Nel caso Santilli c. Italia la Corte europea dei diritti dell’uomo accerta la violazione del diritto al rispetto della vita familiare a causa dell’inerzia del Tribunale per i minorenni e dei servizi sociali nel garantire il diritto di visita al genitore non convivente con il figlio

immunitaStrasburgo, 19 febbraio 2014 – Con sentenza del 17 dicembre 2013, la C.E.D.U. ha accertato che nel caso Santilli c. Italia vi è stata violazione dell’articolo 8 della Convenzione.

Il ricorso è stato presentato alla Corte il 12 luglio 2010 e riguarda la vicenda di un cittadino italiano, sposato e padre di un bambino nato nel 2001, che in seguito alla separazione dalla moglie, avvenuta nel 2006, ottenne il diritto di vedere il proprio bambino un giorno a settimana.

Dal 2006 al 2010, le autorità italiane non misero il ricorrente nelle condizioni di esercitare il proprio diritto di visita. Nonostante fossero stati più volte sollecitati i servizi sociali e nonostante il Tribunale per i minorenni di Foligno avesse più volte intimato alla madre del bambino di permettere gli incontri con il padre, quest’ultimo poté vedere il bambino soltanto pochissime volte.

A causa di ciò, il 10 maggio 2009, il ricorrente decise di sporgere denuncia anche nei confronti dei servizi sociali.

Con il proprio ricorso il ricorrente ha chiesto alla C.E.D.U. che venissero dichiarate le violazioni degli articoli 8, 6, 13 e 14 della Convenzione.

La C.E.D.U., accertando la violazione del diritto al rispetto della vita familiare, ha sanzionato l’inerzia e l’incapacità delle autorità nazionali di contrastare l’atteggiamento negativo ed ostruzionistico di uno dei genitori, che impediva al genitore non convivente, il ricorrente, di frequentare regolarmente e serenamente il proprio figlio.

Il perdurare di questa situazione ha comportato l’allontanamento del padre dal figlio, con la conseguente compromissione del loro rapporto affettivo e relazionale.

Quando l’adozione mite ed altri accorgimenti avrebbero potuto mantenere il legame tra genitore e figlio: nel caso Zhou c. Italia la Corte europea accerta la violazione dell’articolo 8 della convenzione

imagesStrasburgo, 16 febbraio 2014 – Con la sentenza del 21 gennaio 2014 nel caso Zhou c. Italia, la C.E.D.U. ha condannato l’Italia per violazione dell’articolo 8 della Convenzione che sancisce il diritto al rispetto della propria vita familiare.

La ricorrente è una cittadina cinese che vive in Italia dal 2000. Rimasta sola e con un bambino appena nato, nel 2004 fu presa in carico dai servizi sociali. La donna cercò lavoro e ottenne un posto all’Ospedale di Padova, mentre il figlio – a causa degli orari lavorativi della madre – fu posto in affidamento presso una famiglia. Questa soluzione durò per soli tre mesi, poi la famiglia affidataria affermò di non potersi più occupare del bambino. Quest’ultimo tornò quindi a vivere con la madre. Nel 2007, la ricorrente decise di affidare il figlio ad una coppia di vicini mentre si recava al lavoro. Gli assistenti sociali non apprezzarono questa scelta e segnalarono la situazione della ricorrente al Tribunale per i minorenni di Venezia.

Il Pubblico Ministero chiese al Tribunale che il bambino fosse messo in stato d’adottabilità in quanto riteneva che la madre non fosse in grado di occuparsene. Il Tribunale, dapprima, affidò il bambino a una famiglia prevedendo il diritto della madre di fargli visita due giorni a settimana, poi modificò tale programma, prevedendo una visita di tre ore ogni due settimane, poi sospese del tutto tale diritto. La sospensione fu stabilita sulla base dei rapporti redatti dagli assistenti sociali e dalla psicologa la quale, dopo aver visto il bambino, aveva affermato che dopo gli incontri con la madre era turbato.

La ricorrente propose reclamo, chiedendo che fosse ristabilito il suo diritto di visita e di essere sottoposta a una perizia per valutare la sua capacità di svolgere il suo ruolo di madre.

La Corte d’Appello di Venezia, nel dicembre 2008, revocò il decreto del Tribunale e ordinò che fossero riorganizzati gli incontri tra il bambino e sua madre, rilevando che le difficoltà del bambino erano dovute allo stato d’incertezza sulla sua collocazione e all’assenza di un progetto di vita comune con la madre.

Nel 2009, il Tribunale richiese una nuova perizia sulla situazione della famiglia della ricorrente. Il consulente incaricato affermò che la madre non era in grado di prendersi cura del figlio poiché dopo l’ischemia che aveva avuto al momento del parto la sua capacità di pensiero e di empatia era ridotta e lei non era in grado di pianificare un futuro con suo figlio; aveva delegato il suo ruolo di madre ad altri e sebbene non fosse pericolosa per il figlio, i loro incontri lo destabilizzavano. Non era, quindi, in grado di affiancare serenamente suo figlio nel processo di crescita. Il Tribunale per i minorenni di Venezia, alla luce di questa perizia, mise il minore in stato di adottabilità e ordinò l’interruzione degli incontri con la madre.

