SULL’OPPORTUNITÀ CHE IL COMITATO DI PREVENZIONE DELLA TORTURA DEL CONSIGLIO D’EUROPA VALUTI LA LEGITTIMITÀ DEL REGIME DELL’ERGASTOLO “OSTATIVO” ESISTENTE IN ITALIA

Strasburgo, 27 febbraio 2018 – L’ergastolo “ostativo”, un meccanismo che ai sensi degli articoli 4-bis e 58-ter della legge n. 354 del 1975 impedisce ai soggetti condannati per reati di particolare gravità di accedere ai benefici penitenziari e alla liberazione condizionale rendendo così tale pena immodificabile a prescindere dalla condotta e dal percorso intrapreso da tali condannati nel corso della loro detenzione, è giunto finalmente all’esame della Corte europea dei diritti dell’uomo (d’ora in poi la “C.E.D.U.”) con il caso Viola c. Italia (ricorso n. 77633/16)

Il ricorso Viola c. Italia, depositato nel dicembre 2016 e comunicato al Governo italiano il 30 maggio 2017, permetterà alla C.E.D.U. di valutare se l’ergastolo “ostativo” sia compatibile o meno con gli articoli 3 e 8 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo (d’ora in poi “la Convenzione”). Il Governo italiano è stato chiamato a rispondere a diversi e articolati quesiti, che anticipano quale sarà l’oggetto d’indagine dei Giudici di Strasburgo.

Le domande proposte al Governo italiano da parte della C.E.D.U. sono state concepite per valutare innanzitutto se l’ergastolo ostativo possa essere ritenuto una pena comprimibile de jure e de facto ai sensi dell’articolo 3 della Convenzione. La C.E.D.U. ha inoltre chiesto se la legislazione italiana offra una prospettiva di rilascio e una possibilità di riesame della pena e se la procedura di riesame permetta di tener conto dei progressi del percorso riabilitativo, tanto da poter permettere la liberazione nel caso in cui nessun motivo legittimo di ordine penologico giustifichi più la detenzione. E ancora, la C.E.D.U. ha chiesto se la limitazione insita nell’obbligo di collaborare con la giustizia e prevista dal sistema interno soddisfi i criteri stabiliti dalla sua giurisprudenza per valutare la comprimibilità dell’ergastolo “ostativo” e la sua conformità all’articolo 3 della Convenzione. La C.E.D.U. ha chiesto inoltre se la collaborazione con la giustizia corrisponda alla nozione di “prospettiva di rilascio” per motivi legittimi di ordine penologico e, infine, se il regime penitenziario preclusivo in questione possa essere ritenuto compatibile con l’obiettivo di riabilitazione e di reinserimento dei detenuti e se siano rispettati gli obblighi positivi di garantire ai condannati all’ergastolo “ostativo” la possibilità di lavorare al loro reinserimento nel rispetto degli articoli 3 e 8 della Convenzione.

Sarebbe ora opportuno che questo particolare meccanismo penitenziario potesse essere oggetto d’esame anche da parte del Comitato europeo per la prevenzione della tortura e delle pene o trattamenti inumani o degradanti del Consiglio d’Europa (d’ora in poi C.P.T.).

Il C.P.T. è infatti il meccanismo di controllo previsto dalla Convenzione per la prevenzione della tortura e delle pene o trattamenti inumani o degradanti (d’ora in poi “la Convenzione per la prevenzione della tortura”) sottoscritta dagli Stati membri del Consiglio d’Europa, concepito nella convinzione che la protezione dalla tortura e dalle pene o trattamenti inumani o degradanti delle persone private di libertà possa essere rafforzata attraverso un sistema non giudiziario di natura preventiva.

Riguardo all’Italia, il C.P.T. ha esaminato con attenzione il regime del c.d. carcere “duro” stabilito dall’articolo 41-bis della legge n. 354 del 1975 (si vedano le osservazioni e le raccomandazioni contenute nei rapporti del 2004, 2008, 2012 e 2016), istituto previsto dal legislatore italiano che impedisce l’accesso ai benefici penitenziari alle persone condannate per reati di particolare gravità in un modo del tutto simile a quello previsto dall’ergastolo “ostativo”, ma non si è mai pronunciata né ha valutato tale regime.

