La Corte Costituzionale censura le modifiche alla legge “Pinto”, perché rende ineffettivo il rimedio interno previsto per la riparazione alla violazione del diritto alla ragionevole durata della procedura, garantito dall’articolo 6 della Convenzione

la-sala-della-corte-costituzionale11Strasburgo, 8 maggio 2014 – Con la recente sentenza n. 30 del 24 febbraio 2014, depositata il 25 febbraio 2014, la Corte Costituzionale si è pronunciata nel giudizio di legittimità costituzionale dell’art. 55, comma 1, lettera d), del decreto-legge 22 giugno 2012, n. 83 (Misure urgenti per la crescita del paese), convertito, con modificazioni, dall’art. 1, comma 1, della legge 7 agosto 2012, n. 134, sostitutivo dell’art. 4 della legge 24 marzo 2001, n. 89, promosso dalla Corte d’appello di Bari, prima sezione civile, nel procedimento vertente tra D’Aversa Concettina e il Ministero della giustizia, con ordinanza del 18 marzo 2013, iscritta al n. 151 del registro ordinanze 2013 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 26, prima serie speciale, dell’anno 2013.

La ricorrente del giudizio principale, lavoratrice dipendente di un imprenditore individuale, nel 1993 aveva agito in giudizio nei confronti del datore di lavoro, per ottenere il pagamento di alcune differenze retributive. Interrottosi il giudizio a causa del fallimento del convenuto, in data 27 marzo 1997, la ricorrente aveva chiesto di essere ammessa al passivo fallimentare, ottenendo l’ammissione del credito per un importo pari a 6.878,47 euro. Di tale somma, la ricorrente aveva ricevuto dei pagamenti parziali (nel 2002 e nel 2010) per un totale di 6.541,32 euro.

Ancora creditrice del residuo, con ricorso depositato il 19 dicembre 2012, aveva adito la Corte d’Appello di Bari, chiedendo l’indennizzo del danno non patrimoniale da eccessiva durata della procedura concorsuale (quantificato in 8.000 euro), oltre accessori e spese legali, sebbene detta procedura, come da attestazione della cancelleria del tribunale fallimentare del 14 febbraio 2013, fosse ancora pendente e non fosse definitiva l’attribuzione della minor somma rispetto a quella ammessa al passivo fallimentare.

Ad avviso del giudice a quo, l’art. 4 della legge 24 marzo 2001, n. 89 (Previsione di equa riparazione in caso di violazione del termine ragionevole del processo e modifica dell’articolo 375 del codice di procedura civile) – come sostituito dall’art. 55, comma 1, lettera d), del d.l. n. 83 del 2012 – prevedendo nel testo attualmente in vigore che «La domanda di riparazione può essere proposta, a pena di decadenza, entro sei mesi dal momento in cui la decisione che conclude il procedimento è divenuta definitiva», precluderebbe la proposizione della domanda di equa riparazione durante la pendenza del procedimento nel cui ambito la violazione si assume verificata.

La Corte costituzionale, pur dichiarando inammissibile l’eccezione d’incostituzionalità proposta, ha censurato le ultime modifiche apportate alla legge “Pinto” e oggetto d’esame.

I Giudici delle leggi hanno infatti ricordato che la Convenzione accorda allo Stato contraente ampia discrezionalità nella scelta del tipo di rimedio interno tra i molteplici ipotizzabili, ma nel caso in cui opti per quello risarcitorio, detta discrezionalità incontra il limite dell’effettività, che deriva dalla natura obbligatoria dell’art. 13 della Convenzione (si veda Cocchiarella c. Italia, [GC], sentenza del 29 marzo 2006).

Ma è proprio sotto tale profilo che il rimedio interno, come attualmente disciplinato dalla legge “Pinto” così come modificata, risulta carente agli occhi della Corte costituzionale.

Conseguentemente, la Corte costituzionale ha ricordato che, sempre secondo la C.E.D.U., il differimento dell’esperibilità del ricorso alla definizione del procedimento in cui il ritardo è maturato ne pregiudica l’effettività e lo rende incompatibile con i requisiti al riguardo richiesti dalla Convenzione (si veda Lesjak c. Slovenia, sentenza del 21 luglio 2009).

