Nel caso Bondavalli c. Italia la Corte europea dei diritti dell’uomo accerta la violazione dell’articolo 8 della Convenzione e ora le giurisdizioni interne sono chiamate a far rispettare il diritto di visita del padre non affidatario

Strasburgo, 20 novembre 2015 – Con sentenza del 17 novembre 2015 la C.E.D.U. ha deciso il caso Bondavalli c. Italia, accertando la violazione dell’articolo 8 della Convenzione che garantisce il diritto al rispetto della vita privata e familiare.

Il caso riguarda l’impossibilità del pieno esercizio del diritto di visita da parte del ricorrente, padre non affidatario, ciò a causa delle relazioni negative redatte dagli assistenti sociali dei servizi sociali, legati da un rapporto di colleganza con la madre del bambino. Nonostante il ricorrente avesse prodotto diverse perizie che dimostravano l’infondatezza di quanto indicato nelle relazioni dei servizi sociali, l’autorità giudiziaria aveva continuato ad affidare a quegli stessi servizi sociali il compito di seguire la relazione padre-figlio.

La C.E.D.U. ha ritenuto che le giurisdizioni interne non abbiano adottato misure appropriate capaci di tutelare i diritti del ricorrente e di prendere in considerazione i suoi interessi.

La C.E.D.U. ha quindi evidenziato che il trascorrere del tempo può avere conseguenze irrimediabili sulla relazione padre-figlio e conseguentemente ha sollecitato le autorità nazionali ad intervenire sollecitamente per riesaminare il diritto di visita del ricorrente, tenendo conto dell’interesse superiore del minore.

I fatti principali del ricorso riguardano la vicenda del signor Bondavalli, il quale ebbe un figlio nel 2004 dalla donna con cui aveva una relazione stabile.

Nel 2005 il ricorrente e la sua compagna decisero di separarsi. Nell’ottobre del 2006 il ricorrente si rivolse al Tribunale per i minorenni di Bologna al fine di ottenere l’affidamento condiviso del figlio. Il Tribunale gli riconobbe un diritto di visita per due pomeriggi la settimana, nonché la possibilità di vedere il bambino durante alcuni fine settimana e le vacanze. La Corte di Appello di Bologna confermò il decreto emesso dai giudici di primo grado.

Nell’aprile 2009, il ricorrente informò gli assistenti sociali dei servizi sociali di sospettare che la madre maltrattava il bambino, producendo certificazione medica che attestavano dei graffi sul corpo del figlio.

In risposta a tali denunce, i servizi sociali riferirono al Tribunale che li aveva incaricati di seguire la relazione padre figlio, che per lo stato di agitazione e stress del ricorrente il minore doveva invece essere protetto e conseguentemente decisero che la relazione padre-figlio potesse svolgersi esclusivamente attraverso incontri protetti. Riferirono inoltre che le denunce di maltrattamenti provenienti dal ricorrente non erano provate, suggerendo invece di ordinare una perizia psicologica sui genitori. La consulente d’ufficio nominato nel proprio elaborato peritale concluse per l’esistenza in capo al ricorrente di un disturbo delirante di tipo paranoico, sottolineando che questi era convinto che il bambino fosse maltrattato.

Il ricorrente contestò tale relazione, denunciando che la psichiatra che l’aveva redatto aveva un rapporto professionale con la madre di suo figlio. Denunciò anche che gli assistenti sociali incaricati di seguire il caso erano stati parziali, avendo questi un rapporto di colleganza con la madre, psichiatra presso la medesima struttura amministrativa.

Il ricorrente presentò anche delle specifiche richieste volte ad ottenere che il caso fosse affidato ad altri servizi sociali e che il suo diritto di visita venisse esteso. Tuttavia le giurisdizioni nazionali respinsero tali richieste ritenendo che le pretese del ricorrente fossero legate al suo stato psicologico.