In effetti, l’ergastolo senza alcuna possibilità di riesame e di rilascio com’è l’ergastolo “ostativo”, può costituire una forma di maltrattamento e una violazione dell’articolo 3 della Convenzione e, a maggior ragione, può ben essere contraria alla Convenzione per la prevenzione della tortura che ha lo scopo di prevenire ogni forma di maltrattamento, dando indicazioni di buona prassi agli Stati aderenti e quindi costituendo un logico antecedente e uno strumento volto ad evitare ogni violazione dell’articolo 3 della Convenzione.

Nel sistema italiano sono previsti due tipi di ergastolo: l’ergastolo ordinario e quello denominato dalla dottrina come ergastolo “ostativo”.

L’ergastolo ordinario persegue l’obiettivo di reinserimento dei detenuti, prevede l’accesso dei condannati ai benefici penitenziari e alla liberazione condizionale e non pone problemi sia per la Costituzione italiana che la Convenzione (si vedano le pronunce della C.E.D.U., Garagin c. Italia, decisione del 29 aprile 2008, n. 33209/07; Scoppola c. Italia, decisione dell’8 settembre 2005, n. 10249/03). Peraltro il riferimento al sistema italiano richiamato nella ricostruzione del diritto comparato in materia di ergastolo nel caso Vinter c. Regno Unito (§ 72) si riferisce esclusivamente a questo primo tipo di pena.

L’ergastolo “ostativo”, invece, è applicato nei confronti delle persone condannate per uno dei delitti indicati dall’articolo 4-bis introdotto nella legge n. 354 del 1975 dall’articolo 1 del decreto legge n. 152 del 1991 convertito in legge n. 203 del 1991. In seguito l’articolo 4-bis della legge n. 354 del 1975 è stato ulteriormente modificato dal decreto legge n. 306 dell’8 giugno 1992 convertito in legge n. 356 del 7 agosto 1992.

L’articolo 4-bis combinato con l’articolo 58ter della legge n. 354 del 1975 – anche quest’ultimo articolo è stato introdotto nella legge n. 354 del 1975 dall’articolo 1 del decreto legge n. 152 del 13 maggio 1991 convertito in legge n. 203 del 12 luglio 1991 – ha completamente stravolto il sistema penitenziario e ha introdotto dei cambiamenti importanti per l’accesso ad istituti penitenziari per certe categorie di detenuti, autori di delitti particolarmente gravi.

Queste disposizioni prevedono un ostacolo, vale a dire una condizione preliminare di valutazione del percorso riabilitativo e di cambiamento del condannato da parte del Giudice di Sorveglianza al fine di prevedere l’accesso ai benefici penitenziari e alle pene alternative alla detenzione. In particolare, l’accesso ai benefici penitenziari e alle misure alternative è subordinato alla collaborazione con la giustizia. Peraltro, per accedere ai benefici penitenziari e alle misure alternative, gli autori dei delitti indicati nell’articolo 4-bis della legge n. 354 del 1975 devono collaborare con la giustizia in modo utile, vale a dire che devono impegnarsi, anche dopo la condanna, “per evitare che l’attività delittuosa sia portata a conseguenze ulteriori” ovvero devono fornire un sostegno concreto all’attività di indagine della polizia o dell’autorità giudiziaria “nella raccolta di elementi decisivi per la ricostruzione dei fatti e per l’individuazione o la cattura degli autori dei reati”.

Secondo l’articolo 58-ter comma 2 della legge n. 354 del 1975, il Giudice di Sorveglianza deve verificare se la collaborazione ha avuto luogo e se questa sia impossibile o inesigibile.

Introducendo nel sistema penitenziario il c.d. “doppio binario”, il legislatore ha previsto in pratica un regime speciale che esclude dai benefici penitenziari e in particolare dalla liberazione condizionale i condannati ritenuti responsabili di reati di particolare gravità, a meno che quest’ultimi non collaborino con la giustizia.