I Giudici delle leggi hanno quindi auspicato che il vulnus riscontrato porti l’ordinamento a dotarsi di un rimedio effettivo a fronte della violazione della ragionevole durata del processo.

Il legislatore dovrà quindi attivarsi al più presto.

ILVA DI TARANTO: LA CORTE EUROPEA DEI DIRITTI DELL’UOMO COMUNICA AL GOVERNO ITALIANO IL CASO SMALTINI

2taranto__ilvaStrasburgo, 14 gennaio 2014 – Il 4 ottobre 2013 è stato comunicato al Governo italiano il caso Smaltini c. Italia (ric. n. 43961/09), che porta all’attenzione della C.E.D.U. la delicata questione sulle conseguenze delle emissioni nocive provenienti dallo stabilimento ILVA sulla salute degli abitanti della città di Taranto.

I ricorrenti sono i familiari della signora Smaltini, cittadina della città pugliese, anche lei ricorrente, deceduta dopo la presentazione del ricorso alla C.E.D.U. a causa di una leucemia nel dicembre del 2012, dopo sei anni di malattia.

I ricorrenti lamentano la violazione degli articoli 6 (diritto a un processo equo), e 2 (diritto alla vita), della Convenzione. Con riferimento al rispetto delle regole del giusto processo essi ritengono che la scelta delle autorità nazionali di archiviare il caso originato dalla denuncia della signora Smaltini in seguito a indagini poco approfondite svolte da una commissione di esperti nominata in modo irregolare che ha prodotto una perizia incompleta, non basata su dati statistici aggiornati e sulle reali condizioni di salute dalla donna, violi il primo paragrafo dell’articolo 6; sul fronte dell’art. 2 della Convenzione, i ricorrenti lamentano la violazione del diritto alla vita della prima ricorrente, che è infatti deceduta in pendenza del procedimento davanti alla C.E.D.U. a causa della malattia.

La questione è chiaramente di grande rilevanza e la C.E.D.U. si esprimerà sull’operato delle autorità italiane riguardo al caso “I.L.V.A.”.

Al Governo italiano sono state poste tre domande e precisamente:    

  1. Quali sono i dati scientifici ufficiali di cui disponevano le autorità al tempo dei fatti per poter accertare l’esistenza di un nesso causale tra la morte della prima ricorrente e le emissioni provenienti dallo stabilimento Ilva?
  2. Il diritto alla vita della prima ricorrente è stato violato, nel caso di specie, dal punto di vista sostanziale?
  3.  Avendo riguardo alla tutela processuale del diritto alla vita, le indagini svolte dalle autorità nazionali possono dirsi effettive ai sensi dell’art. 2 della Convenzione?

L’inquinamento prodotto negli anni dallo stabilimento I.L.V.A. di Taranto è stato al centro di numerose pronunce da parte delle autorità nazionali. Ultimamente si ricordano due sequestri preventivi, dell’impianto prima e dei prodotti poi, il decreto legge n. 207 del 3 dicembre 2012 poi convertito con legge n. 231 del 24 dicembre 2012 che, sostanzialmente, aveva lo scopo di vanificare gli effetti dei sequestri giudiziari, consentendo la commercializzazione dei prodotti dello stabilimento ed, infine, una pronuncia della Corte costituzionale (sentenza n. 85/2013), che si è espressa dichiarando inammissibili e infondate le questioni sollevate dal G.I.P del Tribunale di Taranto e dal Tribunale ordinario di Taranto. La Corte costituzionale ha affermato che l’intervento legislativo sia stato conforme ai principi costituzionali, sussistendo un giusto bilanciamento degli interessi in gioco e presi in considerazione dal c.d. “decreto salva Ilva”. In tal modo la Corte costituzionale ha negato, nella sostanza, l’esistenza di una gerarchia tra diritti costituzionalmente garantiti, ovvero il diritto al lavoro e all’iniziativa economica, da una parte, e il diritto alla salute e all’ambiente salubre, dall’altra.

Nel ricorso si legge che la prima ricorrente, dopo essere venuta a conoscenza di essere malata di leucemia, si rivolse all’autorità competente, denunciando i proprietari dello stabilimento tarantino in ragione del comprovato nesso di causalità esistente tra le emissioni nocive della fabbrica e l’incremento dei casi di cancro e leucemia nella zona limitrofa. La signora Smaltini aveva chiesto che venissero svolte delle indagini approfondite al fine di sancire l’esistenza di tale legame e che, in particolare ne fosse provata l’incidenza causale con l’insorgere della propria malattia.

