Nel caso Huzuneanu c. Italia, la Corte europea dei diritti dell’uomo ha accertato la violazione del diritto a un equo processo a causa della mancata riapertura di un processo penale celebrato in contumacia

Strasburgo, 15 gennaio 2018 – Con sentenza del 1° settembre 2016 nel caso Huzuneanu c. Italia (ricorso n. 36043/08) (qui le versioni francese e italiana), la Corte europea dei diritti dell’uomo (d’ora in poi la “C.E.D.U.”) ha accertato all’unanimità la violazione dell’art. 6 della Convenzione (diritto ad un processo equo) per il mancato rispetto del diritto dell’imputato all’autodifesa e ad essere presente al proprio processo.

Si tratta dell’ultima di una lunga serie di pronunce di condanna della C.E.D.U. contro l’Italia che hanno censurato sotto numerosi profili il vecchio processo in contumacia, istituto che è stato finalmente abrogato dall’ordinamento italiano con la legge n. 67 del 28 aprile 2014, istitutiva del giudizio nei confronti degli irreperibili, il c.d. giudizio “in assenza”. Nello specifico, la sentenza in commento ha criticato quella giurisprudenza secondo cui l’accesso alla restituzione in termini per proporre impugnazione contro la sentenza contumaciale ai sensi dell’art. 175 comma 2 c.p.p. era precluso qualora l’impugnazione fosse già stata in precedenza proposta dal difensore d’ufficio, anche a insaputa dello stesso imputato.

I fatti del caso sono i seguenti.

Il ricorrente, accusato di omicidio e dichiarato latitante, il 15 marzo 2004 fu condannato in contumacia in primo grado dalla Corte di Assise di Roma a ventotto anni di reclusione. Tale sentenza fu appellata dal difensore assegnatogli d’ufficio per rappresentarlo e difenderlo nel procedimento e, il 17 gennaio 2005, la Corte d’Assise d’appello di Roma, a seguito di un giudizio celebratosi parimenti in contumacia, confermò la condanna del ricorrente. La sentenza di secondo grado fu quindi impugnata dal difensore d’ufficio per conto del ricorrente e il 22 giugno 2005 la Corte di Cassazione dichiarò inammissibile il ricorso. Nell’ottobre del 2006, a seguito dell’emissione di un mandato d’arresto internazionale a carico del ricorrente ai fini dell’esecuzione della pena, questi fu arrestato in Romania ed estradato in Italia. Il 15 febbraio 2007, il ricorrente propose istanza di rimessione nei termini per impugnare la sentenza di primo grado ai sensi dell’art. 175 comma 2 c.p.p., affermando di non aver avuto alcuna conoscenza effettiva del processo e della condanna a suo carico fino al momento dell’arresto. Con ordinanza del 12 aprile 2007, la Corte d’Assise di appello di Roma, avendo accertato la mancata conoscenza effettiva del procedimento da parte del ricorrente, ritenne che questi avrebbe avuto diritto alla restituzione nel termine per impugnare la condanna; tuttavia, i giudici conclusero che l’unico mezzo di impugnazione ancora disponibile fosse il ricorso per cassazione e non l’appello, perché l’appello era già stato proposto a suo tempo dal difensore d’ufficio. Il ricorrente, pertanto, ricorse in Cassazione, sostenendo che il diritto all’equo processo tutelato dall’articolo 6 della Convenzione attribuisce al condannato in contumacia che non abbia avuto effettiva conoscenza della condanna il diritto ad un nuovo processo sul merito, e non soltanto ad un giudizio di legittimità. Il ricorso fu assegnato alle Sezioni Unite della Cassazione che, con sentenza del 13 gennaio 2008, depositata il 7 febbraio 2008, rigettarono il ricorso. Le Sezioni Unite, in particolare, colsero l’occasione per risolvere il contrasto giurisprudenziale che, nel silenzio normativo, si era formato sulla complessa questione, ovvero se, nel caso di impugnazione già proposta in maniera autonoma dal difensore d’ufficio, la restituzione dell’imputato nel termine per impugnare fosse preclusa o se invece con tale strumento si potesse promuovere un secondo giudizio di impugnazione, nonostante se ne fosse già svolto uno su iniziativa del difensore. Invocando il principio di unicità dell’impugnazione, volto a scongiurare il rischio della formazione di due giudicati contrastanti, le Sezioni Unite privilegiarono l’interpretazione più tradizionalista e affermarono l’effetto preclusivo dell’impugnazione proposta dal difensore d’ufficio sulla richiesta di restituzione nel termine per impugnare da parte dell’imputato contumace. Il rispetto del diritto all’autodifesa dell’imputato contumace fu di conseguenza completamente sacrificato.