A causa di questo sistema i condannati all’ergastolo “ostativo” si ritrovano senza alcuna prospettiva di rilascio né alcuna possibilità di far riesaminare la pena. Per quanto facciano in prigione, nonostante abbiano fatto notevoli e positivi progressi riabilitativi e risocializzanti, la loro condizione rimarrà immutabile e insuscettibile di controllo in quanto il riesame della loro situazione non potrà essere effettuata fino a quando non adempieranno all’obbligo di collaborare con la giustizia.

In Italia si ritrovano in questa condizione inumana più di mille condannati e l’intervento del C.P.T. è ormai improcrastinabile.

Nel valutare tale istituto il C.P.T. potrà contribuire mettendo a disposizione dell’Italia il suo autorevole punto di vista, permettendo così un’auspicabile accelerazione verso un cambiamento ormai sempre più necessario per ripristinare la legalità per quei condannati a “un fine pena mai”, dove ogni possibilità di rieducazione è negata. In tal modo il legislatore sarà ulteriormente sollecitato a rispettare l’obbligo di tener conto della finalità rieducativa della pena e l’obbligo di adottare tutte le misure necessarie per la sua concreta realizzazione, ripristinando il diritto fondamentale del condannato al riesame della pena al fine di verificare se il suo mantenimento in detenzione sia giustificato alla luce dei progressi compiuti all’interno del suo percorso riabilitativo.

Antonella Mascia, avvocato di fiducia nel caso Viola c. Italia

Un breve excursus sull’evoluzione della giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo in tema di ergastolo

Strasburgo, 2 gennaio 2018 – La Corte europea dei diritti dell’uomo (“C.E.D.U.”) in tema di ergastolo ha sviluppato una giurisprudenza volta a verificare se tale tipo di pena possa essere compatibile o meno con la Convenzione europea dei diritti dell’uomo.

Tra i casi che saranno qui di seguito citati ve ne sono due che riguardano l’Italia. Il primo è il caso Garagin c. Italia, riguardante l’ergastolo “ordinario”, mentre il secondo, in attesa di essere deciso è il caso Viola c. Italia che riguarda l’ergastolo “ostativo” previsto dall’articolo 4bis della legge n. 354 del 1975.

Le pronunce della C.E.D.U. in tema di ergastolo, richiamate cronologicamente e distinte per esito, sono le seguenti:

Le pronunce di non violazione

Léger c. Francia, ricorso n. 19324/02

  • Decisione del 21 settembre 2004: Articolo 3: condannato detenuto da quarant’anni: ricevibile; Articolo 5 § 1 a): dopo la condanna; condannato detenuto da quartant’anni divenuta “liberabile” dopo venticinque anni: ricevibile.
  • Sentenza di Grande Camera del 30 marzo 2009: Articolo 37 § 1: richiesta di proseguimento della procedura presentata da una persona senza titolarità (non erede e senza un interesse legittimo) – radiazione dal ruolo.

Kafkaris c. Cipro, ricorso n. 21906/04

  • Decisione dell’11 aprile 2006: Articolo 3: il ricorrente è stato lasciato nell’incertezza riguardo alla durata reale della pena dell’ergastolo: ricevibile; articolo 5 § 1: mantenimento in detenzione oltre il termine: ricevibile; articolo 7: ambiguità riguardo alla durata ufficiale della pena dell’ergastolo: ricevibile.
  • Sentenza di Grande Camera del 12 febbraio 2008: Articolo 3: trattamento inumano e degradante, pena dell’ergastolo priva di ogni prospettiva di liberazione in caso di buona condotta a seguito di modifica legislativa: non violazione; articolo 7: nullum crimen sine lege, disposizioni legislative in contrasto tra loro e riguardanti la pena dell’ergastolo e il diritto di beneficiare di una remissione della pena: violazione; Cambiamento della legislazione riguardante la remissione della pena per buona condotta per un detenuto condannato all’ergastolo che fu informato dall’autorità giudiziaria competente che la sua era la pena dell’ergastolo: non violazione.

Garagin c. Italia, ricorso n. 33290/07

  • Decisione del 29 aprile 2008: Articolo 3: trattamento inumano e degradante, pena dell’ergastolo “ordinario”, possibilità per il detenuto di beneficiare della liberazione: ricorso irricevibile.

