La C.E.D.U. condanna l’Ucraina perché responsabile della morte di un detenuto malato di A.I.D.S., deceduto subito dopo la sua scarcerazione

carcereStrasburgo, 25 aprile 2013 – Con sentenza del 14 marzo 2013 la C.E.D.U., nel caso Salakhov e Islyamova c. Ucraina (ricorso n. 28005/08), ha accertato la violazione degli articoli 2 e 3, nonché dell’art. 34, della Convenzione da parte dell’Ucraina per la morte di un detenuto affetto da HIV, avvenuta a breve distanza dal suo rilascio.

Il ricorso fu presentato inizialmente dal signor Linar Irekovich Salahkov, cittadino ucraino  (il primo ricorrente), il quale decedette in corso di causa. Nel giudizio subentrò quindi la madre, la signora Aliya Fazylovna Islyamova (la seconda ricorrente).

La vicenda del primo ricorrente ha inizio il 20 novembre 2007, quando fu arrestato con l’accusa di  aver rapinato un telefono cellulare ad un conoscente. Secondo quanto sostenuto dalla seconda ricorrente, il primo ricorrente informò immediatamente l’autorità di polizia ucraina di essere malato di A.I.D.S., esprimendo anche la propria preoccupazione che la sua salute avrebbe potuto peggiorare a causa della detenzione.

Dalla data del suo arresto e sino alla scarcerazione, avvenuta il 4 agosto 2008, il primo ricorrente fu alternativamente detenuto in carcerazione preventiva nei centri di detenzione di Bakhchysaray (c.d. “ITT”), e di Sinferopoli (c.d. “SIZO”)..

Con sentenza del 4 luglio 2008, il Tribunale di Bakhchysaray derubricò il reato a frode, condannando il primo ricorrente al pagamento della sola pena pecuniaria per un ammontante di circa 115 euro. Il ricorrente fu quindi rilasciato. La carcerazione preventiva ebbe una durata di oltre otto mesi.

Il primo ricorrente decedette il 2 agosto 2008, a meno di un mese dal suo rilascio.

Durante tutto il periodo di carcerazione preventiva, le condizioni di salute del primo ricorrente peggiorarono progressivamente.

Con l’aggravarsi delle condizioni di salute, il primo ricorrente fu trasferito presso il locale ospedale, ove, il 5 giugno 2008, quindi dopo oltre sei mesi dall’arresto, gli fu diagnosticato l’A.I.D.S. al quarto stadio di latenza clinica. In quell’occasione, il medico definì le condizioni del primo ricorrente come “moderatamente serie”.

Le contestuali e plurime richieste di scarcerazione per motivi di salute formulate dal legale del primo ricorrente furono sistematicamente respinte dal locale Tribunale di Bakhchysaray.

In considerazione del grave e rapido peggioramento delle condizioni di salute, i ricorrenti adirono in via d’urgenza la CEDU, che, in applicazione dell’art. 39 del Regolamento, invitò il Governo ucraino a trasferire immediatamente il ricorrente in una struttura ospedaliera idonea alla cura della sua grave patologia.

Dopo alcuni giorni, il ricorrente fu ricoverato in ospedale dove, seppur gravemente malato, fu ammanettato al letto. Il ricorrente fu quindi trasferito nel centro medico del “SIZO”, dove, pur essendo quasi in fin di vita, continuò ad essere ammanettato al letto.

Dopo la morte del primo ricorrente, la madre e seconda ricorrente denunciò che la mancanza di cure mediche tempestive ed adeguate durante il periodo di detenzione del figlio erano state la causa del decesso.

Secondo un’inchiesta condotta da un’apposita Commissione istituita dal Ministero della Salute ucraino, risultò che il deterioramento delle condizioni di salute del primo ricorrente era attribuibile al ritardo nelle cure prestate.

Le indagini condotte dalle autorità interne non portarono comunque ad identificare alcuna responsabilità penale né tra il personale dei due centri di detenzione, né tantomeno tra il personale medico dell’ospedale che aveva preso in cura il primo ricorrente, vuoi anche per la scarsissima documentazione medica esistente.

I ricorrenti hanno eccepito la violazione del diritto alla salute, all’integrità psico-fisica e alla vita del primo ricorrente, nonché l’essere stati sottoposti a trattamenti inumani e degradanti, in violazione degli art. 2 e 3  della Convenzione.

