ILVA DI TARANTO: LA CORTE EUROPEA DEI DIRITTI DELL’UOMO COMUNICA AL GOVERNO ITALIANO IL CASO SMALTINI

2taranto__ilvaStrasburgo, 14 gennaio 2014 – Il 4 ottobre 2013 è stato comunicato al Governo italiano il caso Smaltini c. Italia (ric. n. 43961/09), che porta all’attenzione della C.E.D.U. la delicata questione sulle conseguenze delle emissioni nocive provenienti dallo stabilimento ILVA sulla salute degli abitanti della città di Taranto.

I ricorrenti sono i familiari della signora Smaltini, cittadina della città pugliese, anche lei ricorrente, deceduta dopo la presentazione del ricorso alla C.E.D.U. a causa di una leucemia nel dicembre del 2012, dopo sei anni di malattia.

I ricorrenti lamentano la violazione degli articoli 6 (diritto a un processo equo), e 2 (diritto alla vita), della Convenzione. Con riferimento al rispetto delle regole del giusto processo essi ritengono che la scelta delle autorità nazionali di archiviare il caso originato dalla denuncia della signora Smaltini in seguito a indagini poco approfondite svolte da una commissione di esperti nominata in modo irregolare che ha prodotto una perizia incompleta, non basata su dati statistici aggiornati e sulle reali condizioni di salute dalla donna, violi il primo paragrafo dell’articolo 6; sul fronte dell’art. 2 della Convenzione, i ricorrenti lamentano la violazione del diritto alla vita della prima ricorrente, che è infatti deceduta in pendenza del procedimento davanti alla C.E.D.U. a causa della malattia.

La questione è chiaramente di grande rilevanza e la C.E.D.U. si esprimerà sull’operato delle autorità italiane riguardo al caso “I.L.V.A.”.

Al Governo italiano sono state poste tre domande e precisamente:    

  1. Quali sono i dati scientifici ufficiali di cui disponevano le autorità al tempo dei fatti per poter accertare l’esistenza di un nesso causale tra la morte della prima ricorrente e le emissioni provenienti dallo stabilimento Ilva?
  2. Il diritto alla vita della prima ricorrente è stato violato, nel caso di specie, dal punto di vista sostanziale?
  3.  Avendo riguardo alla tutela processuale del diritto alla vita, le indagini svolte dalle autorità nazionali possono dirsi effettive ai sensi dell’art. 2 della Convenzione?

L’inquinamento prodotto negli anni dallo stabilimento I.L.V.A. di Taranto è stato al centro di numerose pronunce da parte delle autorità nazionali. Ultimamente si ricordano due sequestri preventivi, dell’impianto prima e dei prodotti poi, il decreto legge n. 207 del 3 dicembre 2012 poi convertito con legge n. 231 del 24 dicembre 2012 che, sostanzialmente, aveva lo scopo di vanificare gli effetti dei sequestri giudiziari, consentendo la commercializzazione dei prodotti dello stabilimento ed, infine, una pronuncia della Corte costituzionale (sentenza n. 85/2013), che si è espressa dichiarando inammissibili e infondate le questioni sollevate dal G.I.P del Tribunale di Taranto e dal Tribunale ordinario di Taranto. La Corte costituzionale ha affermato che l’intervento legislativo sia stato conforme ai principi costituzionali, sussistendo un giusto bilanciamento degli interessi in gioco e presi in considerazione dal c.d. “decreto salva Ilva”. In tal modo la Corte costituzionale ha negato, nella sostanza, l’esistenza di una gerarchia tra diritti costituzionalmente garantiti, ovvero il diritto al lavoro e all’iniziativa economica, da una parte, e il diritto alla salute e all’ambiente salubre, dall’altra.

Nel ricorso si legge che la prima ricorrente, dopo essere venuta a conoscenza di essere malata di leucemia, si rivolse all’autorità competente, denunciando i proprietari dello stabilimento tarantino in ragione del comprovato nesso di causalità esistente tra le emissioni nocive della fabbrica e l’incremento dei casi di cancro e leucemia nella zona limitrofa. La signora Smaltini aveva chiesto che venissero svolte delle indagini approfondite al fine di sancire l’esistenza di tale legame e che, in particolare ne fosse provata l’incidenza causale con l’insorgere della propria malattia.