Il ricorrente presentò quindi ricorso alla C.E.D.U. lamentando la violazione dell’art. 6 per mancato rispetto del proprio diritto di difesa: le giurisdizioni interne, avendolo privato della possibilità di ottenere la restituzione nel termine per appellare a causa della previa impugnazione proposta a suo tempo dal difensore d’ufficio, non avevano consentito la riapertura del processo di merito, nonostante l’avvenuto accertamento che egli non avesse avuto effettiva conoscenza del procedimento svoltosi in sua contumacia.

L’articolo 6, invero, garantisce il diritto dell’imputato di partecipare al processo a suo carico e permette lo svolgimento di un processo in assenza solo ove risulti in maniera inequivocabile che questi abbia avuto effettiva conoscenza del procedimento e rinunciato a comparire. Qualora, invece, il processo si sia svolto in assenza dell’imputato senza che questi ne fosse a conoscenza, l’articolo 6 richiede come misura riparatoria che venga offerta all’imputato la possibilità di ottenere un nuovo giudizio di merito sull’accusa in sua presenza (Sejdovic c. Italia, sentenza del 1° marzo 2006, § 82).

La C.E.D.U. ha inoltre rilevato che mentre era pendente il ricorso, a livello interno la questione sulla compatibilità dell’interpretazione restrittiva accolta dalle Sezioni Unite con l’articolo 6 della Convenzione fu sollevata di fronte alla Corte Costituzionale nell’ambito di un altro processo e i Giudici delle leggi, con sentenza n. 317 del 4 dicembre 2009 dichiararono l’illegittimità incostituzionale dell’art. 175 comma 2 c.p.p. nella parte in cui non consentiva all’imputato la restituzione nel termine per impugnare la sentenza resa in contumacia quando la stessa impugnazione era già stata interposta in precedenza dall’avvocato. Tale limitazione fu giudicata contrastante con l’articolo 6 della Convenzione e, pertanto, con l’articolo 117 della Costituzione. La pronuncia della Corte Costituzionale, tuttavia, a nulla era servita nel caso di specie tanto è vero che l’11 febbraio 2010 la Corte d’appello rigettò la nuova istanza di restituzione nei termini dell’interessato fondata sulla pronuncia di illegittimità costituzionale in quanto, a suo dire, il termine per proporla era ormai scaduto e che comunque il ricorrente avrebbe potuto egli stesso sollevare la questione di legittimità costituzionale.

Nel caso Huzuneanu la C.E.D.U. ha accertato la violazione dell’articolo 6 § 1 della Convenzione in quanto il ricorrente non ha avuto la possibilità di ottenere un nuovo giudizio sul merito dell’accusa, dovuta all’interpretazione adottata dalle Sezioni Unite che priva l’imputato della possibilità di appellare la propria condanna solo perché l’impugnazione è già stata proposta dal difensore.

In proposito, la C.E.D.U. ha ricordato che il diritto alla difesa non può essere limitato al punto da renderlo inoperante e ciò con il pretesto di garantire altri diritti fondamentali del processo quali il diritto alla durata ragionevole o quello al ne bis in idem.

