Nel caso Tarkhel c. Svizzera la Corte europea dei diritti dell’uomo si pronuncia in Grande Camera: il rigetto della domanda d’asilo e il rischio d’espulsione verso l’italia potrebbero essere in violazione dell’articolo 3, 8 e 13 della convenzione

immigrazioneStrasburgo, 12 febbraio 2014 – La Corte europea dei diritti dell’uomo ha tenuto oggi un’udienza di Grande Camera sul caso Tarakhel c. Svizzera.

I ricorrenti sono una coppia di richiedenti asilo di origine afgana e i loro cinque figli. Dopo aver lasciato l’Iran, dove avevano vissuto per quindici anni, giunsero in Italia partendo dalle coste turche e viaggiando per mare. Dopo alcuni giorni passati nel centro di accoglienza di Bari, si diressero dapprima in Austria e poi in Svizzera dove presentarono, in ciascun Paese, richiesta d’asilo. Tuttavia tali domande furono rigettate in entrambi i Paesi.

L’ufficio generale per i migranti della Svizzera ordinò inoltre che fossero rinviati in Italia, conformemente alle previsioni del Regolamento Dublino III dell’Unione europea (n. 604/2013), che regola i nuovi criteri per la determinazione dello Stato membro competente per l’esame della domanda di protezione internazionale.

I ricorrenti si rivolsero quindi alle autorità amministrative federali eccependo che in Italia avrebbero subito un trattamento contrario alla Convenzione.

Il ricorso dei ricorrenti fu rigettato. Conseguentemente gli interessati si rivolsero alla Corte europea dei diritti dell’Uomo, lamentando la violazione dell’articolo 3 della Convenzione (divieto di trattamenti inumani e degradanti) e chiedendo altresì la sospensione provvisoria del provvedimento di espulsione verso l’Italia emanato nei loro confronti, ciò ai sensi dell’articolo 39 del Regolamento. Tale misura fu accordata e pertanto i ricorrenti si trovano ancora in Svizzera.

Invocando l’articolo 3 della Convenzione, i ricorrenti lamentano che in Italia le condizioni di vita presso i centri di accoglienza per richiedenti asilo sono inumane e degradanti.

Inoltre, invocando l’articolo 8 della Convenzione, che tutela il diritto al rispetto della vita familiare, i ricorrenti hanno eccepito che la loro famiglia in Italia potrebbe essere separata dalle autorità italiane. Inoltre un ulteriore trasferimento verso l’Italia sarebbe in contrasto con l’interesse superiore dei bambini, che sono ancora molto piccoli e si trovano in Svizzera dal 2011. I ricorrenti hanno infine invocato l’articolo 13 della Convenzione, lamentando che in Svizzera le autorità competenti hanno esaminato in modo superficiale la loro condizione personale.

Riguardo in particolare al periodo trascorso a Bari, i ricorrenti hanno esposto di aver assistito ad episodi di violenza, affermando che il centro era sovraffollato, non era fornito di acqua calda, l’ambiente era fumoso e insalubre, soprattutto per i bambini. Inoltre i ricorrenti hanno affermato che in Italia vi è la prassi di dividere le famiglie numerose dei richiedenti asilo e che, pertanto, in caso di rinvio, rischierebbero di essere separati.

Il Governo svizzero ha affermato che il sistema del Regolamento Dublino III si basa sulla presunzione che tutti gli Stati membri siano in grado di dare accoglienza ai migranti e che indicazioni differenti – quali quelle vigenti con riferimento alla Grecia che sospendono i rinvii verso questo Paese – non sono state emanate nei confronti dell’Italia.

Il Governo ha ribadito, quindi, il proprio diritto a rinviare i richiedenti asilo nel Paese di prima accoglienza in quanto non vi sono motivi per ritenere, anche sulla base delle statuizioni del Governo italiano, che i ricorrenti corrano il rischio di subire dei trattamenti contrari alla Convenzione.