Tuttavia, il pubblico ministero chiese l’archiviazione del caso. A tale richiesta si oppose la signora Smaltini che incentrava la propria doglianza sia su una precedente condanna dei proprietari della fabbrica, sia sui dati contenuti nella relazione pubblicata dalla sezione di Taranto dell’AIL (Associazione Italiana Leucemie – linfomi mieloma), sia sulle dichiarazioni del primario del reparto di ematologia dell’ospedale di Taranto. In seguito a tale opposizione, il G.I.P. presso il Tribunale di Taranto incaricò il Pubblico Ministero di svolgere un’indagine più approfondita.

Il Pubblico Ministero nominò, quindi, una commissione di consulenti composta da un medico legale e da un ematologo al fine di  valutare l’esistenza di tale eventuale nesso causale.

Le analisi svolte dai consulenti tecnici, tuttavia, non confermarono quanto denunciato dalla prima ricorrente e la perizia affermò che la percentuale di decessi per cancro o leucemie non era superiore a quella altre di zone d’Italia e non tenne in alcuna considerazione i dati forniti dalle associazioni ambientaliste e mediche: secondo i consulenti d’ufficio non sussisteva alcun nesso di causalità tra le emissioni dello stabilimento I.L.V.A e l’insorgere di malattie.

Sulla base di tale perizia il pubblico ministero rinnovò la richiesta di archiviazione e, nuovamente, a tale decisione si oppose la ricorrente sottolineando, tra l’altro, che nessuno dei consulenti tecnici l’aveva visitata. Il 19 gennaio 2008, il G.I.P. presso il Tribunale di Taranto decise di archiviare definitivamente il caso ritenendo non sufficientemente provato il nesso di causalità tra le emissioni dello stabilimento I.L.V.A. e i casi di malattia e decessi nella zona.

Infine, sempre sul caso “I.LV.A.” si ricorda che il 26 settembre 2013 la Commissione europea ha aperto una procedura d’infrazione contro l’Italia per il mancato controllo delle emissioni tossiche generate da tale stabilimento.

Il Governo italiano dovrà ora rispondere alle domande della C.E.D.U.

Successivamente, anche i ricorrenti avranno la possibilità di presentare le loro osservazioni e, una volta completata questa fase procedurale, la C.E.D.U. sarà in grado di pronunciarsi sul caso.

Le ripercussioni della pronuncia della C.E.D.U. saranno rilevanti, essendo in gioco il diritto alla vita, in primis, quello della prima ricorrente, ma anche quello di tutti i tarantini, i quali vivono sulla loro pelle, da anni, un gravissimo inquinamento ambientale.

(Testo redatto in collaborazione con la dott.ssa Alessia Valentino)

La CEDU accerta la violazione del diritto alla salute per diciotto ricorrenti a causa dell’incapacità prolungata da parte delle autorità italiane di risolvere la “crisi dei rifiuti” in Campania

Strasburgo, 10 gennaio 2012 – Con sentenza del 10 gennaio 2012, la CEDU ha deciso il caso Di Sarno e altri c. Italia.

La CEDU ha accertato la violazione degli articoli 8 e 13 della Convenzione.

Si tratta di una vicenda riguardante il grave problema dello smaltimento dei rifiuti in Campania. I ricorrenti avevano lamentato la violazione da parte dell’Italia degli articoli 2 e 8 della Convenzione, perché le autorità pubbliche si sarebbero astenute dall’adottare le misure necessarie a garantire il funzionamento del servizio pubblico di raccolta, trattamento ed eliminazione dei rifiuti, avrebbero inoltre posto in essere una cattiva politica legislativa e amministrativa, danneggiando gravemente l’ambiente e la regione, mettendo in pericolo di vita degli stessi ricorrenti e, in generale, quella di tutta la popolazione locale. Le autorità pubbliche avrebbero inoltre omesso di informare i ricorrenti dei rischi legati al fatto di abitare in un territorio inquinato. I ricorrenti avevano inoltre lamentato la violazione degli articoli 6 e 13 della Convenzione, in quanto le autorità italiane non avrebbero adottato alcuna iniziativa per salvaguardare i diritti degli aventi diritto. Inoltre la magistratura avrebbe proceduto penalmente nei confronti dei responsabili nella “gestione” dei rifiuti con grave ritardo.