Arriva così, anche a livello internazionale, la conferma che un imputato condannato in contumacia, che non ha avuto effettiva conoscenza del processo, ha il diritto a essere restituito nei termini per impugnare la sentenza contumaciale anche se il difensore assegnatogli d’ufficio ha già in passato esperito lo stesso mezzo di impugnazione.

 

Sofia MIRANDOLA

Dottoressa di ricerca in procedura penale europea presso l’Università degli Studi di Bologna

Antonella MASCIA

Avvocata del foro di Verona e Strasburgo, già giurista presso la Corte europea dei diritti dell’uomo

Un breve excursus sull’evoluzione della giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo in tema di ergastolo

Strasburgo, 2 gennaio 2018 – La Corte europea dei diritti dell’uomo (“C.E.D.U.”) in tema di ergastolo ha sviluppato una giurisprudenza volta a verificare se tale tipo di pena possa essere compatibile o meno con la Convenzione europea dei diritti dell’uomo.

Tra i casi che saranno qui di seguito citati ve ne sono due che riguardano l’Italia. Il primo è il caso Garagin c. Italia, riguardante l’ergastolo “ordinario”, mentre il secondo, in attesa di essere deciso è il caso Viola c. Italia che riguarda l’ergastolo “ostativo” previsto dall’articolo 4bis della legge n. 354 del 1975.

Le pronunce della C.E.D.U. in tema di ergastolo, richiamate cronologicamente e distinte per esito, sono le seguenti:

Le pronunce di non violazione

Léger c. Francia, ricorso n. 19324/02

  • Decisione del 21 settembre 2004: Articolo 3: condannato detenuto da quarant’anni: ricevibile; Articolo 5 § 1 a): dopo la condanna; condannato detenuto da quartant’anni divenuta “liberabile” dopo venticinque anni: ricevibile.
  • Sentenza di Grande Camera del 30 marzo 2009: Articolo 37 § 1: richiesta di proseguimento della procedura presentata da una persona senza titolarità (non erede e senza un interesse legittimo) – radiazione dal ruolo.

Kafkaris c. Cipro, ricorso n. 21906/04

  • Decisione dell’11 aprile 2006: Articolo 3: il ricorrente è stato lasciato nell’incertezza riguardo alla durata reale della pena dell’ergastolo: ricevibile; articolo 5 § 1: mantenimento in detenzione oltre il termine: ricevibile; articolo 7: ambiguità riguardo alla durata ufficiale della pena dell’ergastolo: ricevibile.
  • Sentenza di Grande Camera del 12 febbraio 2008: Articolo 3: trattamento inumano e degradante, pena dell’ergastolo priva di ogni prospettiva di liberazione in caso di buona condotta a seguito di modifica legislativa: non violazione; articolo 7: nullum crimen sine lege, disposizioni legislative in contrasto tra loro e riguardanti la pena dell’ergastolo e il diritto di beneficiare di una remissione della pena: violazione; Cambiamento della legislazione riguardante la remissione della pena per buona condotta per un detenuto condannato all’ergastolo che fu informato dall’autorità giudiziaria competente che la sua era la pena dell’ergastolo: non violazione.

Garagin c. Italia, ricorso n. 33290/07

  • Decisione del 29 aprile 2008: Articolo 3: trattamento inumano e degradante, pena dell’ergastolo “ordinario”, possibilità per il detenuto di beneficiare della liberazione: ricorso irricevibile.

Streicher c. Germania, ricorso n. 40384/04

  • Decisione del 10 febbraio 2009: Articoli 3, 5 e 7: il ricorrente, condannato alla pena dell’ergastolo, non è privato della speranza di rimessione in libertà in quanto il diritto interno prevede la liberazione condizionale: ricorso irricevibile.