Tuttavia, il pubblico ministero chiese l’archiviazione del caso. A tale richiesta si oppose la signora Smaltini che incentrava la propria doglianza sia su una precedente condanna dei proprietari della fabbrica, sia sui dati contenuti nella relazione pubblicata dalla sezione di Taranto dell’AIL (Associazione Italiana Leucemie – linfomi mieloma), sia sulle dichiarazioni del primario del reparto di ematologia dell’ospedale di Taranto. In seguito a tale opposizione, il G.I.P. presso il Tribunale di Taranto incaricò il Pubblico Ministero di svolgere un’indagine più approfondita.

Il Pubblico Ministero nominò, quindi, una commissione di consulenti composta da un medico legale e da un ematologo al fine di  valutare l’esistenza di tale eventuale nesso causale.

Le analisi svolte dai consulenti tecnici, tuttavia, non confermarono quanto denunciato dalla prima ricorrente e la perizia affermò che la percentuale di decessi per cancro o leucemie non era superiore a quella altre di zone d’Italia e non tenne in alcuna considerazione i dati forniti dalle associazioni ambientaliste e mediche: secondo i consulenti d’ufficio non sussisteva alcun nesso di causalità tra le emissioni dello stabilimento I.L.V.A e l’insorgere di malattie.

Sulla base di tale perizia il pubblico ministero rinnovò la richiesta di archiviazione e, nuovamente, a tale decisione si oppose la ricorrente sottolineando, tra l’altro, che nessuno dei consulenti tecnici l’aveva visitata. Il 19 gennaio 2008, il G.I.P. presso il Tribunale di Taranto decise di archiviare definitivamente il caso ritenendo non sufficientemente provato il nesso di causalità tra le emissioni dello stabilimento I.L.V.A. e i casi di malattia e decessi nella zona.

Infine, sempre sul caso “I.LV.A.” si ricorda che il 26 settembre 2013 la Commissione europea ha aperto una procedura d’infrazione contro l’Italia per il mancato controllo delle emissioni tossiche generate da tale stabilimento.

Il Governo italiano dovrà ora rispondere alle domande della C.E.D.U.

Successivamente, anche i ricorrenti avranno la possibilità di presentare le loro osservazioni e, una volta completata questa fase procedurale, la C.E.D.U. sarà in grado di pronunciarsi sul caso.

Le ripercussioni della pronuncia della C.E.D.U. saranno rilevanti, essendo in gioco il diritto alla vita, in primis, quello della prima ricorrente, ma anche quello di tutti i tarantini, i quali vivono sulla loro pelle, da anni, un gravissimo inquinamento ambientale.

(Testo redatto in collaborazione con la dott.ssa Alessia Valentino)

Nel caso Cusan e Fazzo c. Italia, la Corte europea dei diritti dell’uomo accerta che la trasmissione del cognome paterno ai figli si fonda su una discriminazione basata sul sesso dei genitori

