G8 di Genova del 2001, un’interessante inchiesta sui fatti di Bolzaneto

ImmagineStrasburgo, 13 novembre 2013 – Segnalo un’interessante inchiesta di Antonella Cignarale, apparsa su www.corriere.it, che ricostruisce i fatti del G8 di Genova del 2001 e in particolare le violenze avvenute nella caserma “Bolzaneto”, attualmente all’esame della C.E.D.U. (qui il link).

Ricordo infatti che  il 18 dicembre 2012 la C.E.D.U. ha comunicato all’Italia alcuni ricorsi, riuniti nei due casi Azzolina e altri c. Italia e Cestaro c. Italia

I trentuno ricorrenti hanno eccepito la violazione degli articoli 3, 5 e 13 della Convenzione.

I ricorrenti erano tutti manifestanti posti in stato di fermo durante l’irruzione della polizia nella scuola Diaz-Pertini, e successivamente furono condotti nella caserma di Bolzaneto.

I fatti descritti nella comunicazione della C.E.D.U. sono stati ricostruiti anche in base agli atti del giudizio di primo grado, conclusosi con la sentenza del Tribunale di Genova del 13 novembre 2008, che ha riconosciuto colpevoli 13 dei 29 imputati, per diversi reati, tra i quali i reati di falso, lesioni aggravate e porto abusivo di armi da guerra.

La sentenza di prime cure fu poi riformata dalla Corte d’Appello di Genova, che con sentenza del 18 maggio 2010 riconobbe la colpevolezza degli allora vertici della polizia che avevano operato in occasione del summit di Genova, condannando 25 dei 27 imputati.

Intervenne infine anche la Corte di Cassazione, con la recente sentenza del 28 ottobre 2012, con cui è stato definitivamente stabilita la responsabilità penale di alcuni dirigenti ed agenti della Polizia di Stato per le vicende occorse alla Diaz e alla caserma di Bolzaneto.

Nei ricorsi comunicati dalla C.E.D.U. sono state descritte tutte le violenze subite dai ricorrenti all’interno della scuola Diaz prima, e nella caserma di Bolzaneto poi.

I ricorrenti hanno denunciato di essere stati ripetutamente picchiati dagli agenti, di essere stati minacciati, insultati, obbligati ad intonare canti fascisti e a fare il saluto romano. Alcune delle ricorrenti, inoltre, hanno denunciato di essere state minacciate di abusi sessuali da parte degli agenti, e di essere state obbligate a denudarsi davanti a loro.

La Corte di Strasburgo, dopo aver riportato i fatti, prende in esame la vicenda giudiziaria interna, che ha condotto alle condanne di alcuni degli agenti e dei loro responsabili nei tre gradi di giudizio.

In particolare, la C.E.D.U. ha evidenziato una generale assenza di collaborazione da parte degli organi di polizia, e una tendenziale ineffettività delle pene comminate agli agenti.

Risulta, infatti, dalla sentenza di primo grado che alcuni degli agenti condannati hanno beneficiato dell’indulto, previsto dalla Legge n. 249/06, evitando, così, di scontare le pene già di per sé irrisorie previste ex-lege.

La sproporzione tra l’irrisorietà delle pene inflitte rapportata alla gravità dei fatti commessi dagli agenti è dovuta, secondo i giudici di primo grado, alla mancanza nel nostro ordinamento di una fattispecie criminosa tipizzata di tortura. Secondo i giudici genovesi, infatti, le condotte tenute dagli agenti, e peraltro definite di “inusitata violenza” dalla Corte di Cassazione, costituirebbero ipotesi di “tortura” secondo la nozione internazionalmente riconosciuta. Ma poiché l’ordinamento italiano non prevede ancora il reato di tortura, si é dovuta derubricare l’imputazione degli agenti responsabili per le violenze alla Diaz e alla caserma di Bolzaneto al reato di abuso d’ufficio, previsto dall’art. 323 c.p.