Meixner c. Germania, ricorso n. 26958/07

  • Decisione del 26 novembre 2009: Articolo 3: ricorrente condannato alla pena dell’ergastolo a cui è stata rigettata la richiesta di liberazione condizionale; dato che il diritto nazionale tedesco prevede la possibilità di riesaminare la pena al fine di commutarla o di permettere l’accesso alla liberazione condizionale è conforme all’articolo 3: ricorso irricevibile.

Lynch e Whelan c. Irlanda, ricorsi n. 70495/10 74565/10

  • Decisione dell’8 luglio 2014: Articolo 5 § 1: Article 5-1: Arresto o detenzione regolare, mantenimento in detenzione senza controllo in caso di una condanna all’ergastolo “interamente punitiva”: irricevibile.

Bodein c. Francia, ricorso n. 40014/10

  • Sentenza del 13 novembre 2014: Articolo 3: pena inumana e degradante, pena dell’ergastolo con la possibilità di riesame dopo trent’anni di detenzione: non violazione.

Hutchinson c. Regno Unito, ricorso n. 57592/08

  • Sentenza del 3 febbraio 2015: Articolo 3: pena degradante e inumana, mantenimento in detenzione in caso di ergastolo effettivo dopo il chiarimento riguardo al potere del Ministero di ordinare la remissione in libertà: non violazione
  • Sentenza di Grande Camera del 17 gennaio 2017: Articolo 3: pena degradante e inumana, mantenimento in detenzione in caso di ergastolo effettivo dopo il chiarimento riguardo al potere del Ministero di ordinare la remissione in libertà: non violazione.

Le pronunce di violazione

Precedenti al caso “Vinter”

Brogan e altri c. Regno Unito, ricorsi n. 11209/84; 11234/84; 11266/84; 11386/85

Megyeri c. Germania, ricorso n. 13770/88

  • Sentenza del 12 maggio 1992: Articolo 5 § 4: la persona non imputabile detenuta in un istituto psichiatrico per aver commesso atti costituenti reati, deve essere assistita da un avvocato nei procedimenti riguardanti la misura limitativa della sua libertà: violazione.

Stanev c. Bulgaria, ricorso n. 36760/06

  • Decisione del 29 giugno 2010: ricorso ricevibile.
  • Sentenza di Grande Camera del 17 gennaio 2012: Articolo 6 § 1 (procedura civile): accesso a un tribunale, mancanza, per una persona parzialmente incapace, di accesso diretto al Giudice competente per richiedere l’accertamento della sua capacità: violazione; Articolo 3: trattamento degradante, condizioni di vita all’interno dell’istituto psichiatrico: violazione; Articolo 5 § 1: privazione della libertà, vie legali, regolarità di un internamento in un istituto psichiatrico: violazione; Articolo 5 § 4: assenza di un ricorso per contestare la legittimità dell’internamento in un istituto psichiatrico: violazione; Articolo 13: assenza di un ricorso per ottenere il ristoro per le cattive condizioni di vita all’interno dell’istituto psichiatrico: violazione.

Il caso “Vinter”

Vinter e altri c. Regno Unito, ricorsi n. 66069/09, 130/10 e 3896/10

  • Sentenza del 17 gennaio 2012: Articolo 3: pena degradante e inumana, la pena dell’ergastolo con possibilità di liberazione unicamente in caso di malattia in fase terminale o di grave incapacità: non violazione.
  • Sentenza di Grande Camera del 9 luglio 2013: Articolo 3: pena degradante e inumana, la pena dell’ergastolo con possibilità di liberazione unicamente in caso di malattia in fase terminale o di grave incapacità: violazione (versione italiana).

Successive al caso “Vinter”

Öcalan c. Turchia (n. 2), ricorsi n. 24069/03, 197/04, 6201/06 e 10464/07

  • Sentenza del 18 marzo 2014: Articolo 3: condizioni di detenzione fino al 17 novembre 2009: violazione; Articolo 3: condizioni di detenzione successive al 17 novembre 2009: non violazione; Articolo 3: condanna all’ergastolo senza possibilità di liberazione condizionale: violazione; Articolo 8: non violazione; Articolo 7: non violazione.