Streicher c. Germania, ricorso n. 40384/04

  • Decisione del 10 febbraio 2009: Articoli 3, 5 e 7: il ricorrente, condannato alla pena dell’ergastolo, non è privato della speranza di rimessione in libertà in quanto il diritto interno prevede la liberazione condizionale: ricorso irricevibile.

Meixner c. Germania, ricorso n. 26958/07

  • Decisione del 26 novembre 2009: Articolo 3: ricorrente condannato alla pena dell’ergastolo a cui è stata rigettata la richiesta di liberazione condizionale; dato che il diritto nazionale tedesco prevede la possibilità di riesaminare la pena al fine di commutarla o di permettere l’accesso alla liberazione condizionale è conforme all’articolo 3: ricorso irricevibile.

Lynch e Whelan c. Irlanda, ricorsi n. 70495/10 74565/10

  • Decisione dell’8 luglio 2014: Articolo 5 § 1: Article 5-1: Arresto o detenzione regolare, mantenimento in detenzione senza controllo in caso di una condanna all’ergastolo “interamente punitiva”: irricevibile.

Bodein c. Francia, ricorso n. 40014/10

  • Sentenza del 13 novembre 2014: Articolo 3: pena inumana e degradante, pena dell’ergastolo con la possibilità di riesame dopo trent’anni di detenzione: non violazione.

Hutchinson c. Regno Unito, ricorso n. 57592/08

  • Sentenza del 3 febbraio 2015: Articolo 3: pena degradante e inumana, mantenimento in detenzione in caso di ergastolo effettivo dopo il chiarimento riguardo al potere del Ministero di ordinare la remissione in libertà: non violazione
  • Sentenza di Grande Camera del 17 gennaio 2017: Articolo 3: pena degradante e inumana, mantenimento in detenzione in caso di ergastolo effettivo dopo il chiarimento riguardo al potere del Ministero di ordinare la remissione in libertà: non violazione.

Le pronunce di violazione

Precedenti al caso “Vinter”

Brogan e altri c. Regno Unito, ricorsi n. 11209/84; 11234/84; 11266/84; 11386/85

Megyeri c. Germania, ricorso n. 13770/88

  • Sentenza del 12 maggio 1992: Articolo 5 § 4: la persona non imputabile detenuta in un istituto psichiatrico per aver commesso atti costituenti reati, deve essere assistita da un avvocato nei procedimenti riguardanti la misura limitativa della sua libertà: violazione.

Stanev c. Bulgaria, ricorso n. 36760/06

  • Decisione del 29 giugno 2010: ricorso ricevibile.
  • Sentenza di Grande Camera del 17 gennaio 2012: Articolo 6 § 1 (procedura civile): accesso a un tribunale, mancanza, per una persona parzialmente incapace, di accesso diretto al Giudice competente per richiedere l’accertamento della sua capacità: violazione; Articolo 3: trattamento degradante, condizioni di vita all’interno dell’istituto psichiatrico: violazione; Articolo 5 § 1: privazione della libertà, vie legali, regolarità di un internamento in un istituto psichiatrico: violazione; Articolo 5 § 4: assenza di un ricorso per contestare la legittimità dell’internamento in un istituto psichiatrico: violazione; Articolo 13: assenza di un ricorso per ottenere il ristoro per le cattive condizioni di vita all’interno dell’istituto psichiatrico: violazione.

Il caso “Vinter”

Vinter e altri c. Regno Unito, ricorsi n. 66069/09, 130/10 e 3896/10

  • Sentenza del 17 gennaio 2012: Articolo 3: pena degradante e inumana, la pena dell’ergastolo con possibilità di liberazione unicamente in caso di malattia in fase terminale o di grave incapacità: non violazione.
  • Sentenza di Grande Camera del 9 luglio 2013: Articolo 3: pena degradante e inumana, la pena dell’ergastolo con possibilità di liberazione unicamente in caso di malattia in fase terminale o di grave incapacità: violazione (versione italiana).