Il ricorrente produsse diverse perizie medico-legali le cui conclusioni negavano la presenza di patologie o disturbi della personalità. Tali perizie evidenziavano anche che i servizi sociali non avevano adottato alcun provvedimento positivo volto ad instaurare un’autentica relazione padre-figlio, mentre invece avevano sempre favorito la madre. Tuttavia tali relazioni non furono prese in considerazione da parte dell’autorità giudiziaria perché ritenute poco affidabili. L’autorità giudiziaria decise invece di incaricare quegli stessi servizi sociali di organizzare incontri protetti tra il padre e il figlio.

I servizi sociali vietarono ogni contatto telefonico tra il ricorrente e suo figlio e gli incontri tra i due furono sospesi diverse volte. Sempre i servizi sociali annullarono anche delle visite senza la possibilità di recupero in date successive.

Dal marzo 2015 il ricorrente incontra suo figlio due ore alla settimana in presenza di un assistente sociale, nonché due ore alla settimana in presenza della madre. Non può andare in vacanza con suo figlio o ospitarlo presso la sua abitazione. Può chiamarlo solo una volta alla settimana sul telefono cellulare della madre.

Il ricorrente ha presentato ricorso alla C.E.D.U. il 29 maggio 2012, lamentando la violazione dell’articolo 8 della Convenzione per l’eccessiva autonomia dei servizi sociali nell’esecuzione dei provvedimenti adottati dal Tribunale per i minorenni di Bologna. Il ricorrente ha inoltre eccepito che il Tribunale per i minorenni di Bologna non ha esercitato un controllo regolare sull’attività svolta dai servizi sociali, lamentando, in particolare, che la consulente che aveva redatto la perizia e il personale dei servizi sociali siano stati influenzati dalla madre in ragione dei rapporti professionali esistenti tra loro. Il caso è stato comunicato al Governo italiano il 3 settembre 2014.

Pronunciandosi sul caso, la C.E.D.U. ha rilevato che, a partire dal settembre 2009, nonostante il Tribunale per i minorenni di Bologna avesse riconosciuto un ampio diritto di visita al ricorrente, quest’ultimo aveva potuto incontrare suo figlio in modo molto limitato, ciò a causa, da una parte, delle relazioni negative redatte dagli assistenti sociali dipendenti della medesima struttura amministrativa ove lavorava la madre come psichiatra e, dall’altra, del contenuto negativo della consulenza tecnica redatta da una psichiatra che aveva avuto un rapporto professionale pregresso, sempre con la madre.

La C.E.D.U. ha evidenziato anche che il ricorrente ha denunciato diverse volte la parzialità della psichiatra e degli assistenti sociali dei servizi sociali incaricati, ma che le autorità giudiziarie hanno continuato ad affidare a questi il compito di seguire il minore, limitando peraltro esse stesse il diritto di visita, nonostante diverse relazioni medico-legali di parte avessero evidenziato che lo stesso non soffriva di alcun disturbo psicologico.

Nella propria pronuncia la C.E.D.U. ha ricordato di aver già sanzionato le autorità italiane per non aver tenuto contro dell’esistenza di un legame tra il consulente incaricato di valutare sotto il profilo psicologico il minore e il di lui patrigno (caso Piazzi c. Italia, ricorso n. 36168/09, sentenza del 2 novembre 2010). La C.E.D.U. ha quindi rilevato che nel caso Bondavalli era di tutta evidenza il legame professionale esistente tra la madre del bambino, i servizi sociali e la psichiatra incaricata di redigere la consulenza tecnica sulla famiglia.

La C.E.D.U. ha quindi ritenuto che le giurisdizioni nazionali avrebbero dovuto, nell’interesse del ricorrente e di suo figlio, dare un riscontro positivo alle richieste avanzate dall’interessato e tener conto delle relazioni peritali prodotte dal signor Bondavalli, valutando quindi l’opportunità di modificare il diritto di visita.

