Con il caso De Tommaso c. Italia la Grande Camera della Corte europea dei diritti dell’uomo esaminerà le misure di sorveglianza speciale di pubblica sicurezza

grande-cameraStrasburgo, 23 gennaio 2015 – Il 25 novembre 2014, la Seconda Sezione della C.E.D.U. ha deciso di rimettere il caso De Tommaso c. Italia davanti alla Grande Camera. La pubblica udienza è stata fissata per il 20 maggio 2015 e in quell’occasione i Giudici di Strasburgo esamineranno le misure di sorveglianza speciale di pubblica sicurezza alla luce dei diritti fondamentali garantiti dagli articoli 2 del Protocollo n. 4 alla Convenzione (libertà di circolazione) e 6 della Convenzione. Nel caso di specie il 22 maggio 2007, il Procuratore della Repubblica di Bari aveva proposto al Tribunale della medesima città di sottoporre il ricorrente ad una sorveglianza speciale di pubblica sicurezza con assegnazione a residenza per una durata di due anni. Aveva evidenziato che, tenuto conto delle precedenti condanne per traffico di droga, evasione e detenzione di armi, il ricorrente frequentava dei criminali e risultava essere una persona pericolosa. Con memoria del 6 marzo 2008, il ricorrente si era opposto alla proposta del Procuratore, eccependo che vi era stato un errore di persona in quanto dalla condanna del 2002 non era più stato sottoposto ad procedimenti giudiziari. Secondo il ricorrente, non vi era la necessità di applicare la misura della sorveglianza speciale. Con decisione dell’11 aprile 2008, notificata il 4 luglio 2008, il Tribunale di Bari aveva disposto la misura della sorveglianza speciale per la durata di due anni, respingendo le argomentazioni esposte dal ricorrente, avendo riteneto che le condizioni richieste dalla legge per l’applicazione della misura erano soddisfatte, non essendovi dubbi quanto alla pericolosità del ricorrente. Tale misura aveva comportato per l’interessato l’assolvimento dei seguenti obblighi:

  • presentarsi una volta alla settimana presso l’autorità di polizia incaricata della sorveglianza;
  • cercare un lavoro entro un mese;
  • abitare a Bari;
  • vivere onestamente e nel rispetto delle leggi, senza prestarsi a sospetti;
  • non frequentare persone che avevano subito condanne e sottoposte a delle misure di prevenzione o di sicurezza;
  • non rientrare la sera dopo le 22 e non uscire al mattino prima delle 7, salvo in caso di necessità e avvertendo le autorità in tempo utile;
  • non detenere o portare armi;
  • non frequentare bar o pubblici ritrovi e non partecipare a riunioni pubbliche.

Il 31 luglio 2008, la Prefettura di Bari aveva revocato la patente del ricorrente. Il 14 luglio 2008, il ricorrente aveva presentato ricorso davanti alla Corte di Appello di Bari. Con sentenza del 28 gennaio 2009, notificata al ricorrente il 4 febbraio 2009, la Corte di Appello aveva evidenziato che il delitto per il quale il ricorrente era stato condannato non era di particolare gravità e risaliva al 2004. In seguito non aveva commesso alcun crimine. Il fatto che avesse frequentato persone condannate non era stato ritenuto sufficiente per affermare la sua pericolosità. Secondo la Corte di Appello, il Tribunale aveva omesso di valutare l’incidenza della funzione rieducativa della pena sulla personalità del ricorrente. Con il proprio ricorso, il ricorrente ha eccepito che la misura di prevenzione che gli è stata applicata sia stata arbitraria e di durata eccessiva, tenuto conto che la Corte di Appello si è pronunciata sei mesi dopo la proposizione del ricorso, quando invece la legge prevede un termine di trenta giorni. Invoca gli articoli 5 e 2 del Protocollo n. 4 alla Convenzione. Invocando poi l’articolo 6 § 1 della Convenzione, il ricorrente ha eccepito la mancanza di pubblicità della procedura davanti alla camera del Tribunale e della Corte di Appello specializzate nell’applicazione delle misure di prevenzione. Invocando l’articolo 6 §§ 1 e 3 e) della Convenzione, il ricorrente ha inoltre eccepito, sotto diversi profili, l’iniquità della procedura che ha portato all’applicazione delle misure di prevenzione. Il ricorrente ha infine evidenziato di non aver disposto, in diritto italiano, di alcun ricorso effettivo per far valere la violazione di cui all’articolo 5. Nella comunicazione al Governo italiano, la C.E.D.U. ha ritenuto di dover porre le seguenti domande:

  • se vi è stata una restrizione del diritto del ricorrente alla libertà di circolazione ai sensi dell’articolo 2 del Protocollo n. 4 alla Convenzione. In caso affermativo,se  questa restrizione è stata disposta nel rispetto delle esigenze previste dall’articolo 2 § 3 del Protocollo n. 4, tenuto conto, in particolare, della durata della procedura davanti alla Corte di Appello.
  • Se l’articolo 6 § 1 della Convenzione, sotto il profilo civile, è applicabile alla procedura intervenuta nel caso di specie. In caso affermativo, se la causa riguardante la misura di prevenzione è stata celebrata pubblicamente come lo richiede l’articolo 6 § 1 della Convenzione e se l’esclusione del pubblico dalla sala d’udienza nel caso di specie era compatibile con l’articolo 6 § 1 della Convenzione.

Tali questioni saranno quindi prese in esame davanti alla Grande Camera il 20 maggio 2015.

Trattamenti inumani e degradanti durante il servizio militare: nel caso Placì c. Italia, la Corte europea dei diritti dell’Uomo accerta la violazione dell’articolo 3 e 6 della convenzione

Strasburgo, 23 febbraio 2014 – Con sentenza del 21 gennaio 2014 nel caso Placì c. Italia, la C.E.D.U. ha condannato l’Italia per violazione degli articoli 3 e 6 della Convenzione. L’oggetto della pronuncia riguarda il trattamento subito da un cittadino italiano durante il servizio militare.

Il ricorrente, nel 1993, fu chiamato per svolgere il servizio militare e, nel 1994, fu dichiarato idoneo al servizio di leva, sebbene durante le visite fosse risultato lento nella comprensione e nell’esecuzione di un compito – per quanto logico nel suo esercizio – e incline a rinunciare. Inoltre, in una valutazione delle competenze linguistiche e culturali, della motivazione, delle prestazioni mentali e del comportamento, ottenne una valutazione di 4 su 10 in ogni area. Una seconda valutazione del 1994 confermò la sua idoneità e fu quindi inviato al 123esimo battaglione di stanza a Chieti per l’addestramento.

Nel luglio del 1994, il ricorrente fu trasferito a L’Aquila e, mentre si trovava lì, fu sottoposto a numerose punizioni tra cui ventiquattro giorni di reclusione – anche in isolamento – per motivi che andavano dalla cura negligente della branda, al fallimento nel riferire al supervisore o a un atteggiamento ritenuto troppo informale nei confronti dei superiori.

Alla fine del 1994, fu trasferito a Lecce dove i superiori si resero conto che soffriva di tic nervosi e contrazioni, difficoltà di socializzazione e di apprendimento.

Nel 1995, fu visitato e gli fu diagnosticato uno stato d’ansia e di fragilità mentale. Fu ritenuto fisicamente debole e insicuro, con una bassa attitudine all’apprendimento, incline all’isolamento e incapace di assumere responsabilità. I test rivelarono che non era in grado di svolgere i compiti assegnati, aveva difficoltà a orientarsi e le funzioni cognitive alterate. Gli fu diagnosticato un lieve deficit cognitivo. Queste precarie condizioni di salute gli facevano vivere la vita militare con ansia e in costante paura.

I medici ritennero che continuare a svolgere il servizio militare avrebbe aggravato la sua ansia e che si sarebbe accentuato il suo atteggiamento difensivo derivante dal suo stato di paura costante. In un’ulteriore visita, avvenuta nell’aprile 1995, fu diagnosticata una disforia e un disturbo da personalità borderline. Per questo fu dichiarato inidoneo al servizio di leva.