Successive al caso “Vinter”

Öcalan c. Turchia (n. 2), ricorsi n. 24069/03, 197/04, 6201/06 e 10464/07

  • Sentenza del 18 marzo 2014: Articolo 3: condizioni di detenzione fino al 17 novembre 2009: violazione; Articolo 3: condizioni di detenzione successive al 17 novembre 2009: non violazione; Articolo 3: condanna all’ergastolo senza possibilità di liberazione condizionale: violazione; Articolo 8: non violazione; Articolo 7: non violazione.

László Magyar c. Ungheria, ricorso n. 73593/10

  • Sentenza del 20 maggio 2014: Articolo 3: pena inumana e degradante: la pena dell’ergastolo irriducibile de jure e de facto nonostante la possibilità di grazia presidenziale: violazione.

Harakchiev e Tolumov c. Bulgaria, ricorsi n. 15018/11 e 61199/12

  • Sentenza dell’8 luglio 2014: Articolo 3: Pena inumana e degradante, il regime dell’ergastolo che non offre sufficienti possibilità di reinserimento al fine di ottenere una riduzione della pena: violazione.

Trabelsi c. Belgio, ricorso n. 140/10

  • Sentenza del 4 settembre 2014: Articolo 3: estradizione verso uno Stato non contraente della Convenzione (Stati Uniti d’America), dove il ricorrente corre il rischio di essere sottoposto alla pena dell’ergastolo senza possibilità di liberazione condizionale: violazione; Articolo 34: ostacolare l’esercizio del diritto di ricorso, trasferimento di una persona negli U.S.A. con il rischio reale di incorrere nella pena dell’ergastolo senza possibilità di liberazione condizionale e non rispetto della misura provvisoria ordinata dalla C.E.D.U.: violazione.

Kaytan c. Turchia, ricorso n. 27422/05

Murray c. Paesi Bassi, ricorso n. 10511/10

  • Sentenza del 10 dicembre 2013: Articolo 3: trattamento inumano e degradante, rifiuto di accordare la liberazione condizionale a un detenuto con problemi mentali condannato alla pena dell’ergastolo e che ha scontato trent’anni di reclusione: non violazione
  • Sentenza di Grande Camera del 26 aprile 2016: Articolo 3: pena inumana e degradante, irriducibilità de facto della pena dell’ergastolo inflitta ad una persona malata mentale: violazione.

T.P. e A.T. c. Ungheria, ricorsi n. 37871/14 73986/14

  • Sentenza del 4 ottobre 2016: Articolo 3: pena inumana e degradante: la pena dell’ergastolo riesaminata automaticamente dopo quarant’anni di detenzione: violazione.

Matiošaitis e altri c. Lituania, ricorsi n. 22662/13, 51059/13, 58823/13, 59692/13, 59700/13, 60115/13, 69425/13 e 72824/13

  • Sentenza del 23 maggio 2017: Articolo 3: Pena inumana e degradante, le pene all’ergastolo che non offrono alcuna prospettiva di liberazione: violazione.

 Casi attualmente pendenti

Ali Tekin e Necip Baysal c. Turchia, ricorsi n. 40192/10 8051/12

  • Comunicazioni del 20 luglio 2015: i ricorrenti si lamentano della loro condanna alla pena dell’ergastolo senza possibilità di liberazione condizionale, di essere sottoposti ad un regime penitenziario speciale e di non disporre di una via di ricorso effettiva. La C.E.D.U. ha comunicato i ricorsi sotto il profilo degli articoli 3 e 13.

Viola c. Italia, ricorso n. 77633/16

  • Comunicazione del 30 maggio 2017: ergastolo “ostativo” ai sensi dell’articolo 4bis della legge n. 354 del 1975; La C.E.D.U. ha comunicato il ricorso stoto il profilo degli articoli 3 e 8.