La C.E.D.U. ha poi rilevato che le giurisdizioni interne non hanno adottato alcuna misura idonea per creare le condizioni necessarie alla piena attuazione del diritto di visita del padre. La procedura avrebbe dovuto dotarsi di garanzie appropriate per permettere di tutelare i diritti del ricorrente e di tener conto dei suoi interessi. La C.E.D.U. ha poi evidenziato che le giurisdizioni interne non hanno proceduto con la diligenza necessaria e conseguentemente, da circa sette anni, la relazione padre-figlio è molto limitata.

Richiamando l’articolo 46 della Convenzione, la C.E.D.U. ha invitato espressamente le autorità competenti a rivedere rapidamente le misure adottate fino ad oggi, per permettere che il diritto di visita diventi effettivo, nel pieno rispetto dei diritti fondamentali in gioco, quelli del ricorrente e quelli superiori di suo figlio.

Nel caso Oliari c. Italia la mancanza di riconoscimento legale per le coppie dello stesso sesso nell’ordinamento italiano è motivo di violazione del diritto al rispetto della vita privata e familiare

images

Strasburgo, 21 luglio 2015 – Con la sentenza Oliari c. Italia emessa oggi, 21 luglio 2015, la Corte europea dei diritti dell’uomo ha unanimemente stabilito che vi è violazione dell’articolo 8 della Convenzione (diritto al rispetto della vita privata e familiare).

Il caso riguarda la vicenda di tre coppie omosessuali che hanno eccepito di non avere alcuna possibilità di contrarre matrimonio o di ottenere un qualsiasi altro tipo di riconoscimento legale in Italia.

Con la pronuncia di oggi, la C.E.D.U. ha rilevato che non esiste alcuna tutela giuridica attualmente disponibile in Italia per le coppie dello stesso sesso.

Secondo la C.E.D.U., il riconoscimento legale delle unioni civili sarebbe il modo più appropriato per garantire la relazione per le coppie dello stesso sesso.

La C.E.D.U. ha fondato il proprio convincimento basandosi anche sulla tendenza esistente all’interno dei paesi aderenti al Consiglio d’Europa dove, su 47 ben 24 di essi hanno adottato legislazioni favorevoli al riconoscimento legale delle coppie omosessuali. La C.E.D.U. ha inoltre richiamato le pronunce della Corte costituzionale italiana la quale ha ripetutamente invitato al riconoscimento legale delle coppie omosessuali.

Sono intervenuti nella procedura, come parti terze, molte organizzazioni non governative, ovvero FIDH (Fédération Internationale des ligues de Droit de l’Homme), AIRE Centre (Advice on Individual Rights in Europe), ILGA-Europe (European Region of the International Lesbian, Gay, Bisexual, Trans and Intersex Association), ECSOL (European Commission on Sexual Orientation Law), UFTDU (Unione forense per la tutela dei diritti umani), LIDU (Lega Italiana dei Diritti dell’Uomo), Associazione Radicale Certi Diritti ed ECLJ (European Centre for Law and Justice).

Nel caso Smaltini c. Italia la Corte europea dei diritti dell’uomo ha ritenuto che le emissioni provenienti dallo stabilimento ILVA di Taranto non siano state la causa dell’insorgenza della malattia mortale contratta dalla ricorrente

Strasburgo, 4 maggio 2015 – Con la decisione del 16 aprile 2015 la Seconda sezione della Corte europea dei diritti dell’uomo (d’ora in poi la C.E.D.U.) ha dichiarato irricevibile il ricorso promosso dalla signora Giuseppina Smaltini. La ricorrente, deceduta dopo la presentazione del ricorso, aveva lamentato la violazione dell’articolo 2 della Convenzione (diritto alla vita), sostenendo che vi fosse un nesso causale tra le polluzioni inquinanti emesse dallo stabilimento ILVA di Taranto e l’insorgere della sua leucemia.