Nel procedimento è intervenuto anche il Governo italiano che ha affermato che i centri di accoglienza sono adeguati, seppur nella situazione di emergenza dovuta all’ingente numero di migranti che raggiungono le coste nazionali. Il Governo ha, altresì, assicurato che la famiglia Tarakhel non sarà separata e ha sottolineato che i richiedenti asilo godono di un permesso di soggiorno per tutto il tempo necessario per l’esame della loro richiesta e ad essi è garantita un’abitazione, l’assistenza e le prestazioni del servizio sanitario nazionale e di quello scolastico.

La Grande Camera della Corte di Strasburgo si è riunita per deliberare sia sulla ricevibilità, sia sul merito del ricorso e renderà prossimamente.

Infine, si ricorda che in seguito alla sentenza M.S.S. c. Belgio e Grecia della Corte europea dei diritti dell’uomo il 21 gennaio 2011 (qui la versione francese e inglese) molti Stati “Dublino” hanno provveduto a sospendere le procedure di rinvio verso la Grecia. Sempre a seguito di tale sentenza, circa la metà degli Stati “Dublino”, tra cui anche Paesi quali Germania, Gran Bretagna, Svezia, Norvegia e Paesi Bassi, hanno rinunciato a eseguire la procedura Dublino con la Grecia, mentre altri Stati, tra cui Austria, Francia e Polonia, l’hanno limitata notevolmente.

Per maggiori informazioni su Dublino III:

http://www.meltingpot.org/Asilo-Ecco-il-nuovo-Regolamento-Dublino-III.html#.UvvNrf1qKNc

Per maggiori informazioni sulla situazione in Grecia:

http://www.amnesty.it/Grecia_rifugiati_intrappolati_senza_protezione.html

 (Testo redatto con la collaborazione della dott.ssa Alessia Valentino)

Rispediti al mittente, il rapporto di Human Rights Watch sui respingimenti dall’Italia alla Grecia dei minori e dei richiedenti asilo

Verona, 23 gennaio 2013 – Segnalo il rapporto di Human Rights Watch sulle riconsegne sommarie dall’Italia alla Grecia dei minori stranieri non accompagnati e degli adulti richiedenti asilo.

Ricordo che sull’argomento la C.E.D.U. nel giugno 2009 ha notificato all’Italia la comunicazione per il caso Sharifi e altri c. Italia.

I “casi Dublino” davanti alla CEDU

Strasburgo, 18 ottobre 2010 – Attualmente davanti alla CEDU sono pendenti più di 1.000 casi che riguardano respingimenti in applicazione del c.d. “Sistema Dublino”, la normativa comunitaria che regola il trattamento delle domande dei richiedenti asilo.

Un caso di grande attualità è per esempio quello da me segnalato recentemente, il caso M.S.S. c. Belgio e Grecia, trattato in Grande Camera all’udienza del 1° settembre 2010.

Ricordo che il “Sistema Dublino” individua lo Stato membro responsabile dell’esame della domanda d’asilo presentata da un cittadino proveniente da un Paese terzo che arrivi sul territorio di uno degli Stati membri dell’Unione europea.

In base al Regolamento di Dublino, gli Stati membri dell’Unione europea determinano, in base a criteri obiettivi, quale degli Stati è responsabile dell’esame di una domanda di asilo presentata sul loro territorio, questo per evitare che si presentino più domande e per permettere che il richiedente sia seguito da un solo Stato membro. Se i criteri fissati dal Regolamento di Dublino individuano un altro Stato membro come responsabile dell’esame della domanda, quest’ultimo è invitato a farsi carico del fascicolo e il richiedente viene rinviato verso tale Paese.

I ricorrenti che si rivolgono alla CEDU ritengono che in certi Paesi dell’Unione europea l’esame delle loro domande sia superficiale e approssimativo, con alto rischio di rigetto per queste ragioni.