László Magyar c. Ungheria, ricorso n. 73593/10

  • Sentenza del 20 maggio 2014: Articolo 3: pena inumana e degradante: la pena dell’ergastolo irriducibile de jure e de facto nonostante la possibilità di grazia presidenziale: violazione.

Harakchiev e Tolumov c. Bulgaria, ricorsi n. 15018/11 e 61199/12

  • Sentenza dell’8 luglio 2014: Articolo 3: Pena inumana e degradante, il regime dell’ergastolo che non offre sufficienti possibilità di reinserimento al fine di ottenere una riduzione della pena: violazione.

Trabelsi c. Belgio, ricorso n. 140/10

  • Sentenza del 4 settembre 2014: Articolo 3: estradizione verso uno Stato non contraente della Convenzione (Stati Uniti d’America), dove il ricorrente corre il rischio di essere sottoposto alla pena dell’ergastolo senza possibilità di liberazione condizionale: violazione; Articolo 34: ostacolare l’esercizio del diritto di ricorso, trasferimento di una persona negli U.S.A. con il rischio reale di incorrere nella pena dell’ergastolo senza possibilità di liberazione condizionale e non rispetto della misura provvisoria ordinata dalla C.E.D.U.: violazione.

Kaytan c. Turchia, ricorso n. 27422/05

Murray c. Paesi Bassi, ricorso n. 10511/10

  • Sentenza del 10 dicembre 2013: Articolo 3: trattamento inumano e degradante, rifiuto di accordare la liberazione condizionale a un detenuto con problemi mentali condannato alla pena dell’ergastolo e che ha scontato trent’anni di reclusione: non violazione
  • Sentenza di Grande Camera del 26 aprile 2016: Articolo 3: pena inumana e degradante, irriducibilità de facto della pena dell’ergastolo inflitta ad una persona malata mentale: violazione.

T.P. e A.T. c. Ungheria, ricorsi n. 37871/14 73986/14

  • Sentenza del 4 ottobre 2016: Articolo 3: pena inumana e degradante: la pena dell’ergastolo riesaminata automaticamente dopo quarant’anni di detenzione: violazione.

Matiošaitis e altri c. Lituania, ricorsi n. 22662/13, 51059/13, 58823/13, 59692/13, 59700/13, 60115/13, 69425/13 e 72824/13

  • Sentenza del 23 maggio 2017: Articolo 3: Pena inumana e degradante, le pene all’ergastolo che non offrono alcuna prospettiva di liberazione: violazione.

 Casi attualmente pendenti

Ali Tekin e Necip Baysal c. Turchia, ricorsi n. 40192/10 8051/12

  • Comunicazioni del 20 luglio 2015: i ricorrenti si lamentano della loro condanna alla pena dell’ergastolo senza possibilità di liberazione condizionale, di essere sottoposti ad un regime penitenziario speciale e di non disporre di una via di ricorso effettiva. La C.E.D.U. ha comunicato i ricorsi sotto il profilo degli articoli 3 e 13.

Viola c. Italia, ricorso n. 77633/16

  • Comunicazione del 30 maggio 2017: ergastolo “ostativo” ai sensi dell’articolo 4bis della legge n. 354 del 1975; La C.E.D.U. ha comunicato il ricorso stoto il profilo degli articoli 3 e 8.

L’ERGASTOLO OSTATIVO AL VAGLIO DELLA CORTE EUROPEA DEI DIRITTI DELL’UOMO

Strasburgo, 21 giugno 2017 – Con comunicazione del 30 maggio 2017, la Corte europea dei diritti dell’uomo ha informato il Governo italiano che il 12 dicembre 2016 è stato presentato un ricorso, Viola c. Italia, avente ad oggetto l’ergastolo “ostativo”, ai sensi dell’articolo 4 bis della legge n. 354 del 1975, qualificandolo come una reclusione a vita senza alcuna possibilità di revisione della pena.

