Nel caso M.C. e altri c. Italia, la Corte europea dei diritti dell’uomo chiede all’Italia di pagare agli emotrasfusi contagiati la rivalutazione dell’indennità integrativa speciale

Strasburgo, 9 settembre 2013 – Con sentenza del 3 settembre 2013, la C.E.D.U., nel caso M.C. e altri c. Italia (ricorso n. 5376/11) ha accertato, all’unanimità, la violazione degli articoli 6 § 1 della Convenzione (diritto ad un equo processo), 1 del Protocollo n. 1 alla Convenzione (tutela della proprietà) e 14 della Convenzione (divieto di discriminazione) combinato con l’articolo 1 del Protocollo n. 1.

Il caso riguarda l’impossibilità per i ricorrenti di ottenere la rivalutazione annuale della parte complementare di un’indennità loro accordata a seguito del contagio subito a causa di trasfusione sanguigna o per somministrazione di prodotti derivati dal sangue.

La C.E.D.U. ha ritenuto che l’entrata in vigore del decreto legge n. 78 del 2010 ha violato il principio della preminenza del diritto e il diritto ad un processo equo dei ricorrenti, in quanto questi ultimi hanno dovuto sopportare un carico anormale ed eccessivo. Infine, tale normativa ha inciso in modo sproporzionato sui loro beni.

I ricorrenti sono centosessantadue cittadini italiani che furono tutti contaminati da un virus a seguito di trasfusioni sanguigne o per aver assunto dei prodotti derivati dal sangue.

In forza della legge n. 210 del 1992 gli stessi percepirono o percepivano da parte del Ministero della Salute un’indennità, composta da due voci: un importo fisso e un’indennità integrativa speciale (“IIS”).

Con sentenza del 28 luglio 2005, la Corte di Cassazione dichiarò che le due voci dell’indennità in questione dovevano essere sottoposte a rivalutazione sulla base degli indici ISTAT. Nel 2009, modificando il proprio orientamento giurisprudenziale, la Corte di Cassazione ritenne che la legge n. 210 del 1992 prevedesse una rivalutazione annuale solamente per l’importo fisso e non per l’IIS.

Nel maggio 2010, il Governo intervenne in tale materia con decreto legge d’urgenza n. 78 del 2010, stabilendo che non era possibile rivalutare l’IIS.

Sulla questione molti Tribunali proposero questione di legittimità costituzionale alla Corte costituzionale. La Corte costituzionale, con sentenza n. 293/2011, ritenne che le disposizioni del decreto legge n. 78 del 2010 fossero contrarie al principio di uguaglianza garantito dall’articolo 3 della Costituzione, in quanto prevedevano un trattamento discriminatorio tra due categorie di persone, quelle affette dalla sindrome da Talidomida e quelle affette da epatiti. Era previsto infatti che l’IIS fosse rivalutata annualmente solo per la prima categoria di persone. La Corte Costituzionale dichiarò quindi l’incostituzionalità del decreto legge n. 78 del 2010.

Nonostante ciò, dopo la pubblicazione della sentenza della Corte costituzionale, i ricorrenti non sono riusciti ad ottenere la rivalutazione dell’IIS.

I ricorrenti, invocando gli articoli 6 e 13 della Convenzione, hanno eccepito che il Governo era intervenuto con il decreto legge n. 78 del 2010 in una materia oggetto di contenzioso giudiziario e in cui era parte convenuta.

Invocando l’articolo 1 del Protocollo n 1, i ricorrenti hanno eccepito che senza la rivalutazione, l’IIS avrebbe perso progressivamente d’importanza, facendo presente che tale voce rappresentava tra il 90% e il 95% dell’importo globale dell’indennità riconosciuta.

Invocando gli articoli 14 della Convenzione e 1 del Protocollo n.12, combinati con l’articolo 2 della Convenzione, i ricorrenti eccepirono di essere stati vittime di molteplici discriminazioni.

