Nel caso De Tommaso c. Italia, la Grande Camera della Corte europea dei diritti dell’uomo accerta la violazione della libertà di circolazione per l’applicazione delle misure della sorveglianza speciale e dell’assegnazione a residenza

Strasburgo 16 marzo 2017 – Con sentenza del 23 febbraio 2017 nel caso De Tommaso c. Italia (ricorso n. 43395/09) (qui la versione francese e inglese), la Grande Camera della C.E.D.U. ha accertato all’unanimità la violazione dell’art. 2 del protocollo 4 alla Convenzione (libertà di circolazione) per violazione del principio di legalità, avendo riscontrato la mancanza di prevedibilità della legge n. 1423 del 1956. Sempre all’unanimità, la Grande Camera della C.E.D.U. ha accertato la violazione dell’articolo 6 § 1 della Convenzione (diritto a un equo processo) solo per la mancata pubblicità dell’udienza. Ha invece ritenuto che non vi fosse violazione per gli altri profili sollevati e riguardanti gli articoli 6 § 1 e 13 della Convenzione (diritto a un ricorso effettivo).

I fatti della causa sono i seguenti.

Il 22 maggio 2007 il Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Bari presentò domanda di applicazione della misura di prevenzione al Tribunale di Bari per la durata di due anni, sostenendo la pericolosità del ricorrente, derivante da condanne per traffico di droga, evasione, detenzione di armi e frequentazione di pregiudicati.

Nell’opporsi a tale richiesta, oltre ad evidenziare come alcune condanne fossero attribuibili a un omonimo, il ricorrente sottolineò che non vi era pericolosità attuale e questo anche considerando che l’ultimo episodio attribuibile fosse una condanna a quattro anni di reclusione per stupefacenti intervenuta nel 2003 e completamente espiata.

L’11 aprile 2008, il Tribunale di Bari respinse le eccezioni del ricorrente e applicò la misura richiesta dalla Procura per la durata di due anni, ritenendo pienamente soddisfatti i requisiti legali necessari alla limitazione della circolazione imposta, non ritenendo che vi fossero dubbi sulla pericolosità sociale anche perché l’interessato era stato ritenuto dedito ad attività criminali per il proprio sostentamento. La misura applicata aveva imposto al ricorrente una lunga serie di prescrizioni.

Il 14 luglio 2008 il ricorrente impugnò tale provvedimento e la Corte di Appello di Bari, con sentenza del 28 gennaio 2009, accolse la doglianza annullando la misura applicata fino a quel momento. In particolare, la Corte di Appello di Bari ritenne che, ai fini dell’applicazione della misura, fosse necessaria una “pericolosità attuale” consistente in comportamenti allarmanti per la sicurezza pubblica, elemento non ravvisabile nel caso di specie. Secondo la Corte di Appello, la sola condanna a quattro anni di reclusione per traffico di stupefacenti con porto d’armi non autorizzato, avvenuta nel 2003, non poteva essere ritenuta idonea a fondare un giudizio di pericolosità sociale, essendo tale pena completamente espiata e riferibile a cinque anni prima. Inoltre la Corte d’Appello di Bari rilevò che il Tribunale aveva completamente omesso di valutare gli effetti positivi che l’espiazione della pena aveva avuto sulla rieducazione e sulla personalità del ricorrente.

Il ricorrente, con ricorso presentato alla C.E.D.U. il 28 luglio 2009, ha eccepito la violazione degli articoli 5 (diritto alla libertà e alla sicurezza) e 2 del protocollo 4 alla Convenzione (libertà di circolazione) sostenendo che la misura cui era stato sottoposto, nove mesi di sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno, fosse arbitraria e presentasse una durata eccessiva. Ha inoltre eccepito la violazione dell’articolo 6 della Convenzione (diritto a un equo processo) sotto il profilo della mancata pubblicità dell’udienza davanti al Tribunale e alla Corte di Appello oltre alla mancanza di equità della procedura. Infine, invocando l’articolo 13 della Convenzione (diritto a un ricorso effettivo) ha lamentato che a livello nazionale non vi fosse un ricorso idoneo a richiedere il risarcimento dei danni subiti.