Dopo il congedo fu nuovamente esaminato e risultò che il ricorrente rimaneva insicuro, instabile e incapace di assumersi delle responsabilità, mostrando segni di deficit intellettivi.

Il ricorrente richiese al Ministro della Difesa un risarcimento danni ritenendo provato il nesso tra la sua condizione e il servizio militare.

La Commissione medica territoriale di Bari riconobbe che il ricorrente soffriva di un disturbo ossessivo-compulsivo, ma ritenne che non fosse una conseguenza del servizio militare. Per questo motivo il Ministero della Difesa rigettò la richiesta di risarcimento danni.

Avverso il provvedimento, il ricorrente si rivolse al T.A.R. competente. Tuttavia la richiesta fu respinta. Il ricorrente si rivolse quindi al Consiglio di Stato, ma la richiesta fu nuovamente respinta.

La C.E.D.U., investita del caso, ha dichiarato la violazione dell’articolo 3 della Convenzione che sancisce il divieto di trattamenti inumani e degradanti.

Secondo la giurisprudenza consolidata della C.E.D.U., infatti, sullo Stato grava un obbligo generale di vigilare affinché nessuno sia sottoposto a tali trattamenti.

Per quanto riguarda le specificità della vita militare, inoltre, è compito dello Stato valutare attentamente lo stato fisico e psicologico delle reclute alla luce delle difficoltà connesse alle particolari caratteristiche della vita militare e ai doveri e alle responsabilità speciali che gravano sui membri dell’esercito. Pertanto, tenuto conto delle esigenze pratiche del servizio militare, gli Stati devono istituire un sistema efficace di controllo medico per le potenziali reclute, allo scopo di garantire che la loro salute e il loro benessere non siano messi in pericolo e la loro dignità umana possa essere compromessa durante il servizio militare.

Nel caso di specie, sebbene la C.E.D.U. abbia riconosciuto che non vi è stata negligenza da parte dello Stato nelle valutazioni iniziali del ricorrente, essa ha ritenuto che, nel periodo successivo al reclutamento e alla luce delle condizioni del ricorrente, le autorità responsabili abbiano tenuto una condotta negligente. Il servizio di leva e le punizioni cui il ricorrente è stato sottoposto – per quanto di poco conto per una persona in normali condizioni fisiche e psichiche – hanno avuto degli effetti assolutamente negativi.

Quanto alla lamentata violazione dell’articolo 6 della Convenzione, la C.E.D.U. ha dichiarato la violazione del diritto a un equo processo per imparzialità e terzietà del giudice, essendo stato violato il principio di parità delle armi.

(Articolo redatto con la collaborazione della dott.ssa Alessia Valentino)

La C.E.D.U ha ritenuto in particolare che, in considerazione dell’importanza della perizia del Collegio medico legale della Difesa, riconosciuta del Consiglio di Stato, è venuta meno la garanzia d’imparzialità e terzietà del Tribunale, ciò in considerazione della composizione di tale Collegio.

La C.E.D.U. ha ribadito che la mancanza di neutralità da parte di un esperto nominato dal Tribunale può dare luogo, in determinate circostanze, ad una violazione del principio della parità delle armi. Nel caso di specie, il Collegio medico era composto da medici militari, con l’eccezione di un solo membro laico, nominati e stipendiati dal Ministro della Difesa. Tale composizione, secondo la C.E.D.U., non era conforme quelle esigenze d’imparzialità richieste dalla Convenzione.

Per questo motivi la C.E.D.U. ha dichiarato la violazione dell’articolo 6.

Dichiarando tale violazione la Corte ha ritenuto assorbiti i profili di violazione lamentati sotto il profilo dell’articolo 13 della Convenzione.

Con riguardo all’equo indennizzo previsto dall’articolo 41 della Convenzione, la C.E.D.U. ha riconosciuto al ricorrente 40.000 euro per danni morali e 17.000 euro per le spese legali.