La ricorrente, cittadina italiana nata nel 1954, risiedeva a Taranto ove ha la sede produttiva principale l’acciaieria ILVA, stabilimento con impatto fortemente inquinante sull’ambiente e al centro di diversi procedimenti penali. Il 12 settembre 2006 fu diagnosticata alla ricorrente una leucemia mieloide acuta. La ricorrente decise di procedere nei confronti dei proprietari dell’ILVA asserendo che le emissioni nocive provenienti dallo stabilimento erano la causa della sua patologia. Secondo la ricorrente, in ragione delle emissioni dell’acciaieria ILVA il numero di decessi dovuto a malattie tumorali era aumentato significativamente nella regione di Taranto. Il 10 settembre 2007 il pubblico ministero chiese al G.I.P. presso il Tribunale di Taranto di archiviare il caso poiché riteneva che il legame tra le emissioni nocive e la patologia della ricorrente non fosse stato provato. Il 23 aprile 2008 il G.I.P. rigettò tale richiesta e ordinò che fosse effettuata una consulenza  medica ematologica al fine di stabilire le cause della malattia della ricorrente e la sussistenza di un eventuale rapporto causale tra l’inquinamento e la patologia. Gli esperti, tuttavia, conclusero che non era stata riscontrata un’incidenza maggiore della leucemia con riferimento al gruppo di età al quale la ricorrente apparteneva nella zona di Taranto rispetto alle altre regioni italiane. Di conseguenza, nonostante avessero notato che le emissioni inquinanti provenienti dall’acciaieria ILVA non fossero senza conseguenze per la salute, sulla base dei dati scientifici disponibili, gli esperti esclusero l’esistenza di un qualsiasi rapporto di causalità tra le emissioni in questione e la malattia della ricorrente. Il 19 gennaio 2009 il G.I.P. presso il Tribunale di Taranto archiviò definitivamente il caso, ritenendo non sufficientemente provato il nesso di causalità tra le emissioni prodotte dallo stabilimento ILVA e i casi di malattia e decessi nella zona.Il 21 dicembre 2012 la signora Smaltini morì a causa di una meningite incurabile causata dall’immunodeficienza dovuta alla sua malattia.

Invocando l’articolo 2 della Convenzione, la ricorrente presentò ricorso alla C.E.D.U., lamentando la violazione del suo diritto alla vita e eccependo che vi fosse un nesso di causalità ttra le emissioni nocive dell’acciaieria ILVA e lo sviluppo della sua malattia.

La C.E.D.U., nella decisione sulla ricevibilità del ricorso, ha evidenziato che la ricorrente si era lamentata non tanto del fatto che le autorità interne avessero omesso di assumere delle misure legali o amministrative tese alla protezione del suo diritto alla vita, ma piuttosto del fatto che esse non avessero constatato l’esistenza del nesso di causalità  tra le emissioni inquinanti dell’acciaieria ILVA e l’insorgere della sua malattia. Tale puntuale chiarimento è servito alla C.E.D.U. per limitare il proprio esame esclusivamente sulle eccezioni così come testualmente proposte dalla ricorrente.

I Giudici di Strasburgo hanno quindi rilevato che, sulla base delle perizie esaminate dalle autorità giurisdizionali interne, non era stata accertata un’incidenza maggiore della leucemia nella regione di Taranto rispetto alle altre regioni italiane. La C.E.D.U. ha notato poi che la ricorrente aveva beneficiato di un procedimento in contraddittorio nel corso del quale le indagini furono compiute su sua richiesta, sebbene senza successo. La C.E.D.U. ha quindi concluso, affermando che la ricorrente non aveva provato, alla luce delle conoscenze scientifiche disponibili all’epoca dei fatti di causa, e senza pregiudizio dei risultati degli studi scientifici futuri, che le autorità italiane fossero venute meno rispetto al loro obbligo di proteggere il suo diritto alla vita sotto il profilo procedurale dell’articolo 2  della Convenzione. Per tale motivo la C.E.D.U. ha dichiarato irricevibile il ricorso perché ritenuto infondato.