Quanto agli articoli 6 § 1 e 13 della Convenzione, la C.E.D.U. ha accertato che l’adozione del decreto legge n. 78 del 2010 ha definito i termini della questione riguardo all’IIS, fornendo un’interpretazione favorevole allo Stato. Tale decreto legge ha avuto infatti come conseguenza quella di definire molti procedimenti giudiziari pendenti, privando i ricorrenti di future decisioni a loro favorevoli, ovvero privando dell’esecutorietà delle sentenze favorevoli già emesse.

Sempre secondo la C.E.D.U. il motivo che ha portato lo Stato italiano ad adottare tale decreto legge non è stato quello di preservare imperativi motivi di interesse generale.

La C.E.D.U. ha rilevato inoltre che la Corte costituzionale aveva giudicato che i criteri adottati con il decreto legge n. 78 del 2010 erano contrari alla Costituzione in quanto avevano introdotto una disparità di trattamento ingiustificata.

Conseguentemente la C.E.D.U. ha ritenuto che l’adozione del decreto legge n. 78 del 2010 ha violato il principio della preminenza del diritto e il diritto ad un processo equo dei ricorrenti. Ha pertanto accertato la violazione dell’articolo 6 § 1 della Convenzione, ritenendo invece non necessario decidere quanto alla lamentata violazione dell’articolo 13 della Convenzione.

Quanto all’articolo 1 del Protocollo n. 1, la C.E.D.U. ha ricordato che entrando in vigore, il decreto legge n. 78 del 2010 da una parte ha privato i ricorrenti dei diritti  riconosciuti da una sentenza favorevole ovvero, dall’altra parte, altri ricorrenti hanno visto  rigettare le richieste avanzate in sede giurisdizionale. Secondo la C.E.D.U. l’adozione di tale decreto legge ha comportato “un carico anormale ed esorbitante” e quindi sproporzionato per i ricorrenti, con conseguente violazione dell’articolo 1 del Protocollo n. 1.

Quanto all’articolo 14 combinato con l’articolo 1 del Protocollo n. 1, la C.E.D.U. ha affermato che nonostante la pronuncia della Corte costituzionale, lo Stato italiano non ha eliminato la disparità di trattamento evidenziata dalla Consulta e conseguentemente ha ritenuto sussistere la violazione della’articolo 14 della Convenzione.

Infine, la C.E.D.U. ha ritenuto che le violazioni dei diritti dei ricorrenti non siano casi isolati, ma sia la conseguenza di un problema strutturale derivante dalla resistenza delle autorità italiane a rivalutare l’IIS, anche a seguito della pronuncia della Corte costituzionale.

La C.E.D.U. ha quindi deciso di applicare al caso la procedura della sentenza pilota prevista dall’articolo 46 della Convenzione. La C.E.D.U. ha così invitato lo Stato italiano a individuare entro sei mesi dall’emanazione della sentenza, un termine tassativo entro cui si impegna a garantire i diritti oggetto di controversia. La C.E.D.U. ha quindi invitato il Governo italiano a versare le somme corrispondenti alla rivalutazione dell’IIS tutte le persone che beneficino dell’indennità prevista dalla legge n. 210 del 1992.

In attesa che le autorità italiane adottino le misure necessarie entro il termine indicato, la C.E.D.U. ha deciso di sospendere i ricorsi non ancora comunicati ed aventi il medesimo oggetto di lagnanza per un periodo di un anno.

Infine,  la C.E.D.U. si è riservata di quantificare i danni materiali e morali subiti dai ricorrenti ai sensi dell’articolo 41 della Convenzione.