La ricorrente propose appello e chiese che il bambino fosse ammesso alla c.d. adozione mite che le avrebbe permesso di vedere il figlio, sotto il controllo degli assistenti sociali, e di mantenere, quindi, un rapporto affettivo.

Nel dicembre 2010, tuttavia, la Corte di Appello di Venezia confermò la messa in stato di adottabilità del bambino e, poiché l’adozione mite non è prevista dal legislatore – anche se in un caso il Tribunale di Bari l’aveva in precedenza disposta – respinse la richiesta della ricorrente affermando che una situazione di abbandono può derivare non solo dalla mancanza di assistenza materiale, ma anche da comportamenti tenuti dai genitori che possono mettere a rischio lo sviluppo equilibrato del minore.

La ricorrente si è, quindi, rivolta alla C.E.D.U. lamentando la violazione degli articoli 6, 8 e 13 della Convenzione. La C.E.D.U. ha ritenuto di riunire tutti i profili sotto l’articolo 8 che sancisce il diritto alla vita privata e familiare. La ricorrente ha eccepito che la messa in stato di adottabilità di suo figlio lede il suo diritto a una vita familiare, soprattutto perché l’adozione impedisce di avere qualsivoglia contatto o relazione affettiva.

La C.E.D.U. ha riaffermato il principio secondo cui il requisito della “necessità in una società democratica”, previsto dal paragrafo secondo dell’articolo 8 della Convenzione, per giustificare un’ingerenza, fa necessariamente riferimento a dei “bisogni sociali imperiosi” commisurati allo scopo legittimo da essa perseguito.

La C.E.D.U. ha inoltre ribadito qualora non vi siano maltrattamenti, ma anzi sussiste un rapporto affettivo stabile tra i genitori e i figli, lo Stato ha il dovere di permettere che questo legame venga mantenuto; ancora, che lo Stato può spezzare i legami familiari solo quando i genitori si siano mostrati particolarmente indegni e, comunque, in casi eccezionali; che rientra, infine, nella portata dell’articolo 8 della Convenzione il diritto dei genitori a che lo Stato ponga in essere tutte le misure positive necessarie per riavvicinarli ai figli.

La C.E.D.U. ha quindi esaminato l’operato delle autorità nazionali nel caso di specie, verificando se queste ultime avessero fatto tutto il possibile prima di recidere il legame madre-figlio.

La C.E.D.U. ha inoltre tenuto presente che la c.d. adozione mite, non applicata al caso di specie nonostante la specifica richiesta formulata dalla ricorrente, sebbene non prevista dalla legge, era stata riconosciuta da altri Tribunali che avevano interpretato estensivamente l’art. 44 della legge n. 184 del 1983 – e successive modificazioni. Sarebbe stato quindi possibile disporla anche nel caso di specie.

La C.E.D.U. ha ribadito che sebbene gli Stati godano di un margine di apprezzamento in materie come quella in oggetto, la sua ampiezza varia a seconda del caso di specie e degli interessi in gioco. Proprio le caratteriste del caso di specie distinguono questo caso da altri esaminati precedentemente dalla C.E.D.U., ove i bambini erano oggetto di maltrattamenti e abusi o i genitori non avevano i mezzi materiali per mantenerli.

Nel caso di specie la C.E.D.U. ha rilevato che le perizie, seppur riconoscessero che la ricorrente aveva delle grosse difficoltà a esercitare il suo ruolo di madre, affermavano anche che i suoi comportamenti non avevano effetti negativi per il bambino.

La C.ED.U. ha concluso che le autorità avrebbero dovuto prendere delle misure concrete per permettere al bambino di vivere con la madre invece di metterlo in stato di adottabilità. La C.E.D.U. ha ritenuto che aprire la procedura di adozione non garantiva l’interesse del minore a mantenere il rapporto con la madre.

Inoltre, la C.E.D.U. ha tenuto a sottolineare che le autorità pubbliche hanno il compito di aiutare le persone in difficoltà, di guidarle e consigliarle indicando loro, per esempio, le prestazioni sociali disponibili, l’opportunità di ottenere alloggi popolari o altri mezzi per superare le difficoltà.

Per questo motivi la C.E.D.U. ha ritenuto che vi sia stata violazione del diritto della ricorrente al rispetto della vita familiare sancito dall’articolo 8 della Convenzione.

Quanto all’equo indennizzo previsto dall’articolo 41 della Convenzione, la C.E.D.U. ha riconosciuto alla ricorrente 40.000 euro per danni morali e 5.655,83 euro per le spese e competenze legali.