Nell’accertare la violazione la CEDU ha poi ritenuto di liquidare ai ricorrenti, ai sensi dell’articolo 41 della Convenzione, le sole spese legali, quantificate nella somma di 2.500 euro.

Il giudice Sajò ha espresso un’opinione dissenziente, allegata alla sentenza.

Smaltimento dei rifiuti in Campania, la CEDU comunica al Governo italiano il caso DI SARNO e altri c. Italia

Strasburgo, 5 agosto 2009 – Il 3 giugno 2009, la CEDU ha comunicato il caso DI SARNO  e altri c. Italia (ricorso n. 30765/08) al Governo italiano.

Si tratta di una vicenda riguardante il grave problema dello smaltimento dei rifiuti in Campania.

I ricorrenti lamentano la violazione da parte dell’Italia degli articoli 2 e 8 della Convenzione, perché le autorità pubbliche si sarebbero astenute dall’adottare le misure necessarie a garantire il funzionamento del servizio pubblico di raccolta, trattamento ed eliminazione dei rifiuti, avrebbero inoltre posto in essere una cattiva politica legislativa e amministrativa, danneggiando gravemente l’ambiente e la regione, mettendo in pericolo di vita degli stessi ricorrenti e, in generale, quella di tutta la popolazione locale.

Le autorità pubbliche avrebbero inoltre omesso di informare i ricorrenti dei rischi legati al fatto di abitare in un territorio inquinato.

I ricorrenti lamentano inoltre la violazione degli articoli 6 e 13 della Convenzione, in quanto le autorità italiane non avrebbero adottato alcuna iniziativa per salvaguardare i diritti degli aventi diritto. Inoltre la magistratura avrebbe proceduto penalmente nei confronti dei responsabili nella “gestione” dei rifiuti con grave ritardo.

Il Governo italiano dovrà rispondere alla CEDU su diverse questioni e precisamente:

  1. se i danni all’ambiente denunciati dai ricorrenti possano incidere direttamente sul loro benessere; in altri termini, se i ricorrenti possono pretendersi vittime della violazione degli articoli 2 (diritto alla vita) e 8 (diritto al rispetto della vita privata, familiare e del domicilio), oltre che della violazione al diritto alla salute e alla vita;
  2. se i ricorrenti disponevano di un sistema di ricorso interno effettivo ed accessibile, ai sensi degli articoli 35 §1, 6 e 13 della Convenzione, per poter denunciare le violazioni lamentate;
  3. se esista un pregiudizio al diritto alla vita dei ricorrenti, in pratica se si possa ritenere che lo Stato abbia adottato tutte le misure necessarie e pertinenti per impedire che la vita dei ricorrenti fosse messa in pericolo:
  4. se esista un pregiudizio al diritto dei ricorrenti al rispetto della loro vita privata e familiare e del loro domicilio, oltre che al loro diritto alla salute ai sensi dell’articolo 8 della Convenzione; in altri termini, se lo Stato abbia esercitato, da un lato, il dovere di vigilanza e, dall’altro lato, abbia preso le misure adeguate per proteggere i diritti dei ricorrenti, fornendo tutte le informazioni che permettessero di valutare in che misura i ricorrenti erano esposti a rischi legati all’attività di raccolta, trattamento ed eliminazione dei rifiuti.

La CEDU ha inoltre invitato il Governo italiano ad indicare se le società concessionarie del servizio di raccolta, trattamento ed eliminazione dei rifiuti nella Provincia di Napoli possano essere qualificati come organismi di Stato, in particolare per quanto riguarda il loro statuto e la natura del servizio fornito.

La comunicazione riporta tutta la vicenda.