Quanto alla lamentata violazione dell’articolo 3 della Convenzione (divieto di trattamento inumano e degradante), la C.E.D.U. ha ribadito che gli Stati hanno l’obbligo di garantire ai detenuti le stesse cure, mediche e psico-sociali, che vengono assicurate a tutti gli altri membri della comunità (Kudla c. Polonia) e che la mancanza di cure adeguate costituisce un trattamento inumano e degradante.

Nel caso di specie, la C.E.D.U. ha osservato che pur sollecitate, non sono state fornite le cure mediche necessarie. Secondo la C.E.D.U., la pressoché totale assenza di documentazione medica è indicativa del mancato assolvimento da parte dello Stato degli obblighi di protezione derivanti dall’art. 3 della Convenzione.

Quanto all’adeguatezza delle cure mediche ricevute in ospedale, la C.E.D.U. ha ritenuto  lo Stato ucraino responsabile perché i medici hanno sottostimato la gravità delle condizioni di salute del ricorrente, rifiutando il ricovero urgente. Anche sotto questo profilo, la C.E.D.U. ha ritenuto che vi sia stata violazione dell’art 3 della Convenzione.

Quanto all’ammanettamento al letto di degenza, la C.E.D.U. ha ritenuto che, stante il grave stato di debilitazione fisica del primo ricorrente, tale trattamento abbia costituito un trattamento inumano e degradante.

Sotto il profilo dell’articolo 2 della Convenzione (diritto alla vita), la C.E.D.U. richiamandosi alla propria consolidata giurisprudenza, ha ribadito che tale norma deve essere interpretata ed applicata in modo da garantire una tutela in concreto ed effettiva del diritto alla vita (Mc Cann e altri c. Regno Unito). Tale norma pone quindi a carico delle autorità pubbliche l’obbligo di adottare preventivamente misure concrete per proteggere l’individuo (Osman c. Regno Unito).

Nel caso di specie la C.E.D.U. ha esaminato la compatibilità della detenzione con lo stato di salute del primo ricorrente, concludendo che alcun parametro esaminato – le condizioni mediche, l’adeguatezza delle cure e la proporzionalità della misura restrittiva adottata,  fosse stato rispettato con lo stato di detenzione del primo ricorrente. La C.E.D.U. ha quindi ritenuto che vi sia stata violazione dell’articolo 2 della Convenzione sotto il profilo sostanziale.

La C.E.D.U. ha ritenuto infine che vi sia stata violazione dell’articolo 2 della Convenzione anche sotto il profilo procedurale, in quanto le indagini compiute dalle autorità pubbliche interne non sono state sufficientemente adeguate, imparziali e indipendenti.

La C.E.D.U. ha ritenuto che vi sia stata violazione dell’articolo 3 della Convenzione anche nei confronti della seconda ricorrente per il perdurante stato di sofferenza mentale, angoscia e preoccupazione che è stata costretta a vivere a fianco del primo ricorrente.

Infine, la C.E.D.U. ha ritenuto che vi sia stata violazione dell’articolo 34 della Convenzione, in quanto lo Stato ucraino non ha prontamente eseguito la misura cautelare indicata ai sensi dell’articolo 39 del Regolamento.

La CEDU ha condannato lo Stato ucraino a risarcire alla seconda ricorrente 50.000 euro a titolo di risarcimento quale erede del primo ricorrente deceduto e 10.000 euro a titolo di risarcimento dei danni morali subiti personalmente. Le spese legali sono state liquidate in 925 euro.

Si noti che i principi sanciti in questa sentenza sono applicabili a tutti gli Stati contraenti della Convenzione e pertanto anche allo Stato italiano.

Espulsioni verso la Tunisia a rischio tortura, la CEDU comunica all’Italia il caso MANNAI

Strasburgo, 12 agosto 2010 – Il 23 giugno 2010 la CEDU ha comunicato all’Italia il caso MANNAI (ricorso n. 9961/10).

Ricordo che il sig. Mannai, cittadino tunisino, estradato in Italia dall’Austria nel 2005, quello stesso anno veniva condannato in Italia a cinque anni e quattro mesi di detenzione. Inoltre nella sentenza era stato precisato che, dopo aver scontato la pena, il sig. Mannai avrebbe dovuto essere espulso dal territorio italiano conformemente all’art. 235 del codice penale.