Nel caso Torri e Bucciarelli e altri c. Italia la Corte europea dei diritti dell’Uomo si pronuncia sulla perdita di benefici contributivi da parte dei lavoratori della AGENSUD

Strasburgo, 18 aprile 2012 – Con decisione del 24 gennaio 2012, la C.E.D.U. ha deciso nel caso Torri e Bucciarelli e altri c. Italia dichiarando l’irricevibilità delle violazioni dei diritti garantiti dall’articolo 1 del Protocollo n. 1 e degli articoli 6 e 14 della Convenzione, quest’ultimo combinato con l’articolo 1 del Protocollo n. 1, lamentate dai ricorrenti.

Questi ultimi, dipendenti della AGENSUD, alla data del 12 ottobre 1993 avevano maturato un certo periodo di servizio e provveduto a versare all’INPS contributi, maturando così, per la normativa allora vigente, la pensione di anzianità una volta raggiunta l’età pensionabile.

Con legge n. 488/1992 la AGENSUD fu soppressa e il rapporto di lavoro dei ricorrenti non fu trasferito allo Stato, come inizialmente previsto. Conseguentemente i ricorrenti videro cessare il loro rapporto di lavoro e acquisirono il diritto al TFR. A quel punto i ricorrenti ebbero la possibilità di transitare nei ruoli di altre amministrazioni pubbliche, cosa che fecero. I ricorrenti accettarono quindi una retribuzione inferiore con tutte le implicazioni inerenti al regime pensionistico e alla copertura previdenziale.

I ricorrenti optarono quindi che i loro contributi precedentemente versati dall’AGENDSUD all’INPS fossero ricongiunti con quelli che sarebbero stati versati successivamente dal nuovo datore di lavoro all’INPDAP.

Nel corso di tale operazione tuttavia, una parte dei contributi versati all’INDPAP non sarebbe stata utilizzata per il computo della pensione dei ricorrenti. Conseguentemente questi ultimi non avrebbero beneficiato della totalità dei contributi. Le loro pensioni sarebbero state inferiori e buona parte dei contributi nel frattempo versati sarebbero andati persi.

Nel frattempo il legislatore previde una deroga per tutti i dipendenti pubblici che avevano lasciato il lavoro dopo il 13 ottobre 1993 e fino all’entrata in vigore dell’articolo 14bis della legge 96/1993 con la possibilità di ottenere la restituzione dei contributi versati che non fossero stati computati al fine del ricongiungimento dei periodi di previdenza sociale.

I ricorrenti tuttavia non rientrarono in tale categoria.

I ricorrenti promossero una serie di cause per ottenere la restituzione dei contributi versati all’INPS e non utilizzabili ai fini pensionistici. I giudici interni tuttavia respinsero le richieste dei ricorrenti, anche in seguito ad un mutamento giurisprudenziale.

Il caso è interessante perché la C.E.D.U. ha offerto un quadro giusprudenziale articolato relativamente alla questione se una pensione può costituire un “bene” ai sensi del trattato convenzionale.

La C.E.D.U. è passata poi ad esaminare il caso di specie, valutando la legittimità e la proporzionalità dell’ingerenza e non riconoscendo alcuna violazione. Conseguentemente ha dichiarato l’irricevibilità del ricorso sotto il profilo dell’articolo 1 del Protocollo n. 1.

Quanto all’articolo 6 della Convenzione, la C.E.D.U. ha ritenuto che i ricorrenti avessero erroneamente interpretato il mutamento di orientamento giurisprudenziale dei giudici nazionali.

Infine, riguardo all’articolo 14 della Convenzione, invocato in combinazione con l’articolo 1 del Protocollo n. 1, la C.E.D.U. ha ritenuto di non dover determinare se tale norma potesse essere applicata al caso di specie, dato che la violazione sotto il profilo dell’articolo 1 del Protocollo n.1 è stata dichiarata irricevibile.

Qui di seguito troverete il link verso la decisione Torri e Bucciarelli e altri c. Italia del 24 gennaio 2012 in versione originale inglese e in italiano. La traduzione in italiano è a cura del Ministero della Giustizia, Direzione generale del contenzioso e dei diritti umani, eseguita da Daniela Riga, funzionario linguistico.