Si parte dal 1994, anno in cui l’allora Presidente del Consiglio dei Ministri dichiara lo stato di emergenza per la Regione Campania, a causa dei gravi problemi relativi allo smaltimento dei rifiuti solidi urbani. Tale stato di emergenza viene prorogato senza soluzione di continuità sino al presente. La gestione dello stato di emergenza, dall’11 febbraio 1994 al 23 maggio 2008, viene affidato a “Commissari straordinari” designati via via dal Presidente del Consiglio dei Ministri, assistiti da vice-commissari.

Riguardo alla gestione dei rifiuti fino al 2003, la CEDU ricorda che la legge regionale n. 10 del 10 febbraio 1993 aveva fissato le linee direttrici per un piano di eliminazione dei rifiuti in Campania e che nel 1997 il Presidente della Regione, al contempo Commissario straordinario, approva il Piano Regionale per lo Smaltimento dei Rifiuti in Campania, prevedendo anche la costruzione di cinque termodistruttori.

Nel 1998 l’allora Presidente della Regione e Commissario straordinario bandisce una gara d’appalto per la concessione decennale del servizio di trattamento ed eliminazione dei rifiuti prodotti nella provincia di Napoli. A seguito della procedura di aggiudicazione, il 20 marzo 2000 il servizio viene affidato ad un gruppo di imprese, le società Fisia Impianti S.p.A., Impregilo S.p.A., Bacock Kommunal GmbH, Deutsche Babcock Anlagen GmbH e Evo Oberhausen AG. Il contratto viene stipulato in data 7 giugno 2000. Secondo gli accordi, devono essere costruiti centri di produzione di CDR in Caivano e Tufino entro 300 giorni a contare dall’aprile 2000 e quello di Giuliano entro 270 giorni a partire dal marzo 2000. Un impianto termovalorizzatore di CDR ad Acerra, deve essere costruito entro 24 mesi, ma a far data da stabilirsi in seguito.

Nel frattempo, nel 1999, il Commissario straordinario bandisce una gara d’appalto per la concessione del servizio di eliminazione dei rifiuti. Vince la gara il gruppo FIBE s.p.a. Il contratto viene stipulato in data 5 settembre 2001. Secondo gli accordi la FIBE s.p.a deve costruire e gestire sette centri di produzione di CDR e due impianti termovalorizzatori di CDR.

Tra il 2001 e il 2003 vengono costruiti sette centri di produzione di CDR e precisamente a Caivano, Pinodardine, Santa Maria Capua Vetere, Giuliano, Casalduni, Tufino e Battipaglia.

La CEDU punta poi l’attenzione su una prima procedura penale, con numero di RGNR 15940/03, aperta dalla Procura presso il Tribunale di Napoli. Nel luglio 2007 vengono rinviati a giudizio, diversi amministratori e dipendenti delle società Fisia Italimpianti S.p.A., FIBE s.p.a., FIBE Campania s.p.a., Impregilo s.p.a., Gestione Napoli s.p.a., nonché il Commissario straordinario in carica dal 2000 al 2004 e diversi funzionari del suo ufficio. I reati contestati sono frode, inesecuzione di contratti pubblici, truffa, interruzione di pubblico servizio o di servizio di pubblica necessità, abuso d’ufficio, falso ideologico commesso da pubblico ufficiale e attività e gestione di rifiuti non autorizzata, fatti commessi tra il 2001 e il 2007. Vengono contestati anche violazioni legate a inesecuzione o difformità nell’esecuzione delle obbligazioni nascenti dai contratti di concessione del 2000 e del 2001. Il 29 febbraio 2008, il G.U.P. del Tribunale di Napoli dispone il rinvio a giudizio degli imputati, fissando l’udienza dibattimentale davanti al Tribunale di Napoli per il 14 maggio 2008.