A mio avviso, la decisione in commento suscita alcune perplessità.

In effetti, facendo riferimento alla giurisprudenza sviluppatasi proprio in materia ambientale, la C.E.D.U. avrebbe forse potuto modificare e valutare la doglianza proposta dalla ricorrente sotto il profilo dell’articolo 8 della Convenzione piuttosto che sotto quello indicato dall’interessata.

Ricordo infatti che nel caso Guerra e altri c. Italia (ric. n. 116/1996/735/932 del 19 febbraio 1998), la C.E.D.U., dopo aver dichiarato la violazione dell’articolo 8 della Convenzione affermando che “gravi danni ambientali possono influire sul benessere degli individui e impedire loro di godere delle proprie abitazioni in modo da incidere sulla loro vita privata e familiare”, non ha ritenuto necessario esaminare la doglianza anche con riferimento all’articolo 2 della Convenzione, essendo già stata dichiarata la violazione sotto il profilo del diritto al rispetto alla vita privata e familiare.

Nel caso Smaltini quindi, la C.E.D.U., modificando il parametro convenzionale invocato dall’interessata, avrebbe potuto valutare in concreto, ma sotto il profilo dell’articolo 8 della Convenzione, se lo Stato italiano avesse o meno adempiuto agli obblighi positivi gravanti su di esso in materia di diritto all’ambiente salubre.

Ricordo infatti che, a partire dal caso López Ostra c. Spagna (ric. n. 16798/90 del 9 dicembre 1994), la C.E.D.U. ha riconosciuto una correlazione tra inquinamento ambientale e danni alla persona. In quel caso era in causa uno stabilimento di smaltimento rifiuti posto nelle vicinanze dell’abitazione della ricorrente. Sempre nel caso López Ostra i danni causati alla ricorrente a causa delle emissioni inquinanti furono valutati dalla C.E.D.U. sotto il profilo dell’articolo 8 sancendo l’obbligo per lo Stato di proteggere i cittadini. Tale obbligo è stata ribadito, più di recente, nel caso Di Sarno c. Italia (ric. n. 30765/08 del 10 gennaio 2012), ove i Giudici di Strasburgo hanno affermato l’esistenza di obblighi positivi per lo Stato di adottare misure ragionevoli e appropriate per tutelare il diritto al rispetto della vita privata e familiare e, più in generale, al godimento di un ambiente sano e protetto.

Il caso Smaltini avrebbe quindi potuto essere l’occasione giusta per evidenziare, anche a livello internazionale, il grave problema esistente in Italia, dove la tutela ambientale non è ancor oggi sufficientemente garantita.

Faccio in particolare riferimento alle garanzie legislative esistenti che, ad oggi, sono del tutto insufficienti. Ricordo infatti che è solo a partire dal 2006, con l’emanazione del decreto legislativo n. 156 del 2006, che per la prima volta il legislatore italiano interviene in modo organico in ambito di reati ambientali, ma nonostante ciò, la risposta penale contro l’inquinamento non è ancora adeguata.

Le garanzie fornite dal legislatore dovrebbero ora essere modificate a breve, quando il disegno di legge sui reati ambientali (n. 1345) sarà finalmente approvato. Il legislatore infatti, dopo più di vent’anni ha intenzione di introdurre, finalmente, norme penali serie ed effettive contro chi provoca disastri o inquinamento ambientale.

Ma ciò non è ancora avvenuto.

Ecco perché il caso Smaltini avrebbe ben potuto essere la buona occasione per riconoscere a livello internazionale l’importanza e l’incomprimibilità del diritto fondamentale alla tutela della salute. Così, ad oggi, il grave inquinamento perpetrato a Taranto dallo stabilimento ILVA è faticosamente contrastato dalle sole autorità giudiziarie, alle quali sono forniti strumenti ancora del tutto inadeguati.