L’obbligo di esperimento delle nuove vie di ricorso interne in caso di sovraffollamento carcerario sancito dalla Corte europea dei diritti dell’uomo nelle decisioni rese nei casi Stella e Rexhepi

carcereStrasburgo, 29 settembre 2014 – Con le decisioni del 25 settembre 2014 rese nei casi Stella e altri dieci ricorsi c. Italia e Rexhepi e altri sette ricorsi c. Italia, la C.E.D.U., dopo la sentenza pilota Torreggiani e altri c. Italia riguardante la violazione dell’articolo 3 della Convenzione per le condizioni inumane e degradanti per sovraffollamento carcerario, ha stabilito che le nuove vie di ricorso interne introdotte con il decreto legge n. 92 del 2014, approvato con legge n. 117 del 2014, sono accessibili a tutti gli interessati nonché ai ricorrenti che hanno già presentato un ricorso alla C.E.D.U., ma questo non è stato ancora dichiarato ricevibile.

Il nuovo sistema introdotto con il decreto legge n. 92 del 2014, approvato con legge n. 117 del 2014, prevede una riduzione di pena o un risarcimento per le persone che sono state detenute in condizioni contrarie all’articolo 3 della Convenzione.

La C.E.D.U. ha ritenuto di non avere elementi, al momento, per affermare che la nuova via di ricorso interna introdotta non sia appropriata per permettere la riparazione della violazione di cui all’articolo 3 della Convenzione. Gli interessati devono quindi procedere promuovendo un ricorso a livello nazionale, previsto dal decreto legge n. 92 del 2014, approvato con la legge n. 117 del 2014, chiedendo il riconoscimento della violazione lamentata per le condizioni inumane dovute al sovraffollamento carcerario, nonché, se del caso, un ristoro adeguato.

Per i ricorrenti detenuti, la C.E.D.U. ha stabilito che essi potranno presentare un reclamo ai sensi dell’articolo 35 ter della legge sull’Ordinamento Penitenziario al fine di ottenere un miglioramento immediato delle loro condizioni di detenzione.

Le due decisioni adottate non pregiudicano la possibilità per la C.E.D.U. di riesaminare in futuro l’effettività dei rimedi interni indicati.

La C.E.D.U. ha quindi rigettato i ricorsi per non esperimento delle vie di ricorso interne.

Il Comitato anti-tortura del Consiglio d’Europa preoccupato per il sovraffollamento delle carceri in Italia

carcereStrasburgo, 20 novembre 2013 –  Il Comitato per la prevenzione della tortura del Consiglio d’Europa (CPT) ha pubblicato ieri il rapporto sull’ultima visita in Italia effettuata nel maggio del 2012. In tale rapporto, il CPT esprime preoccupazione per il sovraffollamento delle carceri italiane. Il Comitato ha altresì pubblicato il rapporto relativo alla visita ad hoc del giugno del 2010. I due rapporti sono stati pubblicati assieme alle risposte del governo italiano (2012 ; 2010).

In occasione della visita del 20120 sugli edifici penitenziari visitati, i detenuti giudicano generalmente positivo il modo in cui vengono trattati. Tuttavia, nel carcere di Vicenza, la delegazione del CPT ha raccolto un certo numero di accuse di maltrattamenti (calci e pugni) inflitti ai detenuti dal personale penitenziario e di ricorso eccessivo alla forza. Il Comitato raccomanda che siano stabilite chiare procedure di segnalazione di tali accuse agli organismi coinvolti.

Le condizioni materiali di detenzione sono per molti aspetti accettabili nelle carceri visitate, con un’eccezione di rilievo: il carcere dell’Ucciardone di Palermo dove la maggior parte delle unità di detenzione sono in cattivo stato e in cui il livello d’igiene lascia a desiderare.

L’importante sovraffollamento costituisce un’altra causa di preoccupazione dell’insieme degli edifici visitati nel 2012; nel carcere di Bari, per esempio, la delegazione del CPT ha costatato che 11 detenuti sono ospitati in una stanza di circa 20 m². Le infermerie sono ben attrezzate ma assicurare la riservatezza degli esami medici dei detenuti e delle informazioni mediche resta ancora un problema.

Nella risposta, le autorità italiane informano il CPT sulle misure intraprese per porre fine ai maltrattamenti nel carcere di Vicenza. Inoltre, insistono sugli sforzi impiegati in vista di potenziare le capacità globali del parco penitenziario nel breve termine e forniscono una relazione sulle misure legislative intraprese in vista della promozione di una gamma più elaborata di soluzioni alternative alla detenzione.

Il CPT ha raccolto un certo numero di accuse di maltrattamenti fisici inflitti dalla Polizia di Stato e dai Carabinieri che coinvolgono specialmente migranti stranieri nella regione di Milano. Le condizioni di detenzione osservate dal Comitato nei locali delle forze dell’ordine sembrano nell’insieme accettabili. Tuttavia, le condizioni materiali nelle stanze della questura di Palermo e Firenze sono mediocri. Nella risposta, le autorità dichiarano la sospensione dell’utilizzo delle suddette stanze.

Per quanto riguarda la detenzione dei migranti, in virtù della legge sugli stranieri, un certo numero di accuse relative al ricorso eccessivo alla forza da parte dei Carabinieri e degli agenti della Polizia di Stato durante le operazioni di ricerca sono state raccolte al centro di identificazione ed espulsione di Bologna (CIE). Le condizioni materiali erano adeguate in termini di spazio vitale; tuttavia, il reparto maschile del centro è in cattivo stato a causa di atti di vandalismo commessi dagli ospiti del centro stesso. Il CPT è rimasto positivamente colpito dai servizi di assistenza sanitaria e dal lavoro effettuato dai mediatori culturali.

