L’ERGASTOLO OSTATIVO AL VAGLIO DELLA CORTE EUROPEA DEI DIRITTI DELL’UOMO

Strasburgo, 21 giugno 2017 – Con comunicazione del 30 maggio 2017, la Corte europea dei diritti dell’uomo ha informato il Governo italiano che il 12 dicembre 2016 è stato presentato un ricorso, Viola c. Italia, avente ad oggetto l’ergastolo “ostativo”, ai sensi dell’articolo 4 bis della legge n. 354 del 1975, qualificandolo come una reclusione a vita senza alcuna possibilità di revisione della pena.

Il ricorrente è assistito dal collegio di difesa composto dall’avvocata Antonella Mascia, del foro di Verona e Strasburgo e dagli avvocati professori Valerio Onida e Barbara Randazzo di Milano.

Detenuto dal 1992, prima della presentazione del ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo, il ricorrente aveva presentato istanza di liberazione condizionale in Italia, ma le giurisdizioni interne l’avevano dichiarata inammissibile e non l’avevano esaminata nel merito.

Rilevante, secondo la Corte europea dei diritti dell’uomo, la lamentata violazione dell’articolo 3 della Convenzione (proibizione della tortura) riguardo alla concreta possibilità che la pena a vita sia comprimibile de jure e de facto, ma anche riguardo alle garanzie che la procedura di liberazione condizionale offre in concreto, al fine di permettere la valutazione dell’effettivo percorso riabilitativo del detenuto.

Inoltre, la Corte europea dei diritti dell’uomo ritiene rilevante esaminare se nel caso di specie sia stato legittimo legare la possibilità di accedere alla comprimibilità della pena a vita alla collaborazione con la giustizia, mettendo in dubbio che la collaborazione possa essere considerata una prospettiva di rilascio per motivi legittimi di ordine penologico.

Infine, la Corte europea dei diritti dell’uomo ritiene meritevole di attenzione la compatibilità del regime penitenziario previsto in caso di ergastolo “ostativo” con l’obiettivo di riabilitazione e di inserimento dei detenuti e con il rispetto degli obblighi positivi da parte dello Stato di garantire ai detenuti sottoposti a questo regime la possibilità di lavoro e di reinserimento richiesti dagli articoli 3 e 8 della Convenzione (diritto al rispetto della vita privata e familiare).

Il Governo italiano dovrà ora rispondere alle seguenti domande:

“1. Tenuto conto dei principi elaborati dalla Corte in materia (Hutchinson c. Regno Unito [GC], n. 57592/08, §§ 42-45; CEDU 2017; Vinter e altri c. Regno Unito [GC], nn. 66069/09 e altri due, §§ 103-122, CEDH 2013 (estratti)), l’ergastolo ostativo può essere considerato una pena comprimibile de jure e de facto, ai sensi dell’articolo 3 della Convenzione?

2. La legislazione italiana offre al ricorrente “una prospettiva di rilascio e una possibilità di riesame della sua pena” (Hutchinson, precitata, § 42)? Il ricorrente dispone di una procedura di riesame della pena che permetta di “tener conto dei suoi progressi nel percorso riabilitativo e di determinare se ha fatto progressi tali che nessun motivo legittimo di ordine penologico giustifichi più la sua detenzione” (Hutchinson, precitata, § 43; Vinter e altri, precitata, § 119)?

3. Il fatto di limitare la possibilità di compressione della pena con la sussistenza della collaborazione con la giustizia, soddisfa i criteri stabiliti dalla Corte per valutare la comprimibilità dell’ergastolo e la sua conformità all’articolo 3 della Convenzione? La collaborazione con la giustizia corrisponde alla nozione di “prospettiva di rilascio” per motivi legittimi di ordine penologico (Trabelsi c. Belgio, n. 140/10, §§ 134-139, CEDU 2014 (estratti))?

4. Tenuto conto dei principi sanciti dalla Corte in materia, il regime penitenziario in questione può essere ritenuto compatibile con l’obiettivo di riabilitazione e di reinserimento dei detenuti? Lo Stato ha rispettato i suoi obblighi positivi di garantire ai detenuti a vita la possibilità di lavorare al loro reinserimento secondo l’articolo 3 (Murray c. Paesi Bassi [GC], n. 10511/10, §§ 102-104, CEDU 2016) e 8 della Convenzione (Khoroshenko c. Russia [GC], n. 41418/04, § 121, CEDU 2015)?”

DA GIUGNO 2017 LE DECISIONI DI IRRICEVIBILITÀ DEL GIUDICE UNICO DELLA CORTE EUROPEA DEI DIRITTI DELL’UOMO SARANNO MOTIVATE

Strasburgo, 1° giugno 2017 – Dopo l’entrata in vigore nel 2010 del Protocollo n. 14 che ha introdotto la figura del giudice unico a cui è stato conferito il potere di dichiarare i ricorsi irricevibili, la Corte europea dei diritti dell’uomo ha finalmente adottato un nuovo metodo di lavoro che le ha permesso di svolgere un notevole lavoro di smaltimento, trattando più di 100.000 ricorsi. Tuttavia i ricorrenti, a fronte dell’attività svolta dal Giudice unico, hanno sino ad oggi ricevuto una lettera da parte della Cancelleria da cui si evinceva solamente che il loro ricorso era stato respinto.