IL XXVI^ RAPPORTO ANNUALE DEL CPT DEL CONSIGLIO D’EUROPA SULLE PROCEDURE DI CUSTODIA CAUTELARE

Strasburgo, 11 maggio 2017 – Lo scorso 20 aprile 2017 il Comitato europeo per la prevenzione della tortura e delle pene o trattamenti inumani o degradanti (CPT) del Consiglio d’Europa ha pubblicato il rapporto annuale sull’attività di monitoraggio e controllo svolta nel corso del 2016.
Dieci gli Stati oggetto delle Periodical Visits, strumento di controllo ordinariamente operato dal CPT, e sette quelli oggetto delle visite ad hoc. Appartenente al gruppo dei primi anche l’Italia, la cui documentazione risulta non ancora disponibile perché trasmessa recentemente.
Il CPT, rappresentato dalla Presidente Mykola Gnatovskyy, ha evidenziato serie ed evidenti problematicità esistenti tra i Paesi Membri in materia di sovraffollamento carcerario, dedicando ampio spazio alla condizione delle persone detenute in attesa di giudizio o di condanna definitiva.
Il CPT ha inoltre evidenziato, sulla base dei dati statistici disponibili che vi sono ampie difformità tra i Paesi Membri riguardo alla frequenza e durata delle misure cautelari detentive.
La percentuale dei detenuti in attesa di giudizio o di condanna definitiva varia tra l’8% e il 70% della popolazione carceraria, con una media di circa il 25% totale di detenuti in regime di custodia cautelare nell’area di competenza del Consiglio d’Europa. Tale dato aumenta ulteriormente se si contano i cittadini stranieri sottoposti a misure cautelari, con una media di circa il 40% del numero complessivo di detenuti.
Il CPT ha evidenziato e raccomandato esplicitamente il ricorso a misure cautelari detentive solo nei casi di extrema ratio per una durata del più breve tempo possibile, esortando le autorità preposte all’esercizio di attente valutazioni preliminari, che devono tener conto dei rischi di reiterazione del reato, fuga, occultamento o manomissione delle prove, l’influenza dei testimoni ovvero l’intralcio all’azione giudiziaria.
Il CPT ha inoltre ripetutamente sottolineato le criticità che potrebbero generarsi da provvedimenti detentivi in regime di misure cautelari, soprattutto riguardo alle conseguenze di carattere psicologico, che possono essere all’origine di trattamenti inumani e degradanti.
Tra le raccomandazioni suggerite vi è innanzitutto l’importanza di istituire misure detentive che soddisfino i parametri stabiliti dal CPT e, nel rispetto del principio della presunzione di innocenza, assicurare procedure di accoglimento e di integrazione carceraria. È inoltre auspicata la separazione degli ambienti e delle attività tra i detenuti in attesa di giudizio e quelli condannati in via definitiva.
Alla luce del rapporto del CPT, in tema di detenzione cautelare, si segnala inoltre il rilevante numero di condanne che nel corso degli anni il Governo italiano ha subito da parte della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo. Pronunce di violazione di cui all’articolo 5 della Convenzione EDU e riguardanti la constatazione di inadeguatezza del sistema per l’applicazione di eccessivi periodi di detenzione cautelare, quanto per l’assenza di garanzie adeguate.
Riguardo all’Italia, dagli ultimi dati del Ministero della Giustizia aggiornati al 30 aprile 2017[1] è risultato che su un totale di 56.436 detenuti presenti negli istituti penitenziari italiani, circa 9.760 (quasi il 17,3%) risultano in attesa di primo giudizio e 9.734 (all’incirca il 17,2%) sono invece il totale dei condannati non via definitiva.
A partire dal Decreto Legge n. 78 del 1° luglio 2013, convertito con legge n. 94 del 9 agosto 2013, a cui si è aggiunto il Decreto legge n. 92 del 26 giugno 2014, poi convertito con legge n. 117 dell’11 agosto 2014 e dalla legge n. 47 del 16 aprile 2015, il legislatore italiano ha dato avvio ad una serie di provvedimenti di natura deflattiva e ispirati al principio dello stare liberatis. Tuttavia così evidenziato anche dal Presidente Canzio della Corte nel corso della relazione per l’inaugurazione dell’anno giudiziario 2017, il problema deve essere affrontato migliorando le condizioni di vita di tutti i detenuti e garantendo loro strutture adeguate a favorirne la riabilitazione e reintegrazione.
[1] Dati disponibili sul sito del Ministero di Giustizia, http://www.giustizia.it

L’articolo è stato redatto in collaborazione con la dott.ssa Grazia SCOCCA