Il sig. Mannai scontata la pena, veniva immediatamente trasferito in un centro di trattenimento temporaneo, a Roma, in vista dell’esecuzione dell’espulsione. Tutto ciò avveniva il 20 febbraio 2010.

Il ricorrente si rivolgeva alla CEDU chiedendo l’applicazione di misure cautelari ai sensi dell’articolo 39 del regolamento della CEDU.

Il 19 febbraio 2010, la Presidente della Seconda Sezione della CEDU, accogliendo la richiesta del sig. Mannai, dava indicazioni al Governo italiano di non espellere l’interessato verso la Tunisia fino a nuovo ordine. In particolare la CEDU attirava l’attenzione del Governo sul fatto che quando uno Stato contraente non si conforma ad una misura indicata ai sensi dell’articolo 39 del regolamento, ciò può comportare una violazione dell’articolo 34 della Convenzione.

Nel frattempo il Giudice di Pace di Roma autorizzava l’espulsione del ricorrente verso l’Austria. Ciò avveniva il 24 febbraio 2010.

Ma il 5 marzo 2010 le autorità austriache facevano sapere di non essere disponibili ad accogliere il sig. Mannai sul loro territorio.

A quel punto il Giudice di Pace di Roma, con un provvedimento dell’8 aprile 2010, precisava che la sua precedente decisione del 24 febbraio 2010, autorizzativa dell’espulsione del ricorrente verso l’Austria, doveva considerarsi valida anche in caso di espulsione verso la Tunisia.

Le autorità italiane, in pieno dispregio delle indicazioni della CEDU, eseguivano l’espulsione del sig. Mannai il 1° maggio 2010, rinviandolo verso la Tunisia.

Informata tempestivamente di quanto accaduto il 3 maggio 2010 la CEDU scriveva una lettera alla Rappresentanza permanente dell’Italia a Strasburgo. Il contenuto ribadiva la posizione della CEDU e il fatto che l’Italia si fosse resa responsabile di una grave violazione della Convenzione. Questo il contenuto: “Riferendomi alla precedente corrispondenza riguardante il ricorso citato in oggetto, Vi informo che la Corte ha saputo che il ricorrente è stato espulso verso la Tunisia. L’avv. De Carlo, difensore del ricorrente, ha dichiarato in un messaggio pervenuto via fax alla Cancelleria il 1° maggio 2010 che il suo cliente era stato espulso verso la Tunisia lo stesso giorno alle ore 9 e 20.

Con lettera del 19 febbraio 2010 (in allegato), il Vostro Governo era stato informato che la presidente della seconda sezione della Corte aveva deciso di indicare in applicazione dell’articolo 39 del regolamento della Corte, che era auspicabile, nell’interesse delle parti e del buon svolgimento della procedura davanti alla Corte, di non espellere il ricorrente verso la Tunisia fino a nuovo ordine. Questa misura provvisoria non è mai stata annullata. La Presidente, informata delle nuove circostanze, ha confermato che questa indicazione era sempre in vigore. Invito conseguentemente il Vostro Governo a comunicare alla Cancelleria nel più breve termine possibile tutte le informazioni utili sulla sorte del ricorrente.

Attiro la Vostra attenzione, da  una parte, sulla sentenza Saadi c. Italia del 28 febbraio 2008 nella quale la Grande Camera ha considerato, in un caso simile, che nell’eventualità di esecuzione della decisione di espellere il ricorrente verso la Tunisia, ci sarebbe stata violazione dell’articolo 3 della Convenzione e, d’altra parte, sui precedenti creati dall’espulsione verso la Tunisia dei sig.ri Ben Khemais (n. 246/07) e Trabelsi (n. 50163/08)”.

Ma quello che mi lascia allibita è la risposta del Governo italiano, pervenuta alla CEDU il 14 maggio 2010. Il Governo italiano, sostenendo che il ricorrente era stato espulso perché ritenuto una minaccia per la sicurezza dello Stato, ha affermato che i provvedimenti emessi dal Giudice di Pace di Roma il 24 febbraio e l’8 aprile 2010, “erano stati adottati dopo l’applicazione dell’articolo 39 e quindi in piena consapevolezza della misura cautelare indicata dalla CEDU”.

