La risoluzione del C.S.M. in materia di abbreviazione dei termini di prescrizione segnala rilevanti e significative ricadute sui meccanismi processuali

Verona, 12 aprile 2011 – Nei giorni scorsi il Consiglio Superiore della Magistratura ha dato il suo parere sul DDL 3137, in questi giorni in discussione alla Camera dei Deputati. Il decreto legislativo è quello che riguarda le misure contro la durata indeterminata dei processi.

Con il suo parere il C.S.M. ha segnalato la rilevante e significativa ricaduta dell’intervento legislativo sui meccanismi processuali.

In merito poi alla durata eccessiva dei processi il C.S.M. ha fatto riferimento al fatto che la CEDU ha  condannato l’Italia in relazione al diritto di ogni persona a che la sua causa sia esaminata entro un termine ragionevole.

Il C.S.M. ha affermato che “la Corte di Strasburgo ha considerato il tempo impiegato, nell’ambito dei giudizi celebrati in Italia, per esaminare il merito della causa ed ha affermato la responsabilità dello Stato discendente dalla violazione dell’art. 6, § 1, della Convenzione EDU. E la Corte ha pure posto a carico dello Stato italiano una liquidazione supplementare rispetto a quella riconosciuta dalle Corti d’Appello nel quadro della Legge Pinto, ritenendo che detta previsione non fornisca una riparazione equa del ritardo subito.

La giurisprudenza della Corte di Strasburgo, così sinteticamente richiamata, va in direzione opposta rispetto alla proposta riduzione dei termini di prescrizione del reato che si risolve in un meccanismo che ostacola l’accertamento sul merito della questione dedotta in giudizio.

Invero, il diritto consacrato dall’art. 6 della Convenzione, e prima di essa dagli articoli 24 e 111 della nostra Costituzione, è anzitutto che il processo ci sia e che sia un processo che si concluda con una decisione di merito. In secondo luogo che sia un processo di durata ragionevole ed improntato agli altri principi descritti dalla norma costituzionale. Ciò che si chiede all’ordinamento italiano è, cioè, di trovare gli strumenti per accelerare lo svolgimento dei processi facilitando l’accertamento giudiziario, non certo di favorire l’espunzione dei reati prima ancora che ci sia una decisione nel merito.”

Un avvocato difensore dei diritti umani arrestato dalla polizia di Gheddafi è all’origine della rivolta in Libia

Strasburgo, 25 marzo 2011 – Segnalo una notizia che ritengo importante per sottolineare l’importanza fondamentale del lavoro svolto da tutti coloro che si occupano di diritti umani e che devono essere a loro volta garantiti e sostenuti.

Mi riferisco all’arresto dell’avvocato Fathi Tirbil avvenuto il 15 febbraio 2011. Questo fatto è stata la scintilla che ha poi scatenato la rivolta in Libia. Quel giorno Fathi Tirbil è stato arrestato dopo una perquisizione presso la sua abitazione a Bengasi dove sono stati sequestrati tutti i suoi fascicoli e i suoi computer.

Fathi Tirbil è un avvocato che lavora da anni su uno dei casi più sensibili del suo Paese. Affiancato da altri colleghi, coordina la difesa delle famiglie delle persone sparite ad Abou Salim, la prigione di Tripoli dove il 29 giugno 1996 più di 1270 prigionieri sono morti sotto i colpi d’arma da fuoco dei soldati. Nessun corpo è stato restituito alle famiglie e nessuno è stato incolpato del massacro.

Poco dopo l’arresto, i colleghi si sono recati presso la centrale di polizia dove si trovava Tirbil. A loro si sono via via unite centinaia di persone e da qui è iniziata una protesta che è diventata la terza grande insurrezione del mondo arabo dopo la Tunisia e l’Egitto.

Giornata mondiale contro la violenza sulle donne

Strasburgo, 25 novembre 2010 – Oggi è la giornata mondiale contro la violenza sulle donne. In Italia, secondo una ricerca condotta dalla Casa delle donne, negli ultimi anni si è registrato un costante aumento di omicidi nei confronti delle donne: 101 nel 2006, 107 nel 2007, 112 nel 2008 e 119 nel 2009. Nel 2010, ad oggi, sono 115 le donne uccise in Italia da parte degli uomini.

L’allarme riguarda soprattutto la violenza domestica: nello scorso anno i responsabili degli omicidi sono stati mariti per il 36% dei casi, conviventi o partner per il 18%, ex compagni per il 9% e parenti per il 13%.

La ricerca evidenzia inoltre che nel 2009 le donne uccise sono di nazionalità italiana per il 70,8% dei casi e che i loro assassini sono italiani per il 76%.

A questo si deve aggiungere che l’associazione D.i.Re. (Donne in rete contro la violenza) ha denunciato che in Italia, attualmente, i centri antiviolenza chiudono l’uno dopo l’altro “strangolati dai tagli della Finanziaria e dall’ostilità degli Enti locali”.

Sempre secondo l’associazione D.i.Re. in Italia esiste un’inadeguatezza numerica delle strutture di accoglienza rispetto al bisogno generato dal fenomeno.

Contro la violenza sulle donne la CEDU ha emesso sentenze molto interessanti, come nel caso Opuz c. Turchia, un caso di violenza domestica, nel caso M.C. c. Bulgaria, un caso di violenza sessuale e nel caso Y.F. c. Turchia, un caso sull’integrità fisica.