La C.ED.U. ha rivolto al Governo italiano tre precise richieste di chiarimento:

  1. In primo luogo, la C.E.D.U. ha chiesto se i ricorrenti siano stati sottoposti, in violazione dell’art. 3 della Convenzione, a tortura e/o a trattamenti inumani o degradanti. La Corte ha chiesto poi al Governo italiano di precisare se i trattamenti subiti dai ricorrenti e descritti nei ricorsi vengano riconosciuti come tortura o trattamenti inumani o degradanti ai sensi e per gli effetti dell’articolo 3 della Convenzione (Selmouni c. Francia [GC], n. 25803/94, §§ 91-105, CEDH 1999‑V ; Dedovski e altri c. Russia, n. 7178/03, §§ 81-85, CEDH 2008 (estratti) ;Gäfgen c. Germania [GC], n. 22978/05, §§ 87-93, CEDH-2010) .
  2. In secondo luogo, la C.E.D.U. ha chiesto al Governo italiano se nell’espletamento delle indagini da parte delle autorità italiane siano stati rispettati gli obblighi procedurali previsti dalla Convenzione contro la tortura o i trattamenti inumani o degradanti, e sia stato altresì garantito ai ricorrenti il diritto ad un ricorso effettivo, ciò ai sensi degli articoli 3 e 13 della Convenzione (Bati e altri c. Turchia, nn. 33097/96 e 57834/00, §§ 133-137, CEDH 2004-IV ; Gäfgen, precitata, §§ 115-130).
  3. In ultimo, la C.E.D.U. ha chiesto al Governo italiano di specificare se la legislazione penale italiana, nel suo insieme e tenendo conto della normativa relativa alla prescrizione dei reati di cui agli articoli 157-161 del codice penale, garantisce una sanzione adeguata della tortura e dei trattamenti inumani o degradanti, ai sensi dell’articolo 3 della Convenzione (Gäfgen, precitata, § 117)

La C.E.D.U. ha inoltre richiesto alcune precisazioni e chiarimenti sull’evoluzione della carriera di alcuni funzionari di polizia coinvolti nelle fatti denunciati dai ricorrenti nonché sul effettivo  pagamento delle somme provvisionali riconosciute a titolo di risarcimento a favore dei ricorrenti  da parte del Tribunale di Genova.

La C.E.D.U. deve ora pronunciarsi su una vicenda italiana in cui è stata negata una delle garanzie più importanti alla base di uno Stato democratico: il divieto assoluto di tortura e maltrattamento o trattamento inumano e degradante.

Il bilancio sull’attività del Governo italiano in tema di diritti fondamentali secondo Amnesty International Italia

italia-coloriStrasburgo, 26 settembre 2013 – Amnesty International Italia ha presentato ieri il suo bilancio sull’attività di governo e parlamento sui diritti umani nei primi sei mesi della XVII Legislatura.

 A gennaio, in vista delle elezioni politiche, l’organizzazione aveva lanciato la campagna “Ricordati che devi rispondere”, sottoponendo ai leader delle coalizioni in lizza e a tutti i candidati delle circoscrizioni elettorali un’Agenda in 10 punti per i diritti umani in Italia.

Questi erano i 10 punti dell’Agenda: garantire la trasparenza delle forze di polizia e introdurre il reato di tortura; fermare il femminicidio e la violenza contro le donne; proteggere i rifugiati, fermare lo sfruttamento e la criminalizzazione dei migranti e sospendere gli accordi con la Libia sul controllo dell’immigrazione; assicurare condizioni dignitose e rispettose dei diritti umani nelle carceri; combattere l’omofobia e la transfobia e garantire tutti i diritti umani alle persone Lgbti (lesbiche, gay, bisessuali, transgender e intersessuate); fermare la discriminazione, gli sgomberi forzati e la segregazione etnica dei rom; creare un’istituzione nazionale indipendente per la protezione dei diritti umani; imporre alle multinazionali italiane il rispetto dei diritti umani; lottare contro la pena di morte nel mondo e promuovere i diritti umani nei rapporti con gli altri stati; garantire il controllo sul commercio delle armi favorendo l’adozione di un trattato internazionale.



L’Agenda è stata sottoscritta, integralmente o quasi, da 117 parlamentari e da tutti i leader delle forze politiche che compongono l’attuale governo.