In genere i ricorsi presentati alla CEDU sono contro il Regno Unito, il Belgio, i Paesi Bassi, la Finlandia e la Francia e i Paesi di destinazione che fanno parte dell’Unione Europea dove si teme il rischio di rigetto per esame superficiale e approssimativo delle domande, sono essenzialmente la Grecia e l’Italia.

Ad oggi risultano comunicati ai Governi convenuti circa una cinquantina di casi e la Cancelleria della CEDU è in attesa delle osservazioni da parte delle parti.

In molti casi i ricorrenti hanno richiesto alla CEDU l’adozione di misure cautelari.

Qui di seguito riporterò alcuni casi di particolare interesse e che si occupano delle problematiche legate alla legislazione comunitaria “Dublino”.

Rischi di maltrattamenti in caso di respingimento conseguente alla legislazione “Dublino”

T.I. c. Regno Unito : il ricorrente, cittadino sri-lankese, arrivato in Inghilterra dove aveva presentato richiesta di asilo secondo la Convenzione di Dublino, aveva presentato ricorso alla CEDU perché il Governo britannico aveva chiesto alla Germania di farsi carico dell’esame della sua domanda di asilo. Il ricorrente temeva che, una volta arrivato in Germania, le autorità tedesche avrebbero esaminato in modo sommario il suo fascicolo, rigettando la sua domanda, con il rischio di essere rinviato in Sri Lanka dove affermava di correre un rischio reale di subire maltrattamenti da parte dei LTTE, da cui era fuggito lasciando il suo paese. Il ricorrente affermava inoltre di essere stato detenuto e torturato per tre mesi a Colombo da parte delle forze di sicurezza perché sospettato di essere una Tigre Tamil. Il ricorso è stato dichiarato irricevibile con decisione del 7 marzo 2000. In questo caso la CEDU ha ritenuto che l’esistenza di un rischio reale che la Germania espellesse il ricorrente verso lo Sri Lanka, in violazione dell’articolo 3 della Convenzione, non fosse stato provato.

K.R.S c. Regno Unito : un cittadino iraniano, arrivato in Inghilterra dopo essere passato dalla Grecia, presentava domanda di asilo in Inghilterra. Conformemente al Regolamento di Dublino, il Regno Unito chiedeva alla Grecia di farsi carico della richiesta di asilo e la Grecia accettava. Il ricorrente presentava ricorso alla CEDU affermando che in caso di sua espulsione verso la Grecia vi sarebbe stata violazione dell’articolo 3 della Convenzione, a causa della situazione dei richiedenti asilo in Grecia. Il ricorso è stato dichiarato irricevibile con decisione del 2 dicembre 2008, questo perché “in assenza di prove contrarie, si deve presumere che la Grecia si conformerà agli obblighi che a lei incombono e che riguardano le persone rinviate”. La CEDU aveva inoltre rilevato che la Grecia non rinvia nessuno verso l’Iran.

Il “Sistema Dublino” è comunque sotto osservazione e una netta presa di posizione si è avuta recentemente da parte del Commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa, intervenuto come parte terza nel caso di Grande Camera M.S.S. c. Belgio e Grecia.

È possibile che la CEDU modifichi il proprio orientamento, soprattutto in caso i ricorrenti riescano a dare prova di quanto affermano.

A mio avviso un buon contributo sul piano probatorio potrebbe essere fornito attraverso l’interessamento di Organismi internazionali, come nel caso M.S.S. c. Belgio e Grecia con l’intervento del Commissario per i diritti umani, ma anche e soprattutto con rapporti circostanziati provenienti da organizzazioni non governative che attestino le reali condizioni dei richiedenti asilo e delle loro domande nei Paesi ritenuti “a rischio di esame superficiale”.

Inoltre ricordo che le parti, a certe condizioni, possono sempre chiedere alla CEDU di effettuare un’istruttoria perché possano essere chiariti alcuni fatti della causa, questo secondo gli articoli A1 e seguenti del Regolamento della CEDU.