Il rapporto relativo alla visita ad hoc del 2010 affronta le questioni della prevenzione dei suicidi in carcere e del passaggio di responsabilità sanitarie offerte in ambiente penitenziario alle autorità regionali. Viene altresì abbordato il tema del sistema che obbliga le forze dell’ordine e gli addetti penitenziari a riportare casi di maltrattamenti, oltre alla valutazione dell’efficienza delle indagini in tre casi specifici.

Il bilancio sull’attività del Governo italiano in tema di diritti fondamentali secondo Amnesty International Italia

italia-coloriStrasburgo, 26 settembre 2013 – Amnesty International Italia ha presentato ieri il suo bilancio sull’attività di governo e parlamento sui diritti umani nei primi sei mesi della XVII Legislatura.

 A gennaio, in vista delle elezioni politiche, l’organizzazione aveva lanciato la campagna “Ricordati che devi rispondere”, sottoponendo ai leader delle coalizioni in lizza e a tutti i candidati delle circoscrizioni elettorali un’Agenda in 10 punti per i diritti umani in Italia.

Questi erano i 10 punti dell’Agenda: garantire la trasparenza delle forze di polizia e introdurre il reato di tortura; fermare il femminicidio e la violenza contro le donne; proteggere i rifugiati, fermare lo sfruttamento e la criminalizzazione dei migranti e sospendere gli accordi con la Libia sul controllo dell’immigrazione; assicurare condizioni dignitose e rispettose dei diritti umani nelle carceri; combattere l’omofobia e la transfobia e garantire tutti i diritti umani alle persone Lgbti (lesbiche, gay, bisessuali, transgender e intersessuate); fermare la discriminazione, gli sgomberi forzati e la segregazione etnica dei rom; creare un’istituzione nazionale indipendente per la protezione dei diritti umani; imporre alle multinazionali italiane il rispetto dei diritti umani; lottare contro la pena di morte nel mondo e promuovere i diritti umani nei rapporti con gli altri stati; garantire il controllo sul commercio delle armi favorendo l’adozione di un trattato internazionale.



L’Agenda è stata sottoscritta, integralmente o quasi, da 117 parlamentari e da tutti i leader delle forze politiche che compongono l’attuale governo.

”La nostra campagna ha contribuito, insieme alle iniziative di altre associazioni ed espressioni della società, a portare per la prima volta questioni importanti relative ai diritti umani al centro del dibattito elettorale e poi dell’azione del parlamento e del governo.

Di diritti umani si è discusso, in questi primi sei mesi, in modo quantitativamente e qualitativamente migliore rispetto al passato. L’analisi del lavoro della XVII Legislatura nei primi sei mesi di attività ci dice che sulla maggior parte dei 10 punti della nostra Agenda è stato almeno presentato un disegno di legge, come in materia di tortura e omofobia” – ha dichiarato Antonio Marchesi, presidente di Amnesty International Italia.

 “A questo nuovo dinamismo ha fatto però da contraltare un conservatorismo trasversale che ha riprodotto alcuni antichi vizi, come quelli che da 25 anni ostacolano l’introduzione del reato di tortura nella definizione richiesta dalle Nazioni Unite, se non addirittura veri e propri tabù, come nel caso degli accordi con la Libia, di cui continuiamo a chiedere la sospensione e che risultano tanto assenti dal dibattito parlamentare quanto ampiamente presenti invece nell’agenda governativa” – ha aggiunto Marchesi.

”Di questi sei mesi, sul piano internazionale, oltre al rinnovato impegno per la moratoria sulla pena di morte, dobbiamo ricordare la ratifica della Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica e l’approvazione alla Camera del disegno di legge di ratifica del Trattato Onu sul commercio di armi. Resta tuttavia una grave macchia il comportamento delle autorità italiane nella vicenda della moglie e della figlia di un dissidente del Kazakistan, espulse illegalmente verso il paese di origine nonostante i rischi di persecuzione” – ha rimarcato Marchesi.

In tema di violenza contro le donne, oltre alla ratifica della Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica (Convenzione di Istanbul), “è positivo che ad agosto sia stato presentato un testo specifico, ma continuiamo a chiedere misure concrete di sostegno alle vittime della violenza, adeguatamente finanziate, e azioni di prevenzione efficaci. La repressione è importante ma da sola non risolverà il problema” – ha commentato Carlotta Sami, direttrice generale di Amnesty International Italia, che ha annunciato il lancio, a novembre, di una campagna di sms solidale contro la violenza sulle donne. 

In materia di omofobia e transfobia “siamo soddisfatti per il risultato ottenuto a settembre alla Camera dei deputati, attraverso un dibattito di elevato spessore e l’approvazione del disegno di legge che include l’orientamento sessuale e l’identità di genere nell’elenco dei motivi discriminatori associati ai reati specifici descritti nell’articolo 1 del decreto legge 122/1993 e che emenda l’art. 3 dello stesso decreto, aggiungendo l’orientamento sessuale e l’identità di genere alle circostanze aggravanti. Ci riserviamo tuttavia di capire quali effetti pratici sulla lotta alle discriminazioni potrebbe avere la clausola di salvaguardia introdotta dagli emendamenti relativi alla libertà d’espressione. Ci aspettiamo un’analoga riflessione nelle sedi istituzionali in vista del passaggio al Senato” – ha concluso Giusy D’Alconzo, direttrice delle Campagne e della ricerca di Amnesty International Italia.

Agenda in 10 punti per i diritti umani in Italia

Briefing “Quali risposte in sei mesi di Legislatura?”