Riguardo poi al trattamento dei rifiuti dal 2005 al 2008, la CEDU ricorda innanzitutto che lo Stato italiano interviene nella vicenda, emettendo un decreto-legge (n. 245 del 30 novembre 2005, poi convertito in legge n. 21 del 27 gennaio 2006) con cui risolve i contratti di concessione stipulati nel 2000 e nel 2001. In ogni caso, per garantire la continuità nella gestione dei rifiuti, lo Stato stabilisce che le società, ex-concessionarie, avrebbero dovuto continuare la loro attività fino alla conclusione di una nuova procedura di aggiudicazione e comunque entro e non oltre il 31 dicembre 2007. Nell’agosto 2006 viene bandita una gara d’appalto, ma alla CEDU non risulta che  siano state individuate nuove imprese aggiudicatici. Sembra invece che la società FIBE s.p.a., la società FIBE Campania s.p.a. e la Fisia Italimpianti s.p.a. abbiano continuato la loro attività, sotto la supervisione del Commissario straordinario. Tra il 2006 e il 2007 si susseguono le nomine dei diversi Commissari e la grave situazione non accenna ad essere risolta. Prosegue la stato d’emergenza che genera interventi d’urgenza fino ad arrivare all’emissione del decreto-legge n. 90 del 23 maggio 2008, convertito in legge n. 123 del 14 luglio 2008, con cui il capo del Dipartimento della protezione civile viene nominato sottosegretario di Stato presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri e incaricato della gestione dello stato di emergenza fino al 31 dicembre 2009, in sostituzione del Commissario straordinario. Questi viene autorizzato ad aprire dieci nuove discariche nella regione, di cui due a Terzino e a Chiaiano, in deroga alle disposizioni in vigore in materia ambientale e d’igiene e salute. Il decreto-legge n. 90/08 autorizza anche il trattamento di certe categorie di rifiuti nell’impianto termovalorizzatore di CDR d’Acerra, in deroga all’avviso della Commissione di valutazione di impatto sull’ambiente del 9 febbraio 2005, oltre che alla realizzazione di impianti termovalorizzatori di CDR a Santa Maria La Fossa (Caserta) e nei comuni di Napoli e Salerno.

La CEDU punta poi l’attenzione su una seconda procedura penale, avente numero di RGNR 40246/06, promossa sempre dalla Procura presso il Tribunale di Napoli. Questa inchiesta porta ad indagare sugli amministratori di FIBE s.p.a. e FIBE Campania s.p.a., oltre che sui responsabili dei centri di raccolta differenziata gestiti da  Fisia Italimpianti s.p.a., sui rappresentati della società di trasporto FS Cargo s.p.a. e su molti funzionari del Commissario straordinario.

La CEDU fa poi presente che anche la Commissione europea si interessa alla vicenda. L’attività della Commissione porta ad un procedimento per inadempimento nei confronti dell’Italia (caso C-297/08). Tale procedura è attualmente pendente.

La CEDU, per completare il quadro della situazione, fa presente che tra il 1997 e il 2008 vengono istituite in Italia tre Commissioni parlamentari d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti e sulle attività illegali connesse, le quali, nei loro rapporti, denunciano lo stato grave esistente nella regione.

Infine la CEDU ricorda che nel settembre 2004, la rivista The Lancet Oncology, pubblica un articolo sui tassi di mortalità in costante aumento nelle zone di competenza della ASL n. 4 (Napoli), in particolare nelle città di Nola, Marigliano e Acerra. Secondo l’articolo i dati dimostrerebbero l’esistenza di un nesso di causalità tra l’inquinamento provocato dal trattamento non appropriato dei rifiuti e l’esistenza delle discariche illegali e il tasso elevato di mortalità per tumore presente nella regione.

Il caso è di grande attualità e merita molta attenzione. Dopo che il Governo italiano avrà fornito le risposte e i chiarimenti domandati dalla CEDU e che i ricorrenti avranno potuto fornire le loro osservazioni ulteriori, la CEDU deciderà sull’intera vicenda.

A mio parere, considerando la giurisprudenza sviluppatasi in materia, la CEDU accerterà le gravi violazioni contestate all’Italia. Sarà poi interessante leggere la motivazione della pronuncia, soprattutto sulla violazione del diritto alla salute e alla vita dei ricorrenti.

Segnalazione: per chi volesse leggere l’articolo della rivista The Lancet Oncology, apparsa al vol. 5 nel dicembre 2004,  citata nella comunicazione dalla CEDU, segnalo la traduzione libera a cura della redazione di EpiCentro