiene e salute. Il decreto-legge n. 90/08 autorizza anche il trattamento di certe categorie di rifiuti nell’impianto termovalorizzatore di CDR d’Acerra, in deroga all’avviso della Commissione di valutazione di impatto sull’ambiente del 9 febbraio 2005, oltre che alla realizzazione di impianti termovalorizzatori di CDR a Santa Maria La Fossa (Caserta) e nei comuni di Napoli e Salerno.

La CEDU punta poi l’attenzione su una seconda procedura penale, avente numero di RGNR 40246/06, promossa sempre dalla Procura presso il Tribunale di Napoli. Questa inchiesta porta ad indagare sugli amministratori di FIBE s.p.a. e FIBE Campania s.p.a., oltre che sui responsabili dei centri di raccolta differenziata gestiti da  Fisia Italimpianti s.p.a., sui rappresentati della società di trasporto FS Cargo s.p.a. e su molti funzionari del Commissario straordinario.

La CEDU fa poi presente che anche la Commissione europea si interessa alla vicenda. L’attività della Commissione porta ad un procedimento per inadempimento nei confronti dell’Italia (caso C-297/08). Tale procedura è attualmente pendente.

La CEDU, per completare il quadro della situazione, fa presente che tra il 1997 e il 2008 vengono istituite in Italia tre Commissioni parlamentari d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti e sulle attività illegali connesse, le quali, nei loro rapporti, denunciano lo stato grave esistente nella regione.

Infine la CEDU ricorda che nel settembre 2004, la rivista The Lancet Oncology, pubblica un articolo sui tassi di mortalità in costante aumento nelle zone di competenza della ASL n. 4 (Napoli), in particolare nelle città di Nola, Marigliano e Acerra. Secondo l’articolo i dati dimostrerebbero l’esistenza di un nesso di causalità tra l’inquinamento provocato dal trattamento non appropriato dei rifiuti e l’esistenza delle discariche illegali e il tasso elevato di mortalità per tumore presente nella regione.

Il caso è di grande attualità e merita molta attenzione. Dopo che il Governo italiano avrà fornito le risposte e i chiarimenti domandati dalla CEDU e che i ricorrenti avranno potuto fornire le loro osservazioni ulteriori, la CEDU deciderà sull’intera vicenda.

A mio parere, considerando la giurisprudenza sviluppatasi in materia, la CEDU accerterà le gravi violazioni contestate all’Italia. Sarà poi interessante leggere la motivazione della pronuncia, soprattutto sulla violazione del diritto alla salute e alla vita dei ricorrenti.

Segnalazione: per chi volesse leggere l’articolo della rivista The Lancet Oncology, apparsa al vol. 5 nel dicembre 2004,  citata nella comunicazione dalla CEDU, segnalo la traduzione libera a cura della redazione di EpiCentro