La Corte europea dei diritti dell’uomo, su invito degli Stati contraenti contenuto nella dichiarazione di Bruxelles di marzo 2015, ha ora deciso di adottare una nuova procedura che permetterà di motivare più dettagliatamente la decisione di rigetto del Giudice unico. In tal modo garantirà l’esigenza di trasparenza richiesta e permetterà inoltre ai ricorrenti di comprendere meglio i motivi che hanno portato il Giudice unico al rigetto del loro ricorso.

A partire da giugno 2017 la Corte europea dei diritti dell’uomo comunicherà la decisione del Giudice unico non più con una lettera priva di motivazione ma con una decisione redatta in inglese o in francese e firmata dal Giudice unico dove sarà indicato in generale il motivo di irricevibilità. Tale decisione sarà inviata unitamente a una lettera redatta nella lingua del ricorrente.

IL XXVI^ RAPPORTO ANNUALE DEL CPT DEL CONSIGLIO D’EUROPA SULLE PROCEDURE DI CUSTODIA CAUTELARE

Strasburgo, 11 maggio 2017 – Lo scorso 20 aprile 2017 il Comitato europeo per la prevenzione della tortura e delle pene o trattamenti inumani o degradanti (CPT) del Consiglio d’Europa ha pubblicato il rapporto annuale sull’attività di monitoraggio e controllo svolta nel corso del 2016.
Dieci gli Stati oggetto delle Periodical Visits, strumento di controllo ordinariamente operato dal CPT, e sette quelli oggetto delle visite ad hoc. Appartenente al gruppo dei primi anche l’Italia, la cui documentazione risulta non ancora disponibile perché trasmessa recentemente.
Il CPT, rappresentato dalla Presidente Mykola Gnatovskyy, ha evidenziato serie ed evidenti problematicità esistenti tra i Paesi Membri in materia di sovraffollamento carcerario, dedicando ampio spazio alla condizione delle persone detenute in attesa di giudizio o di condanna definitiva.
Il CPT ha inoltre evidenziato, sulla base dei dati statistici disponibili che vi sono ampie difformità tra i Paesi Membri riguardo alla frequenza e durata delle misure cautelari detentive.
La percentuale dei detenuti in attesa di giudizio o di condanna definitiva varia tra l’8% e il 70% della popolazione carceraria, con una media di circa il 25% totale di detenuti in regime di custodia cautelare nell’area di competenza del Consiglio d’Europa. Tale dato aumenta ulteriormente se si contano i cittadini stranieri sottoposti a misure cautelari, con una media di circa il 40% del numero complessivo di detenuti.
Il CPT ha evidenziato e raccomandato esplicitamente il ricorso a misure cautelari detentive solo nei casi di extrema ratio per una durata del più breve tempo possibile, esortando le autorità preposte all’esercizio di attente valutazioni preliminari, che devono tener conto dei rischi di reiterazione del reato, fuga, occultamento o manomissione delle prove, l’influenza dei testimoni ovvero l’intralcio all’azione giudiziaria.
Il CPT ha inoltre ripetutamente sottolineato le criticità che potrebbero generarsi da provvedimenti detentivi in regime di misure cautelari, soprattutto riguardo alle conseguenze di carattere psicologico, che possono essere all’origine di trattamenti inumani e degradanti.
Tra le raccomandazioni suggerite vi è innanzitutto l’importanza di istituire misure detentive che soddisfino i parametri stabiliti dal CPT e, nel rispetto del principio della presunzione di innocenza, assicurare procedure di accoglimento e di integrazione carceraria. È inoltre auspicata la separazione degli ambienti e delle attività tra i detenuti in attesa di giudizio e quelli condannati in via definitiva.
Alla luce del rapporto del CPT, in tema di detenzione cautelare, si segnala inoltre il rilevante numero di condanne che nel corso degli anni il Governo italiano ha subito da parte della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo. Pronunce di violazione di cui all’articolo 5 della Convenzione EDU e riguardanti la constatazione di inadeguatezza del sistema per l’applicazione di eccessivi periodi di detenzione cautelare, quanto per l’assenza di garanzie adeguate.
Riguardo all’Italia, dagli ultimi dati del Ministero della Giustizia aggiornati al 30 aprile 2017[1] è risultato che su un totale di 56.436 detenuti presenti negli istituti penitenziari italiani, circa 9.760 (quasi il 17,3%) risultano in attesa di primo giudizio e 9.734 (all’incirca il 17,2%) sono invece il totale dei condannati non via definitiva.
A partire dal Decreto Legge n. 78 del 1° luglio 2013, convertito con legge n. 94 del 9 agosto 2013, a cui si è aggiunto il Decreto legge n. 92 del 26 giugno 2014, poi convertito con legge n. 117 dell’11 agosto 2014 e dalla legge n. 47 del 16 aprile 2015, il legislatore italiano ha dato avvio ad una serie di provvedimenti di natura deflattiva e ispirati al principio dello stare liberatis. Tuttavia così evidenziato anche dal Presidente Canzio della Corte nel corso della relazione per l’inaugurazione dell’anno giudiziario 2017, il problema deve essere affrontato migliorando le condizioni di vita di tutti i detenuti e garantendo loro strutture adeguate a favorirne la riabilitazione e reintegrazione.
[1] Dati disponibili sul sito del Ministero di Giustizia, http://www.giustizia.it

L’articolo è stato redatto in collaborazione con la dott.ssa Grazia SCOCCA