Il ricorrente è assistito dal collegio di difesa composto dall’avvocata Antonella Mascia, del foro di Verona e Strasburgo e dagli avvocati professori Valerio Onida e Barbara Randazzo di Milano.

Detenuto dal 1992, prima della presentazione del ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo, il ricorrente aveva presentato istanza di liberazione condizionale in Italia, ma le giurisdizioni interne l’avevano dichiarata inammissibile e non l’avevano esaminata nel merito.

Rilevante, secondo la Corte europea dei diritti dell’uomo, la lamentata violazione dell’articolo 3 della Convenzione (proibizione della tortura) riguardo alla concreta possibilità che la pena a vita sia comprimibile de jure e de facto, ma anche riguardo alle garanzie che la procedura di liberazione condizionale offre in concreto, al fine di permettere la valutazione dell’effettivo percorso riabilitativo del detenuto.

Inoltre, la Corte europea dei diritti dell’uomo ritiene rilevante esaminare se nel caso di specie sia stato legittimo legare la possibilità di accedere alla comprimibilità della pena a vita alla collaborazione con la giustizia, mettendo in dubbio che la collaborazione possa essere considerata una prospettiva di rilascio per motivi legittimi di ordine penologico.

Infine, la Corte europea dei diritti dell’uomo ritiene meritevole di attenzione la compatibilità del regime penitenziario previsto in caso di ergastolo “ostativo” con l’obiettivo di riabilitazione e di inserimento dei detenuti e con il rispetto degli obblighi positivi da parte dello Stato di garantire ai detenuti sottoposti a questo regime la possibilità di lavoro e di reinserimento richiesti dagli articoli 3 e 8 della Convenzione (diritto al rispetto della vita privata e familiare).

Il Governo italiano dovrà ora rispondere alle seguenti domande:

“1. Tenuto conto dei principi elaborati dalla Corte in materia (Hutchinson c. Regno Unito [GC], n. 57592/08, §§ 42-45; CEDU 2017; Vinter e altri c. Regno Unito [GC], nn. 66069/09 e altri due, §§ 103-122, CEDH 2013 (estratti)), l’ergastolo ostativo può essere considerato una pena comprimibile de jure e de facto, ai sensi dell’articolo 3 della Convenzione?

2. La legislazione italiana offre al ricorrente “una prospettiva di rilascio e una possibilità di riesame della sua pena” (Hutchinson, precitata, § 42)? Il ricorrente dispone di una procedura di riesame della pena che permetta di “tener conto dei suoi progressi nel percorso riabilitativo e di determinare se ha fatto progressi tali che nessun motivo legittimo di ordine penologico giustifichi più la sua detenzione” (Hutchinson, precitata, § 43; Vinter e altri, precitata, § 119)?

3. Il fatto di limitare la possibilità di compressione della pena con la sussistenza della collaborazione con la giustizia, soddisfa i criteri stabiliti dalla Corte per valutare la comprimibilità dell’ergastolo e la sua conformità all’articolo 3 della Convenzione? La collaborazione con la giustizia corrisponde alla nozione di “prospettiva di rilascio” per motivi legittimi di ordine penologico (Trabelsi c. Belgio, n. 140/10, §§ 134-139, CEDU 2014 (estratti))?

4. Tenuto conto dei principi sanciti dalla Corte in materia, il regime penitenziario in questione può essere ritenuto compatibile con l’obiettivo di riabilitazione e di reinserimento dei detenuti? Lo Stato ha rispettato i suoi obblighi positivi di garantire ai detenuti a vita la possibilità di lavorare al loro reinserimento secondo l’articolo 3 (Murray c. Paesi Bassi [GC], n. 10511/10, §§ 102-104, CEDU 2016) e 8 della Convenzione (Khoroshenko c. Russia [GC], n. 41418/04, § 121, CEDU 2015)?”