Image Strasburgo, 7 gennaio 2014 – Con sentenza del 7 gennaio 2014, nel caso Cusan e Fazzo c. Italia, (ricorso n. 77/07) la C.E.D.U. ha accertato, a maggioranza, la violazione dell’articolo 14 (divieto di discriminazione) combinato con l’articolo 8 della Convenzione (diritto al rispetto della vita privata e familiare). Il caso riguarda la possibilità di trasmettere ai figli legittimi solo il cognome paterno e quindi non quello materno. Secondo la C.E.D.U., la trasmissione del cognome paterno si basa esclusivamente su una discriminazione fondata sul sesso dei genitori, in contraddizione con il principio di non discriminazione. I ricorrenti sono i coniugi Alessandra Cusan e Luigi Fazzo, cittadini italiani, nati rispettivamente nel 1964 e nel 1958. Nel 1999 ebbero una figlia. Il padre chiese di poter iscrivere la figlia nel registro di stato civile con il cognome della madre e non con il proprio. Tale richiesta fu respinta. I ricorrenti presentarono un ricorso davanti al Tribunale. Quest’ultimo respinse la domanda, affermando che, nonostante in diritto italiano non esistesse alcuna norma che prevedesse quale cognome dare ai figli legittimi, imporre quello del padre era una regola corrispondente ad un principio radicato nella coscienza sociale e storica italiana. Il Tribunale rilevò inoltre che tutte le donne sposate adottavano il nome del marito e pertanto i figli potevano essere iscritti solo sotto il cognome comune dei coniugi. I ricorrenti proposero ricorso in appello. La Corte d’Appello confermò la sentenza di primo grado, rifacendosi anche alla giurisprudenza della Corte Costituzionale che aveva affermato che l’impossibilità per la madre di trasmettere ai figli legittimi il proprio cognome non violava il principio di uguaglianza tra i cittadini. I ricorrenti presentarono ricorso in Cassazione. La Suprema Corte sospese il procedimento e rinviò il caso alla Corte Costituzionale. Con sentenza del 16 febbraio 2006, la Corte Costituzionale dichiarò inammissibile la questione di legittimità sollevata. Pur ritenendo che il sistema di attribuzione del cognome paterno derivasse da una concezione patriarcale della famiglia che aveva le sui radici nel diritto romano e che fosse non compatibile con i principi costituzionali di parità tra uomo e donna, ritenne che la scelta tra diverse soluzioni doveva essere operata dal legislatore. Conseguentemente, con sentenza del 29 maggio 2006, la Corte di Cassazione prese atto della decisione adottata dalla Corte Costituzionale e respinse il ricorso dei ricorrenti. Il 31 marzo 2011, i ricorrenti chiesero al Ministro degli Interni di poter aggiungere al cognome paterno dei figli anche quello materno. Con decreto del 14 dicembre 2012, il Prefetto di Milano autorizzò i coniugi a modificare il cognome dei figli in “Fazzo Cusan”. I ricorrenti si sono lamentati che l’impossibilità di attribuire alla figlia il cognome della madre, all’epoca dei fatti, viola l’articolo 8, solo o combinato con l’articolo 14 della Convenzione. Inoltre i ricorrenti si sono lamentati della violazione dell’articolo 5 del Protocollo n. 7 (uguaglianza tra i coniugi) preso isolatamente o combinato con l’articolo 14 della Convenzione, in quanto le disposizioni legislative riguardanti l’imposizione del cognome paterno anziché materno ai figli legititmi non garantisce la parità tra i coniugi. Il ricorso è stato presentato il 13 dicembre 2006. La C.E.D.U. ha affermato che vi è discriminazione quando le persone che si trovino in una situazione simile sono trattate differentemente senza una giustificazione oggettiva e ragionevole. La giustificazione deve valutarsi alla luce dei principi alla base di una società democratica. Ora, la regola secondo cui i figli legittimi si vedono attribuire il cognome paterno alla nascita deriva da alcune norme del codice civile italiano. La legislazione interna non prevede alcuna eccezione a questa regola. Nonostante il Prefetto di Milano abbia autorizzato i ricorrenti ad aggiungere il cognome della madre ai loro figli tale cambiamento non corrisponde al desiderio iniziale degli stessi, i quali avrebbero voluto attribuire alla figlia il solo cognome della madre. La C.E.D.U. ha ritenuto pertanto che nell’attribuzione del cognome ai figli legittimi, i genitori sono stati trattati in modo diverso. In effetti, nonostante l’accordo tra i coniugi, la madre non ha potuto attribuire il proprio cognome alla figlia. La C.E.D.U. ha quindi ricordato l’importanza di procedere verso l’uguaglianza tra i sessi, procedendo all’eliminazione delle discriminazioni fondate sul sesso nella scelta del cognome. La C.E.D.U. ha poi affermato che la tradizione di imporre il cognome paterno non può giustificare una discriminazione nei confronti delle donne. Conseguentemente, l’impossibilità di derogare alle disposizioni che impongono l’attribuzione del solo cognome paterno è stata ritenuta una violazione dell’articolo 14 combinato con l’articolo 8 della Convenzione. Infine, la C.E.D.U. non ha ritenuto di dover esaminare il caso sotto il profilo dell’articolo 5 del Protocollo n. 7, solo o combinato con l’articolo 14 della Convenzione.