Con la propria pronuncia, la Grande Camera della C.E.D.U. ha innanzitutto ribadito che la misura di sorveglianza speciale applicata al ricorrente, per le modalità della sua esecuzione, non poteva essere ritenuta una privazione di libertà così come garantita dall’articolo 5 della Convenzione e conseguentemente ha dichiarato questa parte del ricorso incompatibile ratione materiae con la Convenzione, rigettandolo ai sensi dell’articolo 35, §§ 3 a) e 4 della Convenzione.

Per giungere a tale conclusione, la C.E.D.U. ha richiamato tutta la giurisprudenza riguardante le misure di prevenzione (Guzzardi c. Italia, 6 novembre 1980, Nada c. Svizzera [GC], n. 10593/08, Austin e altri c. Regno Unito [GC], nn. 39692/09, 40713/09 et 41008/09, Stanev c. Bulgaria [GC], n. 36760/06, Medvedyev e altri c. Francia [GC], n.3394/03, Raimondo c. Italia, 22 febbraio 1994; Labita c. Italia [GC], n. 26772/95, Vito Sante Santoro c. Italia, n. 36681/97; Monno c. Italia, n. 18675/09, decisione 8 ottobre 2013).

La C.E.D.U. ha quindi esaminato nel merito la doglianza sotto il profilo dell’articolo 2 del Protocollo n. 4, come misura limitativa della libertà di circolazione. In particolare la C.E.D.U. ha ritenuto che la base legale su cui si fondava la misura di prevenzione fosse la legge n. 1423 del 1956, vigente all’epoca dei fatti. Secondo la C.E.D.U. tale normativa, pur rispondendo al requisito dell’accessibilità, non poteva ritenersi prevedibile, in quanto la sua applicazione era legata principalmente alla valutazione delle giurisdizioni interne. In effetti, sia le disposizioni normative sia le pronunce della Corte costituzionale non avevano identificato chiaramente quali fossero gli “elementi fattuali” o le condotte specifiche rilevanti per valutare la pericolosità sociale e quindi l’applicazione delle misure di prevenzione. La C.E.D.U. ha quindi ritenuto che la legge di riferimento non prevedesse in maniera sufficientemente dettagliata quali comportamenti fossero da considerare come socialmente pericolosi. Ad avviso della C.E.D.U., il Tribunale di Bari si era limitato a individuare nel comportamento del ricorrente una tendenza a delinquere, senza specificare tuttavia quale fosse la condotta specifica o l’attività da cui desumere esplicitamente tale giudizio. Inoltre, sempre il Tribunale di Bari aveva definito il ricorrente frequentatore di pregiudicati e senza lavoro fisso, desumendo da tali circostanze la sua capacità a delinquere, ma tale giudizio era da ritenersi eccessivamente astratto.

In conclusione, secondo la C.E.D.U. la legge n. 1423 del 1956 non era sufficientemente prevedibile e idonea quindi a impedire un’ingerenza arbitraria dei pubblici poteri, con l’applicazione della misura di prevenzione, sul diritto fondamentale alla libertà di circolazione.

Ai sensi dell’articolo 41, la C.E.D.U. ha riconosciuto al ricorrente un risarcimento per i danni morali la somma di 5.000 euro, mentre per le spese e le competenze legali la somma di 11.525 euro.

(L’articolo è stato redatto in collaborazione con l’avv. Isabella Da Re del foro di Venezia)

Con il caso De Tommaso c. Italia la Grande Camera della Corte europea dei diritti dell’uomo esaminerà le misure di sorveglianza speciale di pubblica sicurezza

grande-cameraStrasburgo, 23 gennaio 2015 – Il 25 novembre 2014, la Seconda Sezione della C.E.D.U. ha deciso di rimettere il caso De Tommaso c. Italia davanti alla Grande Camera. La pubblica udienza è stata fissata per il 20 maggio 2015 e in quell’occasione i Giudici di Strasburgo esamineranno le misure di sorveglianza speciale di pubblica sicurezza alla luce dei diritti fondamentali garantiti dagli articoli 2 del Protocollo n. 4 alla Convenzione (libertà di circolazione) e 6 della Convenzione. Nel caso di specie il 22 maggio 2007, il Procuratore della Repubblica di Bari aveva proposto al Tribunale della medesima città di sottoporre il ricorrente ad una sorveglianza speciale di pubblica sicurezza con assegnazione a residenza per una durata di due anni. Aveva evidenziato che, tenuto conto delle precedenti condanne per traffico di droga, evasione e detenzione di armi, il ricorrente frequentava dei criminali e risultava essere una persona pericolosa. Con memoria del 6 marzo 2008, il ricorrente si era opposto alla proposta del Procuratore, eccependo che vi era stato un errore di persona in quanto dalla condanna del 2002 non era più stato sottoposto ad procedimenti giudiziari. Secondo il ricorrente, non vi era la necessità di applicare la misura della sorveglianza speciale. Con decisione dell’11 aprile 2008, notificata il 4 luglio 2008, il Tribunale di Bari aveva disposto la misura della sorveglianza speciale per la durata di due anni, respingendo le argomentazioni esposte dal ricorrente, avendo riteneto che le condizioni richieste dalla legge per l’applicazione della misura erano soddisfatte, non essendovi dubbi quanto alla pericolosità del ricorrente. Tale misura aveva comportato per l’interessato l’assolvimento dei seguenti obblighi:

  • presentarsi una volta alla settimana presso l’autorità di polizia incaricata della sorveglianza;
  • cercare un lavoro entro un mese;
  • abitare a Bari;
  • vivere onestamente e nel rispetto delle leggi, senza prestarsi a sospetti;
  • non frequentare persone che avevano subito condanne e sottoposte a delle misure di prevenzione o di sicurezza;
  • non rientrare la sera dopo le 22 e non uscire al mattino prima delle 7, salvo in caso di necessità e avvertendo le autorità in tempo utile;
  • non detenere o portare armi;
  • non frequentare bar o pubblici ritrovi e non partecipare a riunioni pubbliche.

Il 31 luglio 2008, la Prefettura di Bari aveva revocato la patente del ricorrente. Il 14 luglio 2008, il ricorrente aveva presentato ricorso davanti alla Corte di Appello di Bari. Con sentenza del 28 gennaio 2009, notificata al ricorrente il 4 febbraio 2009, la Corte di Appello aveva evidenziato che il delitto per il quale il ricorrente era stato condannato non era di particolare gravità e risaliva al 2004. In seguito non aveva commesso alcun crimine. Il fatto che avesse frequentato persone condannate non era stato ritenuto sufficiente per affermare la sua pericolosità. Secondo la Corte di Appello, il Tribunale aveva omesso di valutare l’incidenza della funzione rieducativa della pena sulla personalità del ricorrente. Con il proprio ricorso, il ricorrente ha eccepito che la misura di prevenzione che gli è stata applicata sia stata arbitraria e di durata eccessiva, tenuto conto che la Corte di Appello si è pronunciata sei mesi dopo la proposizione del ricorso, quando invece la legge prevede un termine di trenta giorni. Invoca gli articoli 5 e 2 del Protocollo n. 4 alla Convenzione. Invocando poi l’articolo 6 § 1 della Convenzione, il ricorrente ha eccepito la mancanza di pubblicità della procedura davanti alla camera del Tribunale e della Corte di Appello specializzate nell’applicazione delle misure di prevenzione. Invocando l’articolo 6 §§ 1 e 3 e) della Convenzione, il ricorrente ha inoltre eccepito, sotto diversi profili, l’iniquità della procedura che ha portato all’applicazione delle misure di prevenzione. Il ricorrente ha infine evidenziato di non aver disposto, in diritto italiano, di alcun ricorso effettivo per far valere la violazione di cui all’articolo 5. Nella comunicazione al Governo italiano, la C.E.D.U. ha ritenuto di dover porre le seguenti domande:

  • se vi è stata una restrizione del diritto del ricorrente alla libertà di circolazione ai sensi dell’articolo 2 del Protocollo n. 4 alla Convenzione. In caso affermativo,se  questa restrizione è stata disposta nel rispetto delle esigenze previste dall’articolo 2 § 3 del Protocollo n. 4, tenuto conto, in particolare, della durata della procedura davanti alla Corte di Appello.
  • Se l’articolo 6 § 1 della Convenzione, sotto il profilo civile, è applicabile alla procedura intervenuta nel caso di specie. In caso affermativo, se la causa riguardante la misura di prevenzione è stata celebrata pubblicamente come lo richiede l’articolo 6 § 1 della Convenzione e se l’esclusione del pubblico dalla sala d’udienza nel caso di specie era compatibile con l’articolo 6 § 1 della Convenzione.

Tali questioni saranno quindi prese in esame davanti alla Grande Camera il 20 maggio 2015.

Avv. Antonella MASCIA