La dichiarazione a mio giudizio è sorprendente, perché dimostra come lo Stato italiano sia perfettamente cosciente di agire in aperta violazione della Convenzione europea dei diritti dell’Uomo.

Questo caso d’altra parte non è il primo.

Si ricorda infatti che in tema di espulsioni verso la Tunisia, nel 2008 l’Italia non ha ottemperato alle indicazioni della CEDU nel caso Ben Khemais c. Italia (ricorso n° 246/07) dove l’Italia è stata condannata non solo per la violazione dell’articolo 3 (divieto di tortura e di trattamenti inumani o degradanti), ma anche per la violazione dell’articolo 34 (diritto di presentare un ricorso davanti alla CEDU) della Convenzione. L’Italia infatti anche allora non aveva rispettato l’impegno di non ostacolare in nessun modo l’esercizio del diritto di presentare efficacemente ricorso davanti alla CEDU.

Al caso Ben Khemais, ne è seguito purtroppo un altro, sempre nel 2008, quello del ex-imam tunisino, Mourad Trabelsi, condannato in Italia per terrorismo internazionale, espulso nel dicembre 2008 dalle autorità italiane verso la Tunisia, nonostante la CEDU avesse indicato all’Italia di non procedere.

Ricordo poi che il 24 marzo 2009 la CEDU ha deciso altri otto casi contro l’Italia, accogliendo le richieste dei ricorrenti, tutti cittadini tunisini colpiti da decreto di espulsione. La CEDU ha accertato che se i ricorrenti fossero stati rinviati in Tunisia, ci sarebbe stato il rischio concreto che gli stessi potessero essere sottoposti a tortura, in violazione dell’art. 3 della Convenzione. Si tratta dei ricorsi Abdelhedi c. Italie (n° 2638/07), Ben Salah c. Italia (n° 38128/06), Bouyahia c. Italia (n° 46792/06), C.B.Z. c. Italia (n° 44006/06), Darraji c. Italia (n° 11549/05), Hamraoui c. Italia (n° 16201/07), O. c. Italia (n° 37257/06), Soltana c. Italia (n° 37336/06).

In tutti i casi menzionati, la CEDU ha sempre richiamato il precedente giurisprudenziale Saadi c. Italia, [GC], n. 37201/06, sentenza del 28 febbraio 2008, dove vengono descritte le condizioni reali esistenti in Tunisia, e dove si da il quadro della compressione dei diritti fondamentali in questo Paese. Risulta che le persone sospettate di terrorismo rinviate in Tunisia rischino concretamente di essere torturate o di essere sottoposte a pene e trattamenti inumani e degradanti, in piena violazione dell’articolo 3 della Convenzione.

Sulle ripetute violazioni ad opera dell’Italia sono intervenute autorità ed organismi internazionali.

Il Segretario Generale del Consiglio d’Europa ha stigmatizzato la condotta dell’Italia in due occasioni, il 17 dicembre 2008, sul caso Trabelsi e il 20 maggio 2010 proprio sul caso Mannai.

Nell’agosto 2009 il presidente della Commissione Affari Legali e Diritti Umani dell’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa riguardo al caso Alì Toumi hanno affermato che “È assolutamente inammissibile che uno Stato ignori le misure provvisorie vincolanti richieste dalla Corte europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU). È vergognoso che una democrazia adulta come l’Italia abbia, la scorsa domenica, rinviato Ali Toumi in Tunisia, un caso in cui esiste un pericolo imminente di danno irreparabile per il richiedente”.