”La nostra campagna ha contribuito, insieme alle iniziative di altre associazioni ed espressioni della società, a portare per la prima volta questioni importanti relative ai diritti umani al centro del dibattito elettorale e poi dell’azione del parlamento e del governo.

Di diritti umani si è discusso, in questi primi sei mesi, in modo quantitativamente e qualitativamente migliore rispetto al passato. L’analisi del lavoro della XVII Legislatura nei primi sei mesi di attività ci dice che sulla maggior parte dei 10 punti della nostra Agenda è stato almeno presentato un disegno di legge, come in materia di tortura e omofobia” – ha dichiarato Antonio Marchesi, presidente di Amnesty International Italia.

 “A questo nuovo dinamismo ha fatto però da contraltare un conservatorismo trasversale che ha riprodotto alcuni antichi vizi, come quelli che da 25 anni ostacolano l’introduzione del reato di tortura nella definizione richiesta dalle Nazioni Unite, se non addirittura veri e propri tabù, come nel caso degli accordi con la Libia, di cui continuiamo a chiedere la sospensione e che risultano tanto assenti dal dibattito parlamentare quanto ampiamente presenti invece nell’agenda governativa” – ha aggiunto Marchesi.

”Di questi sei mesi, sul piano internazionale, oltre al rinnovato impegno per la moratoria sulla pena di morte, dobbiamo ricordare la ratifica della Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica e l’approvazione alla Camera del disegno di legge di ratifica del Trattato Onu sul commercio di armi. Resta tuttavia una grave macchia il comportamento delle autorità italiane nella vicenda della moglie e della figlia di un dissidente del Kazakistan, espulse illegalmente verso il paese di origine nonostante i rischi di persecuzione” – ha rimarcato Marchesi.

In tema di violenza contro le donne, oltre alla ratifica della Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica (Convenzione di Istanbul), “è positivo che ad agosto sia stato presentato un testo specifico, ma continuiamo a chiedere misure concrete di sostegno alle vittime della violenza, adeguatamente finanziate, e azioni di prevenzione efficaci. La repressione è importante ma da sola non risolverà il problema” – ha commentato Carlotta Sami, direttrice generale di Amnesty International Italia, che ha annunciato il lancio, a novembre, di una campagna di sms solidale contro la violenza sulle donne. 

In materia di omofobia e transfobia “siamo soddisfatti per il risultato ottenuto a settembre alla Camera dei deputati, attraverso un dibattito di elevato spessore e l’approvazione del disegno di legge che include l’orientamento sessuale e l’identità di genere nell’elenco dei motivi discriminatori associati ai reati specifici descritti nell’articolo 1 del decreto legge 122/1993 e che emenda l’art. 3 dello stesso decreto, aggiungendo l’orientamento sessuale e l’identità di genere alle circostanze aggravanti. Ci riserviamo tuttavia di capire quali effetti pratici sulla lotta alle discriminazioni potrebbe avere la clausola di salvaguardia introdotta dagli emendamenti relativi alla libertà d’espressione. Ci aspettiamo un’analoga riflessione nelle sedi istituzionali in vista del passaggio al Senato” – ha concluso Giusy D’Alconzo, direttrice delle Campagne e della ricerca di Amnesty International Italia.

Agenda in 10 punti per i diritti umani in Italia

Briefing “Quali risposte in sei mesi di Legislatura?”

“Da Verona alla Corte dei diritti umani di Strasburgo”: intervista rilasciata a Cinzia Inguanta e pubblicata su Verona-in

Strasburgo, 5 marzo 2013 – Qui sotto troverete l’intervista da me rilasciata a Cinzia Inguanta e pubblicata il 15 agosto 2012 su Verona in.