Nel caso Torri e Bucciarelli e altri c. Italia la Corte europea dei diritti dell’Uomo si pronuncia sulla perdita di benefici contributivi da parte dei lavoratori della AGENSUD

Strasburgo, 18 aprile 2012 – Con decisione del 24 gennaio 2012, la C.E.D.U. ha deciso nel caso Torri e Bucciarelli e altri c. Italia dichiarando l’irricevibilità delle violazioni dei diritti garantiti dall’articolo 1 del Protocollo n. 1 e degli articoli 6 e 14 della Convenzione, quest’ultimo combinato con l’articolo 1 del Protocollo n. 1, lamentate dai ricorrenti.

Questi ultimi, dipendenti della AGENSUD, alla data del 12 ottobre 1993 avevano maturato un certo periodo di servizio e provveduto a versare all’INPS contributi, maturando così, per la normativa allora vigente, la pensione di anzianità una volta raggiunta l’età pensionabile.

Con legge n. 488/1992 la AGENSUD fu soppressa e il rapporto di lavoro dei ricorrenti non fu trasferito allo Stato, come inizialmente previsto. Conseguentemente i ricorrenti videro cessare il loro rapporto di lavoro e acquisirono il diritto al TFR. A quel punto i ricorrenti ebbero la possibilità di transitare nei ruoli di altre amministrazioni pubbliche, cosa che fecero. I ricorrenti accettarono quindi una retribuzione inferiore con tutte le implicazioni inerenti al regime pensionistico e alla copertura previdenziale.

I ricorrenti optarono quindi che i loro contributi precedentemente versati dall’AGENDSUD all’INPS fossero ricongiunti con quelli che sarebbero stati versati successivamente dal nuovo datore di lavoro all’INPDAP.

Nel corso di tale operazione tuttavia, una parte dei contributi versati all’INDPAP non sarebbe stata utilizzata per il computo della pensione dei ricorrenti. Conseguentemente questi ultimi non avrebbero beneficiato della totalità dei contributi. Le loro pensioni sarebbero state inferiori e buona parte dei contributi nel frattempo versati sarebbero andati persi.

Nel frattempo il legislatore previde una deroga per tutti i dipendenti pubblici che avevano lasciato il lavoro dopo il 13 ottobre 1993 e fino all’entrata in vigore dell’articolo 14bis della legge 96/1993 con la possibilità di ottenere la restituzione dei contributi versati che non fossero stati computati al fine del ricongiungimento dei periodi di previdenza sociale.

I ricorrenti tuttavia non rientrarono in tale categoria.

I ricorrenti promossero una serie di cause per ottenere la restituzione dei contributi versati all’INPS e non utilizzabili ai fini pensionistici. I giudici interni tuttavia respinsero le richieste dei ricorrenti, anche in seguito ad un mutamento giurisprudenziale.

Il caso è interessante perché la C.E.D.U. ha offerto un quadro giusprudenziale articolato relativamente alla questione se una pensione può costituire un “bene” ai sensi del trattato convenzionale.

La C.E.D.U. è passata poi ad esaminare il caso di specie, valutando la legittimità e la proporzionalità dell’ingerenza e non riconoscendo alcuna violazione. Conseguentemente ha dichiarato l’irricevibilità del ricorso sotto il profilo dell’articolo 1 del Protocollo n. 1.

Quanto all’articolo 6 della Convenzione, la C.E.D.U. ha ritenuto che i ricorrenti avessero erroneamente interpretato il mutamento di orientamento giurisprudenziale dei giudici nazionali.

Infine, riguardo all’articolo 14 della Convenzione, invocato in combinazione con l’articolo 1 del Protocollo n. 1, la C.E.D.U. ha ritenuto di non dover determinare se tale norma potesse essere applicata al caso di specie, dato che la violazione sotto il profilo dell’articolo 1 del Protocollo n.1 è stata dichiarata irricevibile.

Qui di seguito troverete il link verso la decisione Torri e Bucciarelli e altri c. Italia del 24 gennaio 2012 in versione originale inglese e in italiano. La traduzione in italiano è a cura del Ministero della Giustizia, Direzione generale del contenzioso e dei diritti umani, eseguita da Daniela Riga, funzionario linguistico.