Infine Amnesty International nel suo rapporto annuale 2010 dipinge un quadro allarmante in tema di migranti, facendo specifico riferimento ai casi trattati dalla CEDU e riguardanti cittadini tunisini ritenuti terroristi. Nel rapporto si legge infatti: “Nonostante le raccomandazioni degli organismi internazionali, l’Italia ha continuato a dare attuazione alla normativa che prevede una procedura accelerata di espulsione per presunti terroristi (Legge 155/05, c.d. Legge Pisanu). Sulla base di questa e di altre norme, anche nel 2009 le autorità italiane hanno rimpatriato in Tunisia, paese con una lunga e ben documentata storia di tortura e abusi sui prigionieri, persone per le quali la Corte europea dei diritti umani aveva richiesto la sospensione del rimpatrio, in vista dei rischi di tortura e maltrattamenti: tra queste, Ali Ben Sassi Toumi, espulso il 2 agosto 2009 nonostante tre distinte decisioni contrarie della Corte, sottoposto a detenzione in incommunicado per otto giorni dopo il suo arrivo in Tunisia. Il 24 febbraio 2009, la stessa Corte ha condannato l’Italia per avere rimpatriato Sami Essid Ben Khemais in Tunisia nel 2008, a dispetto di una sua decisione di segno opposto e per essersi affidata alle cosiddette “assicurazioni diplomatiche” da parte della Tunisia secondo le quali Ben Khemais non sarebbe stato torturato. Analoga decisione è stata adottata il 13 aprile 2010, relativamente all’espulsione di Mourad Trabelsi, a sua volta avvenuta nel 2008 in spregio di una decisione opposta della Corte.”

Espulsioni collettive, diniego di assistenza legale, rischio di violazione del diritto alla vita e concreto pericolo di tortura e maltrattamenti: la CEDU comunica all’Italia e alla Grecia il caso SHARIFI

Strasburgo, 15 luglio 2009 – Il 24 giugno 2009, la CEDU ha comunicato all’Italia e alla Grecia il ricorso SHARIFI e altri c. Italia e Grecia (ricorso n. 16643/09), presentato in data 25 marzo 2009.

Il caso riguarda trentadue persone, tra cui dieci minori, di nazionalità afgana, eritrea e sudanese, che denunciano di essere state respinte in epoche diverse al momento dell’arrivo in Italia nei porti di Venezia, Ancona e Bari e di essere state rimandate in Grecia. I ricorrenti denunciano inoltre di aver subito violenze da parte dei poliziotti italiani greci, di non aver potuto richiedere alcuna protezione internazionale, di non aver avuto modo di prendere contatto con avvocati o interpreti per capire quali fossero i loro diritti a livello nazionale e internazionale.

I ricorrenti denunciano la violazione dell’art. 4 del Protocollo n. 4 (divieto di espulsioni collettive), il rischio di un concreto pericolo per la loro vita (art. 2 della Convenzione) e il rischio di subire torture o maltrattamenti (art. 3 della Convenzione) per il loro respingimento verso la Grecia e da qui verso i loro Paesi di origine. Inoltre invocano la violazione degli articoli 13 e 34 della Convenzione.

La CEDU non ha ritenuto di accogliere la richiesta di adozione di misure d’urgenza invocata ai sensi dell’articolo 39 del Regolamento della Corte, che i ricorrenti avevano presentato nel maggio 2009 nei confronti della Grecia, per evitare di essere espulsi verso i loro Paesi d’origine.

La CEDU chiede ora all’Italia e alla Grecia una serie di informazioni e delucidazioni sulle presunte violazioni denunciate dai ricorrenti.

Tuttavia, l’intervento della CEDU rischia di non essere tempestivo. E’ infatti di pochi giorni fa la notizia di un intervento della polizia greca, avvenuto il 12 luglio, che ha portato allo sgombero della baraccopoli di Patrasso, dove probabilmente avevano trovato rifugio anche i ricorrenti.

Questa vicenda riporta nuovamente sotto i riflettori una situazione denunciata già da diverso tempo da organizzazioni internazionali non governative e umanitarie relativa alle condizioni dei migranti irregolari in Grecia, tra cui molti minori, provenienti da zone di guerra come l’Afganistan, l’Eritrea e il Sudan.

Segnalo in merito l’ultimo intervento di Medici Senza Frontiere del 13 luglio 2009, ed altri articoli su questa preoccupante situazione:

dal sito di www.meltingpot.org :

http://www.meltingpot.org/articolo14694.html ;

http://www.meltingpot.org/articolo14691.html ;

http://www.meltingpot.org/articolo14690.html .

Dal sito di www.repubblica.it :

http://www.repubblica.it/2009/02/sezioni/cronaca/immigrati-4/afgani-bolzoni/afgani-bolzoni.html .

Da altri siti:

http://www.globalproject.info/it/in_movimento/Una-speranza-per-i-profughi-di-Patrasso/116

http://www.internationalia.net/2009/03/04/grecia-scontri-a-patrasso-tra-migranti-e-polizia/