Antonella Mascia: da Verona alla Corte dei diritti umani di Strasburgo

15/08/2012 di REDAZIONE


La storia della veronese Antonella Mascia, avvocato giurista presso la Corte europea dei diritti dell’Uomo di Strasburgo, è emblematica per molte ragioni. Prima di tutto è la storia di una donna, con una forte passione civile, che da sola è riuscita a costruire un percorso professionale di altissima rilevanza, che per riuscire ad esprimere le sue potenzialità ha dovuto lasciarela sua città, che tra mille difficoltà è riuscita a conciliare la vita familiare con quella professionale, che continua ad amare il suo paese e a combattere per i valori in cui crede. La sua storia professionale inizia a Verona, dove apre uno studio legale occupandosi principalmente di diritto civile, diritto di famiglia, diritto ambientale e diritto dei migranti. Per motivi personali si trasferisce a Strasburgo.

«A Strasburgo – racconta Mascia – ho iniziato tutto daccapo, con il sogno di avere un altro figlio, che poi non è arrivato, e di stare vicino a quello che avevo. A Verona non riuscivo a fare bene, contemporaneamente, la mamma e l’avvocato. Mi sentivo lacerata tra due realtà che mi appassionavano e in cui credevo profondamente. Dopo un paio d’anni di permanenza a Strasburgo ho ripreso a lavorare. Nel frattempo avevo imparato il francese, avevo conosciuto qualche amico/a, avevo trovato casa e amici per il mio bambino. Avevo speso tutte le mie energie e il mio entusiasmo per fare in modo che la mia famiglia si ambientasse bene nella nuova città».

Nel 2003, la svolta con uno stage di tre mesi alla Corte europea dei diritti dell’Uomo: «Avevo 42 anni, ero stata avvocato per 11 anni, l’ambiente era fatto di gente più giovane e senza la mia esperienza. Penso che la mia umanità e le mie capacità mi abbiano aiutato in quei tre mesi. In seguito infatti, ho avuto la possibilità di essere assunta, anche se a tempo determinato, ininterrottamente sino al luglio 2007. Ho lavorato molto, ho conosciuto bene il sistema della Convenzione, la Corte. Facevo parte della Cancelleria, una bella  “macchina da guerra”, con tutti i pro e contro. Per la prima volta lavoravo con tante persone, ero parte di un meccanismo. Mentre ero alla Corte ho conseguito anche un master in diritto internazionale, diritti dell’Uomo, presso l’Università R. Shuman di Strasburgo. È stata una bella esperienza, ho potuto conoscere delle persone eccezionali, speciali perché si occupavano di diritti umani». Dal luglio 2007 fino a dicembre 2009, Mascia lavora al Consiglio d’Europa, al CPT (Comitato Prevenzione Tortura), alla divisione penale del servizio legale del Consiglio d’Europa. Infine, diventa giurista presso il Segretariato dellaCommissione europea per la Democrazia attraverso il diritto (la Commissione di Venezia), dove svolge attività di ricerca giuridica, predispone rapporti e coordina, in qualità di responsabile, i seminari UniDem Campus a Trieste.

Ma non è ancora abbastanza perché come ci spiega «Nel frattempo ho coltivato un altro sogno. Quello di tornare a fare l’avvocato. Nel 2008, ho aperto un blog sui diritti fondamentali, perché, per me, era importante mettere “in circolo” quello che sapevo. Il blog si chiama “Diritti fondamentali, quale tutela?” (www.antonellamascia.com). Nel 2010 ho ricominciato a fare l’avvocato. Una nuova strada e tante incertezze. Ero sulla soglia della cinquantina, di nuovo tutto daccapo. A novembre 2010 ho aperto lo studio legale a Strasburgo e ho iniziato a collaborare con lo studio ALV Avvocati Associati di Verona. Mi occupo  di diritti fondamentali, presento ricorsi alla Corte europea su questioni diverse, nuove, che sono importanti, che possono permettere al mio Paese di migliorare, che possono dare la percezione che non si può rinunciare, mai, al rispetto della dignità umana. È un lavoro tutto nuovo, che invento tutti i giorni, su basi completamente diverse dagli schemi classici imposti normalmente dall’ambiente professionale da cui provengo, che trovo molto soffocante per certi aspetti.

Sono una donna, voglio lavorare con i miei tempi, le mie sensibilità, la mia femminilità, la mia intelligenza. Voglio trasmettere le mie conoscenze ai più giovani, perché è questo l’unico modo per contribuire al cambiamento».

Cinzia Inguanta