(Articolo redatto con la collaborazione della dott.ssa Alessia Valentino)

Nel caso Cusan e Fazzo c. Italia, la Corte europea dei diritti dell’uomo accerta che la trasmissione del cognome paterno ai figli si fonda su una discriminazione basata sul sesso dei genitori

Image Strasburgo, 7 gennaio 2014 – Con sentenza del 7 gennaio 2014, nel caso Cusan e Fazzo c. Italia, (ricorso n. 77/07) la C.E.D.U. ha accertato, a maggioranza, la violazione dell’articolo 14 (divieto di discriminazione) combinato con l’articolo 8 della Convenzione (diritto al rispetto della vita privata e familiare). Il caso riguarda la possibilità di trasmettere ai figli legittimi solo il cognome paterno e quindi non quello materno. Secondo la C.E.D.U., la trasmissione del cognome paterno si basa esclusivamente su una discriminazione fondata sul sesso dei genitori, in contraddizione con il principio di non discriminazione. I ricorrenti sono i coniugi Alessandra Cusan e Luigi Fazzo, cittadini italiani, nati rispettivamente nel 1964 e nel 1958. Nel 1999 ebbero una figlia. Il padre chiese di poter iscrivere la figlia nel registro di stato civile con il cognome della madre e non con il proprio. Tale richiesta fu respinta. I ricorrenti presentarono un ricorso davanti al Tribunale. Quest’ultimo respinse la domanda, affermando che, nonostante in diritto italiano non esistesse alcuna norma che prevedesse quale cognome dare ai figli legittimi, imporre quello del padre era una regola corrispondente ad un principio radicato nella coscienza sociale e storica italiana. Il Tribunale rilevò inoltre che tutte le donne sposate adottavano il nome del marito e pertanto i figli potevano essere iscritti solo sotto il cognome comune dei coniugi. I ricorrenti proposero ricorso in appello. La Corte d’Appello confermò la sentenza di primo grado, rifacendosi anche alla giurisprudenza della Corte Costituzionale che aveva affermato che l’impossibilità per la madre di trasmettere ai figli legittimi il proprio cognome non violava il principio di uguaglianza tra i cittadini. I ricorrenti presentarono ricorso in Cassazione. La Suprema Corte sospese il procedimento e rinviò il caso alla Corte Costituzionale. Con sentenza del 16 febbraio 2006, la Corte Costituzionale dichiarò inammissibile la questione di legittimità sollevata. Pur ritenendo che il sistema di attribuzione del cognome paterno derivasse da una concezione patriarcale della famiglia che aveva le sui radici nel diritto romano e che fosse non compatibile con i principi costituzionali di parità tra uomo e donna, ritenne che la scelta tra diverse soluzioni doveva essere operata dal legislatore. Conseguentemente, con sentenza del 29 maggio 2006, la Corte di Cassazione prese atto della decisione adottata dalla Corte Costituzionale e respinse il ricorso dei ricorrenti. Il 31 marzo 2011, i ricorrenti chiesero al Ministro degli Interni di poter aggiungere al cognome paterno dei figli anche quello materno. Con decreto del 14 dicembre 2012, il Prefetto di Milano autorizzò i coniugi a modificare il cognome dei figli in “Fazzo Cusan”. I ricorrenti si sono lamentati che l’impossibilità di attribuire alla figlia il cognome della madre, all’epoca dei fatti, viola l’articolo 8, solo o combinato con l’articolo 14 della Convenzione. Inoltre i ricorrenti si sono lamentati della violazione dell’articolo 5 del Protocollo n. 7 (uguaglianza tra i coniugi) preso isolatamente o combinato con l’articolo 14 della Convenzione, in quanto le disposizioni legislative riguardanti l’imposizione del cognome paterno anziché materno ai figli legititmi non garantisce la parità tra i coniugi. Il ricorso è stato presentato il 13 dicembre 2006. La C.E.D.U. ha affermato che vi è discriminazione quando le persone che si trovino in una situazione simile sono trattate differentemente senza una giustificazione oggettiva e ragionevole. La giustificazione deve valutarsi alla luce dei principi alla base di una società democratica. Ora, la regola secondo cui i figli legittimi si vedono attribuire il cognome paterno alla nascita deriva da alcune norme del codice civile italiano. La legislazione interna non prevede alcuna eccezione a questa regola. Nonostante il Prefetto di Milano abbia autorizzato i ricorrenti ad aggiungere il cognome della madre ai loro figli tale cambiamento non corrisponde al desiderio iniziale degli stessi, i quali avrebbero voluto attribuire alla figlia il solo cognome della madre. La C.E.D.U. ha ritenuto pertanto che nell’attribuzione del cognome ai figli legittimi, i genitori sono stati trattati in modo diverso. In effetti, nonostante l’accordo tra i coniugi, la madre non ha potuto attribuire il proprio cognome alla figlia. La C.E.D.U. ha quindi ricordato l’importanza di procedere verso l’uguaglianza tra i sessi, procedendo all’eliminazione delle discriminazioni fondate sul sesso nella scelta del cognome. La C.E.D.U. ha poi affermato che la tradizione di imporre il cognome paterno non può giustificare una discriminazione nei confronti delle donne. Conseguentemente, l’impossibilità di derogare alle disposizioni che impongono l’attribuzione del solo cognome paterno è stata ritenuta una violazione dell’articolo 14 combinato con l’articolo 8 della Convenzione. Infine, la C.E.D.U. non ha ritenuto di dover esaminare il caso sotto il profilo dell’articolo 5 del Protocollo n. 7, solo o combinato con l’articolo 14 della Convenzione.